Sulle Elezioni in Germania

Che rullino i tamburi e squillino le trombe: Angela Merkel sarà la prossima cancelliera a guida della Germania, di nuovo. Peccato si tratti di una vittoria di Pirro.

Che la CDU (il partito della cancelliera) non se la passasse benissimo era ormai risaputo da diversi mesi: la crisi migranti e i problemi di sicurezza – legati agli attentati di Berlino – avevano colpito duramente. In ogni caso nessuno dubitava che Angela Merkel riuscisse nuovamente a mantenere un solido bacino elettorale. Del resto la CDU si è sempre dimostrata un partito solido, molto più solido di quanto gli italiani sono, in genere, abituati ad immaginare un partito. La domanda che dunque ci si poneva per queste elezioni era molto più “innocente”: chi sarà cancelliere? Merkel o Schulz?

Nessuno infatti dubitava che la CDU e l’SPD sarebbero nuovamente andati a braccetto per formare nuovamente una Grossa Coalizione, la domanda era se tale coalizione fosse stata a guida CDU (e quindi della Merkel) o a guida SPD (guidata da Schulz). Le cose, poi, non sono andate esattamente come i piani. Come sempre piace fare un po’ a tutti, dobbiamo chiederci chi sono i veri vincitori e i veri sconfitti di questa tornata elettorale. Partiamo proprio da quest’ultimi, gli sconfitti. Il grande sconfitto è Martin Schulz, ancor prima che l’SPD, suo partito. Lo so, non si dovrebbe personalizzare la politica additando questo o quell’altro candidato, ma la scelta di candidare Schulz è stata, a mio avviso, già la premessa di una sconfitta preannunciata. Poco carismatico, all’apparenza impacciato, inutile sotto alcuni punti di vista; Martin Schulz non aveva minimamente le carte per poter combattere contro la Merkel, più abile in quanto esperta donna della politica e sicuramente più rassicurante.

E così l’SPD affonda al 20%, un abisso se confrontato a quel 30-33% che sembra esser destinato ad essere il risultato della CDU. Parliamo invece del vincitore. Certo, Merkel ha vinto le elezioni, ma il risultato della CDU sarebbe il risultato peggiore dal 1949, mai il partito era andato così male. Anche qui il candidato che è stato presentato dal Partito – ricordando che la Merkel vinse le “primarie” del partito praticamente con un plebiscito, ma pur sempre con il peggior risultato di sempre – ha le sue colpe. Migranti e terrorismo hanno, come già detto, colpito duramente e la cancelliera è stata considerata un po’ troppo debole nell’affrontare i due problemi. No, il vero vincitore è AfD, una formazione che nel 2013 aveva persino fallito nell’arrivare al 5%, la soglia di sbarramento prevista per entrare nel Bundestag e ora dato per il 13.5%.

Due valutazioni sono necessarie: in primo luogo, con simili risultati la formazione di una Grossa Coalizione è pur sempre possibile, ma i suoi effetti non saranno così evidenti. Se i risultati del SPD fossero stati più soddisfacenti, i più avrebbero messo da parte i mal di pancia, specie nel SPD, e avrebbero accettato di stare legati alla CDU: in questo modo si sarebbe formata una maggioranza solida, o quantomeno inattaccabile, che avrebbe garantito un’altra legislatura completa e senza troppe preoccupazioni.

Con i risultati attuali, invece, la Grossa Coalizione CDU-SPD otterrebbe ancora una maggioranza al Bundestag, ma sarebbe una maggioranza risicata e a rischio di scossoni (pur ricordando che i meccanismi di razionalizzazione previsti dal sistema tedesco difficilmente permetterebbero una caduta anticipata del cancellierato). Anche una Piccola Coalizione tra CDU, i liberali e i verdi (la Coalizione “Giamaica”, in quanto se si mettono in fila i colori dei tre partiti si forma la bandiera della Giamaica) non garantirebbe nient’altro che una maggioranza altrettanto risicata.

In secondo luogo, l’AfD. La natura dell’AfD è mutata continuamente: prima partito anti-euro/anti-Europa, ora più partito anti-immigranti/anti-Islam. La sua ascesa è stata prorompente, non senza le sue tensioni interne. Un partito fascista/nazista/cattivo/malvagio, chiamatelo come volete, della cui vittoria ancora una volta si fallisce a capire le ragioni. È la dimostrazione, e qui mi ripeterò sino alla morte, che la vittoria di Trump negli USA non ci ha insegnato nulla e ancora brancoliamo nel buio e tastiamo il nulla davanti a noi in modo non dissimile a quanto fece la flotta americana quando vide scomparire, di fronte a sé, la flotta sovietica a causa della caduta dell’URSS. Una incredulità quasi comica, se non fosse dannatamente seria.

