Contrada innocente, Stato colpevole

Bruno Contrada non è colpevole: la Cassazione revoca la condanna per concorso esterno in associazione mafiosa inflitta all’ex capo della squadra mobile di Palermo. Nel 2015 la Corte Europea dei diritti dell’uomo aveva stabilito che Contrada non avrebbe dovuto essere condannato perché all’epoca dei fatti contestati il reato di concorso esterno in associazione mafiosa non era sufficientemente chiaro né prevedibile. Senza la prevedibilità del reato non può esserci condanna. Oggi la Cassazione pare aderire all’impostazione dei giudici europei e dichiara la condanna “ineseguibile ed improduttiva di effetti penali”.

La vicenda Contrada inizia da lontano: dirigente del SISDE dal 1986, l’ex funzionario di polizia conduce numerose operazioni contro Cosa Nostra ma, allo stesso tempo, viene accusato di favorirla. Testimonianze di questa “doppia attività” giungono dai principali pentiti di mafia, da Gaspare Mutolo a Tommaso Buscetta. Contrada avrebbe passato alla mafia informazioni riservate sull’attività della polizia, agevolato la latitanza di Totò Riina, intrattenuto rapporti con Michele Greco, il capo della Commissione di Cosa Nostra. L’arresto arriva alla fine del 1992, quando l’eco delle bombe di Capaci e Via D’Amelio non si è ancora spento. Nel 2007 la condanna definitiva a dieci anni, finita di scontare nel 2012. Se quindi la pronuncia della Cassazione non ha grandi effetti pratici, ha tuttavia un altissimo valore simbolico: rischia di essere un precedente che altri condannati illustri potranno utilizzare per riottenere la libertà.

Occorre subito precisare come né la Cassazione né la Corte Europea abbiano negato i legami ambigui e criminosi che legavano Contrada a Cosa Nostra. I fatti commessi dall’ex dirigente del SISDE non sono in discussione. La ragione che ha portato alla cancellazione della sua condanna è esclusivamente giuridica e, pertanto, merita di essere approfondita.

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L’ex funzionario di polizia Bruno Contrada condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. All’indomani della revoca della sua condanna ha dichiarato di non aver mai perso il suo onore.

Secondo uno dei principi cardine del diritto penale moderno, nessuno può essere condannato per un fatto che la legge non considera reato. Si tratta del brocardo “nulla poena sine lege”, codificato all’articolo 25 della nostra Costituzione e all’articolo 7 della Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo e considerato la base delle garanzie del cittadino di fronte al potere punitivo dello Stato. In forza di tale principio, soltanto un fatto descritto dalla legge come reato potrà essere sanzionato con il carcere. Non importa quanto una condotta sia grave o devastante per l’individuo o la comunità, se la legge non la considera reato non potrà essere punita. Un esempio concreto: fino alla recente approvazione della legge sulla tortura, tale reato non era disciplinato nel nostro Paese. Pratiche crudeli come l’annegamento simulato o l’elettroshock potevano essere punite al massimo come lesioni personali: un reato per cui è prevista una pena abbastanza breve e destinato, in un ordinamento processuale congestionato come il nostro, alla prescrizione.

La legge che deve regolare il reato può essere solamente un atto proveniente dal Parlamento; i regolamenti della pubblica amministrazione o le sentenze di un giudice, fosse anche l’autorevole Corte di Cassazione, sono esclusi. La ragione di tale principio è semplice: il compito di punire un fatto come reato può essere affidato solo al Parlamento, unico organo democraticamente eletto dai cittadini. Il principio appena descritto ha un’importante conseguenza: la legge incriminatrice deve entrare in vigore prima del fatto commesso. Solo in tal modo il cittadino sarà messo nelle condizioni distinguere  ciò che è lecito da ciò che è reato e potrà essere consapevole delle conseguenze delle sue azioni.

L’applicazione del principio “nulla poena sine lege” comporta, tuttavia, alcuni inconvenienti. Per comprenderli possiamo ricorrere di nuovo a un esempio concreto. Il comportamento di chi fa il “palo” controllando che non arrivi la polizia durante una rapina non è una condotta descritta nel reato di furto e pertanto non sarebbe punibile. Il suo assoggettamento alla legge penale è possibile solo grazie alle norme sul concorso di persone nel reato. Grazie a tali norme, coloro che collaborano al compimento del reato con comportamenti di per sé leciti possono essere puniti. Il concorso di persone nel reato consente alle maglie della giustizia di estendersi ai “mandanti”, ai “basisti”, a tutti coloro, insomma, che delinquono senza sporcarsi le mani.

Per rispettare il principio di legalità le norme sul concorso devono essere applicate con estrema cautela, pertanto si è sempre discussa la loro applicabilità ai reati associativi. Con tali delitti, quali la banda armata o l’associazione per delinquere, il legislatore sanziona come reato il concorso stesso. L’organizzazione e la partecipazione ad una associazione avente finalità criminali non è altro che una forma di concorso permanente, sanzionata per l’allarme sociale che genera e a prescindere dal concreto compimento dei crimini programmati. Applicare le norme sul concorso a reati che già sanzionano un concorso significherebbe ampliare i confini della punibilità oltre i limiti stabiliti dal legislatore.

