“Il Piacere” di Jep Gambardella

“Io sono camaleontico, chimerico, incoerente, inconsistente. Qualunque mio sforzo verso l’unità riuscirà sempre vano. Bisogna omai ch’io mi rassegni. La mia legge è in una parola: NUNC.” (Andrea Sperelli, Il Piacere)

“Io sono tre cose. Io sono un seduttore, io sono un bluff, io sono Jep Gambardella. Questa è la mia vita. Ed è niente.” (Jep Gambardella, La Grande Bellezza)

C’era qualcosa, ne La Grande bellezza di Paolo Sorrentino, che mi richiamava a qualcos’altro che non riuscivo a definire, forse distratto dall’oggettivo fascino del film. Solo quando analizzai D’Annunzio capii, ebbi un flash mentale, un connettore che mi riportò a Il Piacere.

Vi spiegherò come il regista del film Paolo Sorrentino abbia letto e riletto il romanzo del Poeta Vate; le presenze di questa lettura si sentono, si vedono e si colgono nel film se visto con attenzione, senza trovare altre spiegazioni generiche di riferimento comune. Inoltre questa presenza dannunziana c’è anche nel romanzo di Sorrentino che fu la base, un preambolo nella sceneggiatura del film.

Il Piacere è uno dei romanzi che fanno da colonna portante della letteratura europea del 1900, il fascino della sua attualità si può vedere nella copertina dell’ultima edizione ristampata degli Oscar Mondadori: un giovane a petto nudo, bendato, in stile bondage con un riferimento a Mr. Grey, protagonista del film 50 sfumature di grigio. La copertina ha prodotto scandalo tra dannunzisti, dannunziani, dannunziofili.

Scritto da D’Annunzio nel 1889, Il Piacere riaccese la letteratura italiana e fu apprezzato da autori come Marcel Proust e James Joyce; La Grande Bellezza, impregnato di modernità, accentuato dalla comparsa di attori di un certo livello, ha riscosso un successo mondiale – per non dire dannunziano – vincendo il premio Oscar come Miglior film straniero. In entrambi i casi il merito è anche dei due protagonisti: Andrea Sperelli  di D’Annunzio e Jep Gambardella di Sorrentino. Vicinissimi come in simbiosi, Gambardella non è altro che Sperelli anziano e viceversa, dopo un secolo circa, in un ambiente appiattito culturalmente, socialmente, economicamente, dalla modernità degli anni 2000.

Si possono osservare da questa prospettiva: entrambi dandy, descritti dai medesimi autori con una decadenza quasi simile; sono scrittori, letterati, i cui romanzi – come L’apparato umano del Gambardella – debbano essere riservati a una cerchia ristretta di persone poiché “incomprensibili” per la “normale” società. Entrambi delusi dalla fine di un grande amore e il loro precipitare nel “vortice della mondanità” (Jep Gambardella, La Grande Bellezza) deriva da questo amore oramai decaduto. Desiderano rivivere questo amore ma, essendo impossibile, si lasciano andare a “vacuità, sciocchezzuole, pettegolezzi“. Perfino nel nome (Elena ed Elisa) le due ragazze hanno una certa assonanza, simile a quella – anche se un po’ ridicola come cosa – che unisce il cognome Gambardella a quello originario di D’Annunzio Rapagnetta. Entrambi arrivano dal Sud per poi affermarsi a Roma. La biografia di Gambardella – il monologo di Jep mentre passeggia sul Lungotevere – “quando arrivai a Roma…” ricorda proprio D’Annunzio quando, anch’egli si trasferì nella capitale.

All’unisono entrambi gli autori descrivono anche il concetto di mondanità, perno attorno a cui ruotano sia il film che il romanzo; lo stesso avviene per la narrazione delle feste e dei dialoghi che sorgono in quelle occasioni. Anche le descrizioni minuziose degli invitati sono simili, colte dai protagonisti con un certo distacco, disgusto. Sperelli prova questa sensazione a una festa in cui gli viene continuamente ripetuto “Love me tonight, Andrew”. Gambardella fa lo stesso, accentuando il suo cinismo, definendo i suoi invitati: “‘Sta fauna”.

