La televisione ha ancora qualcosa da offrire?

Domenica 3 e lunedì 4 settembre Canale 5 ha mandato in televisione Titanic in due parti, il kolossal di James Cameron che rese celebre Leonardo Di Caprio. La trasmissione del film “ha totalizzato 2 milioni e 270mila telespettatori, uno share del 12,64% nella prima serata e oltre 3 milioni di spettatori pari al 14,2% di share nella seconda” riporta La Repubblica in un articolo del 5 settembre 2017.


Nell’apprenderlo mi è sorta spontanea una domanda: perché scegliere di vedere un lungometraggio in due tranches, inframezzato da miriadi di stacchi pubblicitari, quando si potrebbe vederlo comodamente in blu-ray, dvd, su Sky, Netflix, Infinity o persino su internet – grazie al caro vecchio streaming (pur sorvolando, in questa sede, sulla sua presunta comodità e sulla non legalità)?

Eppure, domenica e lunedì sera su Twitter e Facebook l’hashtag #Titanic andava per la maggiore: tutti a commentarlo, ansiosi di far sapere che lo stavano guardando.
Una spiegazione a questo fenomeno potrebbe essere la seguente: c’è un ancestrale bisogno di “stare assieme”, in questo caso virtualmente e davanti allo schermo televisivo, guardando alla stessa ora la medesima trasmissione e condividendo – sempre a livello virtuale – quest’esperienza.

Dagli anni ‘60 ai primi anni 2000 la televisione ha sempre avuto questa potente forza di aggregazione: penso ai miei genitori che raccontano della magia del Carosello e dei grandi quiz condotti da Mike Bongiorno, che tenevano i telespettatori incollati allo schermo.


In tedesco ci sono due vocaboli, fernsehen e Fernseher: il primo è un verbo e significa “guardare la televisione”, il secondo è un sostantivo e indica l’apparecchio televisivo. Ecco, negli ultimi anni la TV è forse più Fernseher, ossia uno strumento fisico al quale attaccare il decoder o col quale collegarsi a internet trasmettendo ciò che si desidera.

Oggi possiamo guardare ciò che vogliamo, quando e dove vogliamo. Netflix e i suoi binge watching ci insegna a fare indigestione di serie TV e film e si è portati a pensare che, a causa di questi noti servizi di streaming, la TV sia diventata obsoleta e che non le siano rimaste molte cartucce da sparare. Ma i milioni di telespettatori che nelle scorse serate hanno visto Titanic dimostrano che il fascino retrò del fernsehen, del guardare la TV accettando di essere in suo potere, sorbendosi le pubblicità e gli orari decisi dal palinsesto, è ancora vivo.

La TV è ancora in grado di offrire qualcosa di unico: la possibilità di guardare lo stesso programma contemporaneamente, sentendosi parte di un qualcosa, di una sorta di comunità; un sentimento che viene accentuato dai social network. La gente segue in massa non solo Titanic (fenomeno in realtà isolato), ma anche e soprattutto le Olimpiadi, Sanremo, X-Factor, gli Oscar, i matrimoni reali e i funerali celebri e via dicendo, in tempo reale ne scrive su Twitter o Facebook leggendo al contempo le opinioni in merito degli altri telespettatori.

Qualcosa che fino a una decina di anni fa non era possibile fare. È forse, questo, l’ultimo canto del cigno della TV intesa come fernsehen? Lo scopriremo, di certo, solo vivendo.

Sull’Autore

Classe 1987. Sono nata e vivo a Gorizia, ho conseguito la laurea magistrale in Filosofia presso l’Università degli Studi di Trieste nel 2015. Collaboro con le riviste “Charta sporca” (per la quale scrivo recensioni di film e articoli su tematiche filosofiche), “Friuli Sera” (dove analizzo opere di Street Poetry e Street Art nella rubrica “Poesia di strada”) e con “La Chiave di Sophia”. In passato ho scritto per due quotidiani locali, “Il Piccolo” e “Il Messaggero Veneto” di Gorizia. A maggio 2017 la casa editrice Historica ha pubblicato il mio racconto “Imago” nell’antologia “Racconti friulani-giuliani” e di recente è stato pubblicato un mio saggio su “Esercizi filosofici”. Le mie passioni sono la scrittura, la filosofia, il cinema, i libri e l’insegnamento.

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