Il problema del concorso nei reati associativi esce dalle torri d’avorio del diritto nel 1982, quando viene introdotto il reato di associazione mafiosa. I magistrati si accorgono subito che la criminalità mafiosa trae la propria linfa vitale non solo dai suoi associati ma anche dalle connivenze del mondo dell’imprenditoria e della politica. Gente apparentemente per bene, che non entra mai a far parte della mafia, ma si limita ad aiutarla dall’esterno, pilotando appalti, depistando indagini, intascando soldi per oliare gli ingranaggi dello Stato. Gente che non si sporca le mani ma non è per questo meno dannosa del mafioso “coppola e lupara”. L’unica strada per punire queste persone è l’utilizzo delle norme sul concorso.

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Professionisti al servizio della mafia: nel 2015 la rivista S dedica un ampio approfondimento ai “colletti bianchi”: coloro che, senza sporcarsi le mani, si adoperano per consentire al crimine mafioso di prosperare.

Ma su questo punto i giudici si dividono. Secondo una parte della giurisprudenza il confine fra l’associato mafioso e il concorrente esterno sono troppo labili. In entrambi i casi si sarebbe di fronte a una persona che ha permesso l’esistenza e la crescita di un’organizzazione criminale: non si potrebbe quindi ammettere l’esistenza di una figura criminale incerta, pena la violazione del citato principio di legalità. Altri giudici, invece, ritengono che solo riconoscendo il concorso esterno si potrà impedire che le condotte dei “colletti bianchi” rimangano impunite.

Nel 1994, all’indomani delle  stragi di Cosa Nostra, arriva la svolta. Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione ritengono ammissibile il concorso esterno in associazione mafiosa. Con un pregevole sforzo interpretativo, i supremi giudici distinguono l’associato dal concorrente. Il primo è colui che fa parte stabilmente del sodalizio mafioso, mentre il secondo è colui che, pur non essendo membro dell’organizzazione criminale, contribuisce a conservarla o a rafforzarla. Da allora la giurisprudenza si è mantenuta lungo la linea inaugurata nel ’94, precisando ulteriormente alcuni elementi del reato nel 2003 e nel 2005.

Il punto cruciale della vicenda Contrada è data dal fatto che l’ex funzionario di polizia ha commesso il reato fra la fine degli anni Settanta e la fine degli anni Ottanta, in un periodo in cui l’incertezza sull’ammissibilità del concorso esterno in associazione mafiosa era massima. Pertanto, non essendo chiara l’esistenza del reato al momento della sua consumazione, punire Contrada avrebbe significato violare quel principio del “nulla poena sine lege” da cui siamo partiti nella nostra analisi. Questo è il ragionamento seguito dalla Corte Europea.

Tuttavia, parlare di violazione del principio di legalità, significa attribuire alla pronuncia della Cassazione del ’94 un valore analogo a quello della legge. Nel 1994, al contrario, non è stato introdotto alcun reato: i supremi giudici hanno semplicemente ritenuto ammissibile il concorso esterno interpretando le norme vigenti. Norme, fra l’altro, entrate in vigore prima dei fatti commessi da Contrada: il reato di associazione mafiosa introdotto nel 1982 e le disposizioni sul concorso di persone nel reato risalenti al 1930, anno di redazione del codice penale. L’interpretazione di un giudice è qualcosa di molto diverso dalla legge perché si estende sia alle condotte future che alle condotte passate, laddove la legge “non dispone che per l’avvenire”.

Un clamoroso errore giudiziario dunque? Rispondere con un sì è una forte tentazione, ma allo stesso tempo un comodo alibi, perché dietro ai tortuosi ragionamenti dei giudici si cela una grande colpa: quella del legislatore. Un legislatore che, in un Paese in cui l’economia è spesso ostaggio della criminalità mafiosa, non si è preoccupato di punire chi condanna la mafia a parole ma dietro le quinte la alimenta con il proprio operato. Un obiettivo raggiungibile con l’introduzione per legge del reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Evitando in tal modo l’ennesima opera di supplenza dei giudici, con gli inevitabili errori che chi svolge compiti delicati può commettere. Errori che possono restituire l’innocenza a chi ha perso il diritto di meritarla.

Sull’Autore

Nato nel 1991 a Milano, vivo e studio a Torino. Laureato in Giurisprudenza con il massimo dei voti, le mie più grandi passioni sono il giornalismo e il diritto. Recito da quasi dieci anni in una compagnia teatrale portando in scena commedie divertenti, ma anche spettacoli che fanno riflettere. Mi interesso di politica, cultura, spettacolo e molto altro ancora.

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