Bene, ma non benissimo. Merkel vince, ma è il peggior risultato di sempre.

Ancora una volta, l’AfD è l’effetto, non la causa. I partiti che non esitiamo a definire populisti/nazisti/altre cose brutte non nascono mai come funghi: sono sintomi di qualcosa che, zitta zitta, stava lavorando sotto. E in Germania, l’ascesa dell’AfD è ancora più difficile da spiegare e contravviene a tutte le regole della “logica” politica a cui eravamo convinti sino a ieri. La Germania non è l’Italia (grazie a Dio), la Germania ha un’economia portentosa e in espansione, dove la disoccupazione è ai minimi storici e si sa, quando le cose vanno bene, la gente non si preoccupa di migranti o altre cose simili. Solitamente gli estremi politici prendono piede quando le cose vanno male. Come spiegare allora l’ascesa dell’AfD?

Si potrebbe inizialmente dire – una premessa importante ma per molti quasi un’epifania – che non tutti coloro che hanno votato AfD sono dei razzisti xenofobi; parte di loro lo sono, ma la maggior parte sono cittadini normali, perché se così non fosse dovremmo ammettere che il 13.5% dei quasi 60 milioni di elettori tedeschi sono nazisti e xenofobi, una cosa non solo non vera, ma semplicemente stupida. I partiti estremi prendono piede quando parte della popolazione si sente lasciata indietro rispetto ad altri e quando vede che altre fasce di “poveri” sono preferite alla propria. I partiti estremi prendono piede quando una parte politica prende posizione per una delle parti coinvolte in una “guerra tra poveri”.

Quando parlo di povertà non mi riferisco solo ad una povertà finanziaria/economica – lo ripeto, la Germania va bene dal punto di vista economico – ma mi riferisco anche a tutte quelle situazione in cui una fascia della popolazione che ha certe esigenze o aspirazioni non trova riscontro nella classe dirigente che, invece, preferisce altre istanze. Piantiamola dunque di dire che Trump ha vinto perché razzista e xenofobo. Trump ha vinto perché Obama si era dimenticato di tutta quella middle-class americana della Rust Belt. In Germania è la stessa cosa: puoi essere pro-immigrati quanto vuoi, ma se dimentichi una fascia dei tuoi cittadini questi non voteranno per te e, anzi, preferiranno chi giura di dare loro un futuro migliore (che poi lo facciano o meno, è tutta un’altra questione). Non è questione di odio (non necessariamente, per lo meno), è una questione di esigenze.

In secondo luogo, il problema delle labels, delle etichette. Sapete una cosa divertente? Sapete che i risultati dell’AfD sono stati superiori alle attese? Perché questo? Colpa dei sondaggi fatti male? Certo che no – o forse, non del tutto – la ragione è un’altra. La gente ha mentito, tutto qui. Chi è stato intervistato sulla sua intenzione di voto probabilmente ha mento dicendo di non voler votare AfD, quando poi in realtà l’ha fatto. Perché? Per non essere etichettato come un “nazista/xenofobo/altre cose cattive”. A nessuno piace essere etichettato. Se agli omosessuali dà fastidio essere etichettati come “froci” o “finocchi” e l’essere omosessuale non è sbagliato, figuriamoci essere etichettati come nazisti/xenofobi. E allora cosa succede? Succede che la gente mente all’intervista, ma poi nel segreto dell’urna – dove nemmeno Dio ti vede – voterà con ancor maggior convinzione AfD.

Il voto si trasforma in voto non di opinione, non di scambio, né altre cose del genere, il voto si trasforma in voto di vendetta. Ma di chi è la colpa, dell’insultatore o dell’insultato? A voi l’ardua sentenza.

Sull’Autore

Nato in uno sperduto comune della provincia pavese nel 1991, ho terminato gli studi magistrali in Economia, Politica ed Istituzioni Internazionali all'Università di Pavia. Mi occupo principalmente di Politica Internazionale e tematiche legate alla Sicurezza internazionale con attenzione particolare al contesto dell'estremo oriente.

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