Altro aspetto identico è la necessità della nobiltà di risultare colta anche se in realtà non lo è; ecco perché tra un trenino e l’altro si parla di Proust o altro. Andrea Sperelli invece dispensa delle frasi fatte in latino, perché “il latino va di moda”; vi è anche la stessa ritualità nel vestirsi: basta infatti ricordare la descrizione che D’Annunzio fa del vestibolo di Sperelli e quel che dice riguardo alla “firma” sulla Cronaca Bizantina. Non vi sorge in mente nulla? Il discorso che Jep fa al suo vicino di casa in ascensore? Oltre a Roma, i luoghi prediletti sono gli stessi e, non di certo perché sono i più rappresentativi, ma perché vi è un senso più profondo nel descrivere e nel far muovere i loro personaggi proprio lì. Un esempio? La passeggiata che Servillo fa con Sabrina Ferilli è pressoché l’itinerario di Sperelli con Elena Muti. Evidente l’uguaglianza riguardo al buco della serratura del Palazzo dei Cavalieri di Malta, ma anche la centralità di Villa Medici.

Un altro aspetto rivelatore è il rapporto con il mare come fonte di nuova giovinezza. Lo dice Sperelli in convalescenza a Villa Schifanoia, lo ribadisce Sorrentino facendo immergere nel mare un Gambardella di 65 anni per farne uscire uno di 18. C’è poi la nevicata su Roma con la quale doveva concludersi secondo sceneggiatura il film, invece di quell’eccesso ecclesiastico, rovinando il finale di Sorrentino. Anche il rapporto tra sacro e profano è gestito alla stessa maniera: entrambi gli autori giocano con il fatto che negli ambienti mondani frequentati dai loro protagonisti ci sia sempre una presenza sacra, un qualcosa di aulico. Basti osservare la tavolata con il cardinale che parla di ricette in opposizione alla taciturna suora. Al contempo Sperelli utilizza parole evangeliche per descrivere faccende appartenenti alla sfera erotica: “Rosa Linguatica, Vas Spirituale”.

E quando Sorrentino fa recitare a Carlo Verdone un pezzo di teatro, da dove lo prende? Da Le vergini delle rocce di d’Annunzio, unica citazione diretta. Si agita dentro le mura urbane gente nuova? Fuma dalle fenditure di quel suolo un vapor febbrile che odora sul sangue di certi uomini come un filtro producendo una specie di demenza eroica dissimile da ogni altra.
Perché D’Annunzio è sempre stato un paradigmatico (Romano, La Grande BellezzaTu pensi sempre che gli altri siano migliori di te, ma non è così..” (Jep Gambardella)

Rivedendo il film con il romanzo alla mano, vi sono migliaia di dettagli identici sperduti in descrizioni, arredi, dialoghi. Basta solo ciò: “Io sono tre cose. Io sono un seduttore, io sono un bluff, io sono Jep Gambardella”. Andrea Sperelli: “Io sono camaleontico, chimerico, incoerente, inconsistente. Qualunque mio sforzo verso l’unità riuscirà sempre vano. Bisogna ormai ch’io mi rassegni. La mia legge è in una parola: NUNC”. Jep: “Questa è la mia vita. Ed è niente” .

Jep Gambardella, l’Andrea Sperelli del 2000

“Bisogna fare della propria vita come si fa un’opera d’arte. Bisogna che la vita d’un uomo d’intelletto sia opera di lui. La superiorità vera è tutta qui.”

