Terroristi della porta accanto

Un recente studio condotto dall’Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI) ha fornito un’analisi dettagliata riguardo lo sviluppo delle cellule jihadiste in Occidente. Se molti rimangono gli interrogativi a riguardo, vi è una certezza: i terroristi vivono molto più vicino a noi di quello che possiamo immaginare. L’analisi.

Lo studio – scritto da Lorenzo Vidino, Francesco Marone ed Eva Entenmann – fa luce sul percorso storico e sulle caratteristiche degli attacchi jihadisti eseguiti in Occidente tra il 2014 e il 2017. Lo scopo del sedicente Stato Islamico è quello di fomentare la polarizzazione sociale, creando un divario etnico e sociale, insistendo con una propaganda basata sulla paura. Sono oltre 7700 i soggetti che, cittadini occidentali, hanno risposto alla chiamata jihadista divenendo foreign fighters. Tra questi vi sono i 65 terroristi coinvolti negli ultimi attentati che hanno colpito l’Europa e il Nord America. Sarà interessante analizzare alcuni questioni.

Chi sono realmente questi individui che compiono gli attacchi terroristici? La variabilità come regola.


Questi soggetti sono perlopiù figli di immigrati (seconde o terze generazioni), non di rado alle prese con complessi problemi di identità e di riconoscimento. Detto ciò, non è possibile individuare un prototipo classico di terrorista, perché, la caratteristica principale dei diversi profili è quella della variabilità. Ad esempio, nonostante la radicalizzazione si sta sviluppando in modo preminente tra i più giovani, l’età media degli attentatori è di 27,3 anni – una fascia anagrafica adulta. Inoltre, il 73% degli attentatori è composto da cittadini autoctoni del paese in cui è stato eseguito l’attacco, i quali, una volta avvicinatosi alla realtà jihadista si recano in Siria, per divenire foreign fighters – non il contrario, come è tipico pensare.

I contingenti più numerosi di foreign fighters sono giunti dalla Francia (approssimativamente 1700 unità), dalla Germania (760), dal Regno Unito (760), dal Belgio (470), dalla Svezia (300), dall’Austria (300) e dai Paesi Bassi (250). Infine, sebbene la radicalizzazione appaia più frequente negli ambienti segnati da esclusione sociale, criminalità, basso livello di scolarizzazione e disoccupazione, una disamina delle dinamiche di radicalizzazione mostra che i nuclei si coagulano ovunque operino agenti radicalizzanti: nei quartieri svantaggiati e nelle prigioni, ma anche nei campus universitari o nelle cittadine prive di particolari difficoltà socio-economiche. Nessun luogo può essere reputato “sicuro”.

La percezione del nemico attraverso la distorsione mediatica


L’utilizzo sconsiderato dei media è forse l’arma più letale nelle mani dello Stato Islamico. Grazie alla propaganda online, sono diversi i soggetti che hanno giurato fedeltà alla jihad. Un imam iracheno, Ahmad Abdulaziz Abdullah (coinvolto nell’attentato ai mercatini di natale in Germania) è riuscito ad attirare a sé nuove reclute grazie non solo ad un sapiente utilizzo dei social network, ma anche creando un’app dedicata. Attività di propaganda come queste sono frequentissime, così come l’esistenza di network dedicati, tra i quali spiccano Sharia4, Islam4UK e Sharia4Belgium. Ciò appare folle quando si pensa che tutto questo si trovi al limite tra fanatismo (legale) e illegalità.

