La cultura fa la differenza (anzi, la moltiplicazione)

Il termine “cultura” è all’ordine del giorno ma viene usato spesso male e a sproposito; negli ultimi anni ha subito un’estensione semantica di grande rilievo, includendo sempre più aspetti e significati differenti. Nonostante questo – o magari proprio per questo – conosciamo poco l’essenza di questo concetto, tanto che anche solo una domanda secca come “che cos’è la cultura?” può risultare di gran lunga spiazzante.

In anni in cui l’incontro-scontro tra culture è tema onnipresente e in continuo loop, tanto da perdere sempre più la sua essenza e i suoi nessi principali, è interessante chiedersi, al di là di ogni contingenza, cosa sia propriamente la cultura. Essendo tangibile l’urgenza e l’esigenza di chiarire le parole che scegliamo per esprimerci, non credo si possa considerare un concetto come dato per assodato o scontato perché da “tutti i giorni”; ritengo invece che, proprio perché usato fino allo stremo, sia da precisare per farlo riemergere dal pantano del troppo ripetuto, del troppo detto.

Cercando la definizione più essenziale e asciutta, riporto quella del dizionario online a cura di E. Olivetti: “Cultura è il complesso delle conoscenze intellettuali e delle nozioni che occorre per la formazione della personalità dell’individuo sul piano intellettuale e morale” e in senso antropologico più stretto “l’insieme delle credenze, tradizioni, norme sociali, conoscenze pratiche, letterarie e scientifiche prodotti, propri di un intero popolo in un determinato periodo storico e il complesso di istituzioni collettive di un gruppo etnico”.

In questo breve scritto cercheremo di andare oltre alla definizione scolastica, avvicinandoci ad altri piani di questo macro-concetto, arduo perché pretende puntigliosità e precisione ma che, al contempo, contiene in sé una vastità di significati in cui è difficile giostrarsi.

Durante i miei studi alla Scuola Superiore ho approfondito un uomo che diede un contributo esemplare all’evoluzione di questo tema, introducendo la teoria della “coscienza collettiva”: si tratta del fondatore della scuola sociologica francese, Émile Durkheim (1858-1917). Egli definì la coscienza collettiva come “l’insieme delle credenze e dei sentimenti comuni alla media dei membri di una società […]. Questo insieme ha una vita propria […] essa non esiste che attraverso i sentimenti e le credenze presenti nelle coscienze individuali […]. Ma evolve secondo leggi proprie” (da La divisione del lavoro sociale, 1893).

L’importanza della coscienza individuale nel processo di formazione della cultura è innegabile ma Durkheim aggiunse un tassello ulteriore: la coscienza collettiva del popolo non si limita ad essere un 1+1+1+1… delle coscienze personali, ma si tratta di molto altro, di un insieme che supera ogni addizione. Le coscienze dei singoli “fondendosi, aggregandosi” danno vita così a una “individualità psichica di tipo nuovo”, che si allontana dalla sua genesi e dall’individuo di partenza.

Della cultura, quindi, probabilmente qualcosa rimarrebbe anche se tutti noi umani ci estinguessimo: questa è sì un prodotto umano, che però si libera dal suo stesso “creatore”, senza più necessità di legame. Questa sua trascendenza rende se stessa mai veramente cancellabile in toto e questo pensiero può rasserenare, in anni in cui si denuncia un incontrollato impoverimento di essa, una perdita delle tradizioni a favore della globalizzazione e della tendenza a un’omologazione pressapochista.

Grandi cambiamenti sono indubbiamente in corso ma, sempre di più, si ha la sensazione che tutti questi movimenti inter-planetari e fisico-geografici non vengano accompagnati da un adeguato cammino spirituale, sociale: questo porta uno squilibrio sempre più accentuato. La dissolvenza dello spirito critico e di una presenza individuale attiva sono un grave problema anche per chi, a parole, è pronto a difendere a spada tratta le proprie radici e le proprie tradizioni contro un additato nemico esterno. Quanto invece ci interroghiamo sulle carenze che ognuno di noi ha nei confronti delle proprie tradizioni, usanze, di questa cultura? C’è vero interesse nel riscoprirla e cercarne la fecondità o ci interessa solo elogiare la sua salma?

Come scrive l’etno-antropologo Ernesto de Martino nella sua opera del 1948 Il mondo magico, la fragilità della presenza e il suo “abdicare” sono opposti alla cultura e al lavoro creativo intrinseco a essa. L’incompatibilità è generata dal fatto che la cultura “implica sempre un modo positivo di contrapporsi della presenza al mondo, e quindi una esperienza, un dramma, un problema” a cui fornire un risultato. C’è chi si consegna davanti al disperdersi della cultura accettando il suo non-esserci e chi va incontro al dramma dell’esperienza per non diventare solo una sagoma labile.

Ecco allora, ognuno di noi dovrebbe capire quanto è disposto a dare per riesumare in sé quella presenza attiva che è lievito madre per una cultura collettiva autonoma. In fondo, come viene detto nel documentario dell’anno 1957 Letter from Siberia di Chris Marker: “Culture is what’s left behind when everyone has gone home”.

Con questo breve articolo non pretendo di aver fornito alcuna spiegazione, anche perché, come scritto prima, mi piace pensare che nessun discorso individuale potrebbe avere la presunzione di com-prendere (il capire completamente presume l’afferrare, il racchiudere, una totalità che mette conclusione) totalmente qualcosa la cui fonte è l’umano ma che va oltre lo stesso, in un respiro che si spande e supera le nostre singole ampiezze.

Efficace è tenere a mente l’etimologia di questa “cultura” (dal latino colere), una provenienza che ci lascia addosso l’immagine dolce ma pragmatica di un materiale da coltivare, da plasmare. Allora accogliamo il rischio della cultura, questo dramma positivo, questo problema stimolante che viene dal mondo; accettiamo che una sua invasione possa cambiarci, modificarci e portarci a un nuovo risultato se ne avremo cura e ne faremo culto.

Sull’Autore

Sono una ragazza romagnola di vent'anni, frequentai in ancor più giovane età il Liceo delle Scienze Umane, lì è nata la mia passione per l'antropologia e la pedagogia. Mi sono trasferita a Budapest questo settembre per (in)seguire un'altra mia passione: il teatro.

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