Come già detto prima, l’immersione nella Roma del tempo, i continui riferimenti alla Galleria Borghese, a Piazza Barberini,  lasciano al lettore la possibilità di immergersi in quegli ambienti démodé, rendendosi conto che è molto più vicino a oggi di quanto si potesse immaginare. L’accumulare tutti gli oggetti, “oggetti che avevano per lui acquistato qualche cosa della sua sensibilità” (come fa realmente D’Annunzio all’interno del Vittoriale), era un modo di Andrea Sperelli per rendere partecipi tutti coloro che lo circondavano dei propri sentimenti.

“Tutto intorno aveva assunto per lui quella inesprimibile apparenza di vita” (Il Piacere, G. D’Annunzio), tutto era legato al ricordo di lei, come “una fiala che rende dopo anni il profumo dell’essenza che vi fu un giorno contenuta”. Andrea Sperelli sa dimostrarsi nel suo intimo un personaggio estremamente sensibile e in fondo Jep cosa recita? “Ero destinato alla sensibilità. Ero destinato a diventare uno scrittore. Ero destinato a diventare Jep Gambardella”. Si tratta di una sensibilità interiore, che permette di andare oltre le apparenze, segreta, invisibile, nascosta; infatti, anche Jep  saprà piangere, in segreto.

Ma chi è dunque Andrea Sperelli? È un esteta, un nobile romano, un uomo di intelletto educato al culto della Bellezza (La Grande direi). Il protagonista conduce la sua vita “inimitabile” proprio come un’opera d’arte “nascosta sotto il bla bla bla bla bla. È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore. Il silenzio e il sentimento. L’emozione e la paura. Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza.” Entrambi recitano la parte del superuomo, un uomo “avido di piacere e d’amore”, in continuo contrapporsi tra essere e apparire; tramite dei flashback tornano continuamente alla loro storia d’amore, l’unica cosa che desterà l’animo cinico e freddo dei due protagonisti. Elena (come l’Elisa di Jep) è però una donna che non sa restare, “che voleva spezzare l’incanto”. Lasciando così una sorta di malinconia indefinibile che spingerà – in entrambi i casi – a nuove avventure amorose, esperienze mondane, compagnie superficiali.

Il suo grande amore alla fine resterà Roma, dove “v’è raccolta come un’essenza in un vaso, tutta la sovrana dolcezza di Roma” (Il Piacere). La Roma di Sperelli sembra essere la stessa del Gambardella: la terrazza di Jep può essere appaiata alla sala da pranzo della contessa, dove si discute con amici che sembrano essere “tutti sull’orlo della disperazione, non abbiamo altro rimedio che guardarci in faccia, farci compagnia, prenderci un po’ in giro” (Jep Gambardella), perché in fondo ciò che nutre l’animo di un uomo è impercettibile e va ricercato molto in profondità, come già citato sopra.

Ci si ritrova soli alla ricerca di un piacere o di una bellezza inarrivabili. Tutto ciò, riporta inevitabilmente alla crisi sociale e morale della società aristocratica ottocentesca o della società moderna del 2000? L’obiettivo di Sperelli è quello di entrare in quel mondo aristocratico, tanto criticato ma allo stesso tempo affascinante e farne parte, ma non da personaggio secondario, bensì esserne il fulcro: tutti devono parlare di lui, in qualsiasi modo, proprio come Jep: “volevo diventare il re dei mondani. Io non volevo solo partecipare alle feste, io volevo avere il potere di farle fallire”.

Il piacere è la grande bellezza, ma cos’è realmente alla fine? Cosa si cela di così aulico dietro questa bellezza? Una terrazza che si affaccia sul Colosseo? Si finisce per contemplare l’eternità e sentire la grande bellezza scorrere dentro, in un miscuglio di emozioni interiori che si contraddicono tra di loro. Non rimane che sospirare e pensare: cos’è, veramente… la grande bellezza?

Sull’Autore

Appassionato di cinema, letteratura, musica e tutto ciò che è cultura. Affamato di sapere. Cerco la precisione in ogni dove, sono i dettagli che fanno la differenza. Spero di scrivere per lavoro un giorno, nel frattempo, scrivo per passione.

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