Land of army, la regione più militarizzata d’Italia

Città nelle città. Anzi, le prime molto spesso sono più grandi delle seconde: le caserme sono una presenza costante in Friuli Venezia Giulia, la regione più militarizzata d’Italia, dislocate in buona parte in Comuni che raggiungono al massimo i 5mila abitanti. Il perché della loro presenza è nella storia di questa terra: confine tra Impero asburgico e Regno sabaudo fino al 1918, tra Occidente capitalista e Jugoslavia comunista fino agli anni ’80/’90.

Mappatura della regione Friuli Venezia Giulia in vase alla presenza di ex caserme (Credits: Corde Architetti Associati)

Mappatura della regione Friuli Venezia Giulia in base alla presenza di ex caserme (Credits: Corde Architetti Associati)

Sulle cause del degrado di centinaia di strutture, invece, regna il silenzio più funebre. Dalle indagini svolte dalla Procura militare di Padova nel 2006, si è scoperto che sono 407 i siti ceduti o ancora in possesso del Demanio Militare, di cui 248 mappati dallo studio veneziano Corde Architetti Associati e raccontati nel progetto-documentario Un paese di primule e caserme; i 159 siti rimanenti sono tutt’ora sconosciuti in quanto ancora sotto il controllo diretto dell’Esercito.

È un quadro poco chiaro” ci racconta Alessandro Santarossa dello studio Corde, “si va dalla piccola caserma alla ‘città militare’”. Dagli anni ’60, l’1,3% della superficie regionale, pari a 103km², è occupata da edifici e postazioni militari, tanto da arrivare a servitù militari di vario tipo che occupano metà della regione.

Tutto questo, infatti, significa 400 siti dismessi dalla fine della Guerra Fredda a oggi, in pratica da quando la minaccia comunista ha smesso di opprimere l’Europa Occidentale e il Nordest italiano. Si iniziò cedere parte del Demanio Militare solo dal 2001: in pratica si è passata la “patata bollente” agli enti locali, a poca distanza dalla crisi economica che ancora oggi attanaglia i bilanci dei Comuni.

Caserma "G. Degano", Palazzolo dello Stella, Udine (Credits: Caserme Abbandonate/ Facebook)

Caserma “G. Degano”, Palazzolo dello Stella, Udine (Credits: Caserme Abbandonate/ Facebook)

L’architetto ci spiega che, attualmente, un quarto dei siti è recuperabile. Il resto è più conveniente abbatterlo che ripararlo, mentre l’80% è pronto a essere ri-digerito dalla natura. Basta passare in macchina per una qualsiasi strada friulana, infatti, per notare come questi edifici siano stati risucchiati da una natura lasciata indomita, che cresce senza più freni. Santarossa non vede in questo, però, una causa inquinante, anche se sono ancora da approfondire studi su eventuali materiali ancora presenti all’interno e pericolosi per l’ambiente, come l’amianto.

Sono una cinquantina i posti riconvertiti almeno parzialmente, come a Cormons (vicino Gorizia) e ad Arzene (Pordenone), dove l’amministrazione locale ha ridato alla cittadinanza una parte del paese sottrattagli da decenni. Lo si è fatto andando a vedere le reali necessità delle persone e prendendo in considerazione chi aveva bisogno di luoghi per lavorare o vivere a canoni bassi, in modo che loro stessi potessero contribuire al cambiamento. Tanto lavoro è ancora da fare, a partire dalle aree ancora sotto il Demanio ma comunque inutilizzate perché “non si sa mai”, come hanno risposto le autorità competenti a Santarossa quando ha chiesto spiegazioni.

L’uso più probabile a cui le caserme possono andare incontro, rimanendo sotto l’Esercito, è per l’accoglienza di richiedenti asilo, in quanto furono progettate per una possibile guerra diversa da come la conosciamo oggi. Con loro, poi, ci sono tutta una serie d’infrastrutture, pari al 12% del totale, riutilizzabili per auto e treni: opportunità che aspettano di essere sfruttate da chi oserà progettare il futuro senza più limitarsi ad aspettarlo.

Ingresso della caserma Cavarzerani, a Udine, oggi riadattata per l'accoglienza di richiedenti asilo (Credits: Foto Petrussi, 2015/ Facebook)

Ingresso della caserma Cavarzerani, a Udine, oggi riaperta per l’accoglienza di richiedenti asilo (Credits: Foto Petrussi, 2015/ Facebook)

Per approfondire:
Ex caserme, le mele avvelenate che non sappiamo come riusare (Linkiesta)

Sull’Autore

Nato in Friuli nel 1995, vivo e studio a Gorizia, dove seguo il corso di laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche dell'Università di Trieste. La passione per il giornalismo nasce al liceo, subito dopo quella per il calcio mi porta a diventare arbitro. Collaboro anche con Sconfinare e Messaggero Veneto, per MdC sono il Caporedattore della sezione Società e Diritti.

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