Ostello Europa: la classe disagiata, il welfare, il cerchiobottismo

Quella che dalle premesse sembra una classica barzelletta inizia così.

Ci sono un italiano, un francese e un algerino.

L’italiano sarei io, tipico esponente della classe disagiata eschatoniana, studente Erasmus in cerca di casa a Parigi, alloggiato nel frattempo in una stanza da tre in un ostello della gioventù. E nella stanza insieme a me, questa notte, ci sono per l’appunto due ragazzi. L’algerino lo conosco già, ci siamo incontrati nel pomeriggio. È anche lui in cerca di una casa perché quest’anno inizierà un Master in qualcosa che ha a che fare con l’ingegneria informatica in zona Saint-Denis. Del francese non so molto, dice che è nato in Africa – non specifica il Paese – e a quanto pare ne sa molto dei vari governi africani: sa, per dire, a quanto ammontano le voci di spesa in armi e in finanziamenti all’esercito di buona parte delle nazioni africane e giura che sono esorbitanti in proporzione a quelle in welfare. Impossibilitato al fact-checking, scelgo di credergli: telefono in carica e troppo lontano.

La discussione parte dall’immediato, dalla necessità del momento: trovare casa a Parigi è tutt’altro che facile. Il francese sembra saperla lunga, ci dà un paio di dritte e noi fingiamo di non averle già ricevute più o meno da chiunque (In sintesi: “lasciate ogni speranza o voi ch’intrate”).

A un certo punto finiamo a parlare di aiuti statali. In Francia lo Stato mette a disposizione degli studenti – e di altre fasce che ne possano avere bisogno – delle agevolazioni per la casa. Tu prendi una stanza in affitto (a prezzi che – è tutto dire – fanno rimpiangere Bologna) e lo Stato ti dà la possibilità (anche se sei uno studente straniero) di chiedere un rimborso.

Bene, a sentire il francese, I FRANCESI NON LO CHIEDONO.

Almeno questa è la sua opinione, fondata, dice, sul fatto di aver lavorato abbastanza a lungo per l’ente che questi aiuti statali li fornisce, la CAF (Caisse d’Allocation Familiale). Quando l’algerino gli chiede perché crede che i francesi si comportino così e scelgano di non far domanda per quella che per loro sarebbe una gran comodità, lui ipotizza che possa essere legato al fatto che come popolo loro sono “très très fiers” (fieri, sì, ma soprattutto, orgogliosi) e non possono sopportare l’idea di pesare sullo Stato.

Ed è qui che i miei sensi di italiano scattano.

Il francese sostiene addirittura di conoscere molta gente che piuttosto che richiedere aiuto allo Stato preferisce chiedere l’elemosina: a quanto pare, suggerisce l’algerino, forse la carità diretta sembra a loro più “degna” e contro-intuitivamente meno umiliante che non la “carità sociale indiretta” (leggasi l’assistenzialismo) dello Stato. Sarebbe a dire che se qualcuno ti getta venti eurocents nel cappello fuori da un supermarché è quantomeno lui, di persona, a scegliere di darteli, cosa che invece non è nel caso degli aiuti di Stato.

E qui, mentre cerco di conciliare questa informazione con il mio punto di vista italocentrico per cui tutto questo suona non assurdo, di più, e catalogo automaticamente la cosa come improbabile, interviene l’algerino, spostando l’attenzione sul suo Paese, forse facendo lo stesso ragionamento che sto facendo io, ma portandolo all’estremo.

Conosce molta gente, dice, in Algeria, che questi aiuti sociali invece li sfrutta all’inverosimile. Anzi, crede piuttosto che, se non ci fossero le pensioni delle madri, molti sarebbero maggiormente invogliati a trovare lavoro e a darsi da fare. Anzi, aggiunge, so di molta gente che se n’è andata dall’Algeria e ora vive in Inghilterra solo grazie ai 600 pound della disoccupazione.

Fake news, lo liquida il francese, che ne parlava giusto l’altro giorno con una signora e le spiegava questa stessa cosa applicata, con diverse cifre, alla Francia. E le diceva “Signora, lei sa quanto costa l’affitto di una casa? Crede che gli ausili statali sarebbero sufficienti per sopravvivere e pagare l’affitto?” In Inghilterra poi non ne parliamo. Ricordo di un amico che viveva a East End in una casa condivisa e spendeva 800 pound al mese, figuriamoci sopravvivere con 600. Quelli che sostengono di vivere della disoccupazione fanno i grandi con gli amici, ma probabilmente hanno altre entrate in nero se vai a ben vedere, dice.

La discussione prosegue, virano sull’Africa. L’algerino sostiene che dovrebbe esserci meno aiuto da parte dello Stato e anche da parte delle famiglie. Il francese dice che no, la solidarietà familiare in Africa è importantissima e andrebbe piuttosto incentivata e supportata.

E mentre questa interessante discussione welfare-sì-welfare-no tra un esponente del Nord del mondo che la pensa come dovrebbe pensarla uno del Sud e uno del Sud che la vede come dovrebbe vederla uno del Nord, io, rinomato campione di una peculiarità tutta italiana chiamata “cerchiobottismo” mi limito a un:

“Penso che in realtà nessuno di voi abbia del tutto torto o del tutto ragione. C’est très très compliqué” Chiudo gli occhi e non ci penso più.

Sull’Autore

Nasco a Como nel '92, parto per Bologna a studiare Lingue nel 2011 e, con la testa almeno, non la lascio più. Al momento vivo a Parigi, dove perfeziono lo studio dei dialetti arabi orientali. Seguo particolarmente le vicende politiche francesi, maghrebine e mediorientali. Ascolto di tutto, mangio di tutto, leggo di tutto, vedo di tutto. Sono un bulimico della narrazione.

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