AfD: l’eloquenza del populismo

L’avanzata del populismo e il rigurgito di forze politiche di estrema destra in Europa appartengono ad un fenomeno decisamente interessante sotto molteplici profili: innanzitutto dal punto di vista politico, ma anche da quello linguistico ed antropologico.

Abbiamo ben presente la retorica del Matteone nazionale, insaccato nelle sue confortevoli felpe ed incline ad augurare un viaggio in barcone a chiunque metta in discussione le sue ardite asserzioni. Matteone ha strategicamente espunto dai suoi slogan altisonanti e gutturali gli insulti ai danni dei meridionali, sorprendente suo nuovo bacino elettorale, per stigmatizzare con ogni mezzo gli immigrati. Il Nostro eroe meneghino è un uomo concreto, rifugge dai sofismi astratti da comunisti da salotto e si abbarbica con le sue robuste e sicure mani da lavoratore padano a concetti concreti: casa, barcone, castrazione, la concretezza stessa, lavoro; con i suoi aficionados si scambia foto di ricette regionali ipercaloriche (che sia polenta taragna valtellinese doc o una terronissima frittura di pesce non importa), gattini e cani, paesaggi (anche del Sud). Inoltre Matteone millanta alti ideali crociati come l’arresto della presunta nuova invasione saracena, la necessità dell’espulsione dei Mori e mette in guardia la sua armata Brancaleone dai pericolosissimi sommovimenti filosovietici che si insinuano in Europa, volti a rovesciare il (dis)ordine costituito.

Queste meravigliose scene da arazzo medievale si sono delineate nella mia mente quando ho sentito i primi commenti da parte degli esponenti del partito populista di estrema destra tedesca, AfD (Alternative für Deutschland), ora terzo partito del Paese, sulle prime proiezioni dei risultati delle elezioni tedesche. Il capolista Alexander Gauland ha muggito “Daremo la caccia alla Signora Merkel o a chiunque altro”. Ha utilizzato proprio il termine jagen, che significa letteralmente “andare a caccia, dare la caccia a qualcuno”.

Il solido programma e il registro linguistico da Reconquista a cui si rifà anche Matteone, caratterizza la frase successiva del portavoce di AfD: “Ci riprenderemo il nostro Paese e il nostro popolo” (“Wir werden uns unser Land und unser Volk zurückholen”). Si noti la cravatta di Gauland, disseminata di cagnolini stilizzati che tanto piacciono anche ai seguaci di Matteo. Gli stivali neri da soldato nazista sono ora démodé.

AfD, analogamente alla Lega Nord, si è distinta sin dalla sua fondazione nel 2013 e naturalmente durante la recente campagna elettorale per i suoi strabilianti slogan e locandine, al pari di un grande classico leghista.

Deambulando qua e là per Berlino e per la Germania in generale, i manifesti elettorali di AfD si stagliano per gli slogan costruttivi e le scelte cromatiche e grafiche dallo spiccato buon gusto.

In questa meravigliosa immagine, tre esemplari di donna tedesca gaudenti in abito goffamente tradizionale e tiara di plastica, innalzano tre calici di vino. Sullo sfondo, un raro cielo teutonico ceruleo e vigneti probabilmente della Valle della Mosella. È un richiamo alla tradizione, al buon vino locale (o quasi). Lo slogan beffardo esibisce una provocazione con tanto di studiata allitterazione: Burqa? Io preferisco il Burgunder!”. Segue l’incitazione “Trau dich, Deutschland!” (“Abbi coraggio, Germania!”la virgola è mia, NdR).

L’allitterazione della b deve essere tanto piaciuta ai Goebbels di AfD che hanno deciso di realizzare un altro manifesto che si avvale di strumenti retorici simili.

Quello a sinistra riprende, come dicevamo, il burqa. Questo funge non solo da dichiarazione di intenti: è anche uno squisito manifesto estetico su più livelli. Burqa? Noi preferiamo il bikini”. Segue il solito “Abbi coraggio, Germania!” (stavolta la virgola non è mia, NdR).

A destra un altro piccolo capolavoro. Altri tre esemplari di donna tedesca in abito tradizionale ammiccano all’osservatore, facendo smorfie e gesti di incoraggiamento. Lo slogan è un attacco al multiculturalismo (noto in Germania come Multikulti) che caratterizza la maggior parte delle città e dei Bundesländer tedeschi – ma decisamente meno quelli orientali, da cui proviene l’elettorato più consistente e fedele di AfD. Varietà multicolore? Ce l’abbiamo già!”. Non c’è bisogno di altre etnie: abbiamo già i bavaresi e i sassoni! Se questo fosse una goliardata per fare dell’ironia spicciola interregionale come accade da noi (genere Casa Surace), si potrebbe quasi ignorare il fenomeno o condividerlo per burlarsi del vicino di casa di Dresda. Invece no: rientra nella propaganda del terzo partito della Germania.

Il prossimo scivola lungo il crinale più spiccatamente neonazista e al contempo riecheggia le brillanti campagne in salsa italica diffuse in occasione del Fertility Day. Una donna visibilmente in attesa rivolge il sorriso smagliante verso l’osservatore, ma il centro del manifesto è il pancione, speranza per il ritorno glorioso della razza ariana: Nuovi tedeschi? Ci pensiamo da soli”.

Quest’ultimo chiude meravigliosamente il cerchio e contiene in nuce tutto ciò di cui i populisti si proclamano paladini difensori: tedeschi (o italiani o, fino a qualche anno fa, padani) lo si è di sangue, non lo si diventa semplicemente nascendo entro i confini della Repubblica Federale, frequentando le scuole tedesche, parlando correntemente la lingua, lavorando sodo e onestamente in Germania, apprezzando gli usi e i costumi di quella che è di fatto l’unica patria o centellinando, di tanto in tanto, un sorso di Burgunder.

Sull’Autore

Sono cresciuta nella provincia lombarda circondata da fantasmi grunge, libri e anziani consiglieri ed educatori; in seguito ho abitato per un paio d'anni nella splendida Bologna per poi spostarmi in Germania. Da anni continuo a cambiar meta per osservare l'umanità, sentire nuovi accenti e perseguire ciò che più amo: l'arte dell'acclimatamento, la scrittura, la musica e il fumetto amatoriale. Dal 2015 insegno tedesco ai profughi e agli immigrati.

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