La propaganda radicale attraverso l’uso di social network accessibili da chiunque è infatti legale, ma sono diversi i dati che confermano che proprio grazie a queste tecnologie molti degli attentatori (soprattutto in Belgio) non solo sono entrati a contatto con la realtà estremista, ma hanno anche potuto liberamente organizzare alcuni dei più tristemente noti attacchi. Un’altra interessante osservazione invece riguarda la percezione della vulnerabilità che ci viene trasmessa da i nostri media. Il fatto che gli Stati Uniti siano il secondo paese occidentale più colpito, registrando un numero di attacchi di poco inferiore alla Francia, contrasta con la percezione diffusa secondo cui l’Europa sia il principale bersaglio della violenza jihadista. Sebbene la maggior parte degli attentati negli Stati Uniti sia stata compiuta da individui con legami limitati o inesistenti con lo Stato Islamico o al-Qaeda, alcuni di essi (come quelli di Orlando e San Bernardino) si sono rivelati tra i più letali.

Inoltre, i dati evidenziano che non vi è una forte correlazione tra il numero di attacchi e il peso demografico del paese o le dimensioni della popolazione musulmana presente. Ad esempio, paesi come l’Italia, aventi un peso demografico e una popolazione musulmana significativi, non hanno finora sofferto alcun attacco (negli ultimi tre anni). Questo dato confligge con la percezione diffusa di una possibile relazione tra immigrazione e radicalizzazione islamica.

La situazione italiana


L’Italia continua a rimanere una delle poche nazioni europee che non hanno subito attacchi terroristici. Il numero di foreign fighters legati all’Italia può essere considerato medio/basso; solamente 122 reclute jihadiste risultano collegate al nostro Paese. Le ragioni di questo divario sono probabilmente molteplici. Da un lato, è opportuno ricordare che se i militanti jihadisti sono spesso figli di seconde o terze generazioni di immigrati, essendo l’immigrazione un fenomeno ancora giovane nel nostro territorio, questo sviluppo non sarebbe ancora possibile. Dall’altro lato, le autorità nazionali hanno conseguito notevoli risultati nella lotta al terrorismo, servendosi anche di strumenti originali nel contesto europeo, come l’uso massiccio di espulsioni amministrative di cittadini stranieri per motivi di sicurezza dello stato.

Chiaramente, di fronte alla minaccia del terrorismo internazionale di matrice jihadista nemmeno in Italia il rischio è pari a zero. Nella propaganda estremista, per esempio, i riferimenti al nostro Paese sono molteplici. In particolare, l’incitamento alla “conquista di Roma”, elevata a simbolo dell’Occidente cristiano, è uno degli slogan più utilizzati. Anche in Italia, poi, emergono poli (hubs) di radicalizzazione a livello locale, per quanto meno radicati ed estesi rispetto ad altri paesi dell’Europa occidentale. Emblematico è il caso di un network tunisino sviluppatosi nella città di Ravenna. La città ha l’insospettabile primato di aver “prodotto” almeno 9 foreign fighters (ma la cifra è incerta e potrebbe arrivare alle 20 unità) – un numero sensibilmente più elevato rispetto ad altre città italiane come Roma, Napoli o Milano.

Sembra che i meccanismi visti a Ravenna, almeno in parte, affondino le proprie radici nelle vicissitudini di El Fahs, una cittadina a sud-est di Tunisi. Infatti, diversi giovani abitanti di El Fahs (alcuni dei quali minorenni) si sono trasferiti a Ravenna nei primi giorni della Primavera Araba, raggiungendo alcuni amici e parenti, provenienti dalla stessa cittadina tunisina, che si erano già stabiliti lì. Giunti nella città romagnola, molti di loro sono rimasti coinvolti nel traffico di droga, soprattutto spacciando piccole quantità di marijuana e cocaina nei parchi locali. Nel 2013 le autorità italiane hanno iniziato a notare la formazione di un nucleo composto da una dozzina di giovani uomini, tutti tunisini e la maggioranza dei quali originari di El Fahs, divenuti avidi consumatori di propaganda dello Stato Islamico, vellicati dall’idea di recarsi in Siria. Il rebus ravennate desta tuttora forti perplessità nelle forze speciali italiane, nonostante non vi siano stati riscontri pratici.

Sull’Autore

Mi piace definirmi come un mix di curiosità, passione e ipocondria. Parlo di comunicazione, società e diritti.

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