Per la Libia si passa dall’Egitto: l’Italia “sacrifica” Regeni per rincorrere Parigi

Ad oltre un anno e mezzo dall’omicidio ancora irrisolto di Giulio Regeni, i rapporti diplomatici tra Italia ed Egitto tornano sotto i riflettori: un nuovo ambasciatore atterrerà presto a Il Cairo, infatti, dopo che l’allora governo Renzi richiamò il proprio rappresentate a causa della scarsa disponibilità delle autorità locali a collaborare alle indagini. Nonostante questo delicato caso sia ancora aperto, soprattutto grazie alla famiglia del giovane ricercatore che ha tenuto alta l’attenzione mediatica, la scelta della Farnesina non appare strettamente legata a tutto ciò.

La famiglia di Giulio Regeni con lo striscione di Amnesty International, per chiedere verità sulla sua morte (Credits: Facebook)

Come se non fosse bastata questa notizia per riaccendere le polemiche contro il governo italiano, giusto il giorno dopo del suo annuncio è arrivata una nuova rivelazione: secondo Declan Walsh, corrispondente del New York Times Magazine dall’Egitto, ad un certo punto gli 007 americani passarono al governo italiano alcune informazioni che dimostravano il coinvolgimento di funzionari dei servizi di sicurezza egiziani nel rapimento e nell’uccisione di Regeni. Il che ormai non sorprende nessuno e fin dai primi tempi l’ipotesi prese piede, soprattutto dopo le assurde ricostruzioni degli stessi egiziani sulla tragica fine del ragazzo. Ad esempio quella secondo cui erano stati dei comuni rapinatori ad eliminarlo, tenendosi poi in casa i suoi documenti.

Dopo alcuni mesi, finalmente dall’altra parte del Mediterraneo arrivò la conferma ufficiale che lo studente friulano era stato indagato dalla polizia locale, nonostante la stessa l’avesse smentito fino ad allora. Cosa effettivamente gli USA abbiano passato all’Italia non è però specificato, come ha sottolineato Il Post: “In realtà – si legge nell’articolo – non è chiaro se siano stati o meno trasmessi ‘elementi di fatto’: dalla ricostruzione di Welsh sappiamo però che gli Stati Uniti non condivisero tutte le informazioni in loro possesso, per evitare di bruciare la loro fonte”. Per ora, Roma non ha ancora commentato ufficialmente le rivelazioni, “se non tramite ‘fonti’ citate dalle agenzie di stampa” come riporta il Corriere della Sera, secondo le quali non sarebbero mai arrivati dalla Casa Bianca “elementi di fatto, né tantomeno prove esplosive”.

La presenza dell’ENI in Libia: la questione libica è uno dei motivi principali per cui l’ambasciatore italiano è tornato in Egitto

Abbiamo anticipato in apertura del pezzo che l’invio del nuovo diplomatico al Cairo, Giampaolo Cantini, non dipende così strettamente dalle indagini ancora in corso. La questione ancora più scottante sul piatto è infatti quella della Libia, che come ormai tutti sanno è divisa in tre: a ovest la Tripolitania, guidata da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU; a est la Cirenaica, con a capo il Generale Khalifa Belqasim Haftar, sostenuta da Egitto e Russia; al centro-sud, infine, il desertico Fezzan abitato per lo più da tribù berbere. In questa gigantesca “scatola di sabbia”, andata in frantumi dopo la caduta di Gheddafi nel 2011, sono però sparsi (soprattutto in Cirenaica e nel Fezzan) i pozzi di petrolio e di gas naturale dell’ENI, mentre le due raffinerie più produttive sono Raf Lanuf (220 mila barili estratti al giorno) e Tripoli (120 mila).

Se però i rapporti tra Roma e Tripoli sono positivi, come testimonia il recente accordo bilaterale per cui le autorità italiane hanno intensificato la collaborazione con la guardia costiera libica, è invece con Tobruk che si registrano dei problemi. E non da poco, poiché Haftar stesso ha duramente criticato la presenza di navi italiane nelle acque libiche: “(…) Non posso dunque che confermare che qualsiasi nave militare italiana o di qualsiasi altro Paese che entrerà nelle nostre acque senza la nostra autorizzazione verrà bombardata dalle nostre forze”, ha dichiarato al Corriere. Eppure il Generale era così sorridente a fine luglio, durante il vertice triangolare a La Celle-Saint-Cloud, vicino Parigi, tra lui, al Sarraj e Macron.

Da sinistra a destra: al Sarraj, Macron e Haftar (Credits: Le tchadanthropus-tribune/ Facebook)

Quell’incontro non dev’essere stata una bella sorpresa per Gentiloni, Alfano e Minniti, visti i loro sforzi per fare dell’Italia l’interlocutore di riferimento. Un ruolo essenziale, poiché è proprio dalla Libia che partono i barconi diretti verso i nostri porti. Le risposte dell’Unione Europea alle richieste di Roma non sono state positive – complice anche il fatto che l’allora governo Renzi acconsentì a tutti gli sbarchi sulle proprie coste, con l’avvio dell’operazione Triton nel 2014. Parigi non è però rimasta a guardare, tant’è che già Hollande ad aprile dell’anno scorso firmò con al-Sisi una trentina di accordi, tra cui una commessa militare da oltre 1 miliardo di dollari: un “matrimonio” benedetto dall’Arabia Saudita e duramente criticato dal New York Times, proprio in relazione all’omicidio di Regeni. Roma non poté dire nulla, poiché al Cairo non c’era più.

Il testimone dell’ormai ex Presidente socialista è stato quindi raccolto dal suo ex Ministro dell’Economia, che sarebbe uscito dal governo da lì a pochi mesi. Gli interessi francesi in Africa rimangono quindi invariati e, anzi, accarezzano l’ambizione antica dei transalpini di espandere la propria influenza secondo direttrici “orizzontali” (al contrario di quanto puntavano gli Inglesi nell’800, che invece sognavano una ferrovia che collegasse l’Egitto e il Sudafrica, quindi in verticale). Leggendo i recenti sviluppi sotto questa lente, assume più chiarezza anche la trattativa sui cantieri navali Stx France, che dovevano essere acquistati da Fincantieri ma che invece sono stati nazionalizzati da Parigi. Macron ha in programma un riarmo navale? Il Mediterraneo potrebbe diventare presto troppo piccolo da spartire per l’ex banchiere di Amiens.

Per approfondire:

Giulio Regeni non c’entra, il governo dica chiaramente perché rimanda l’ambasciatore in Egitto (Il Fatto Quotidiano)

Il rafforzamento del Generale Haftar in Libia (Ce.Si.)

Why Was an Italian Graduate Student Tortured and Murdered in Egypt? (The New York Times Magazine)

Sull’Autore

Nato in Friuli nel 1995, vivo e studio a Gorizia, dove seguo il corso di laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche dell'Università di Trieste. La passione per il giornalismo nasce al liceo, subito dopo quella per il calcio mi porta a diventare arbitro. Collaboro anche con Sconfinare e Messaggero Veneto.

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