Al Charlie’s Army non affiderei nemmeno un cane

Finalmente è finita. Finalmente le luci della ribalta mediatica, insieme a quelle ospedaliere, fredde e chirurgiche, si sono spente per il piccolo Charlie Gard. Continueranno ancora a lungo per la sua famiglia, che da diversi mesi si trova ormai al centro di un vortice di opinionismo, tweet, sentenze giuridiche e pensieri da uomo della strada: un vortice di una tale portata da lasciarli, insieme alla morte del loro unico figlio, spossati e senza più energie.

Per Charlie finalmente è finita, ma è finita molto prima della sentenza del tribunale che imponeva di applicare il principio del “child’s best interest” e sospendere l’accanimento terapeutico. Per quel bambino la vita era finita già a poche settimane, quando aveva iniziato a manifestare i sintomi della sua rarissima malattia, e la natura ci aveva messo una pietra sopra quando l’encefalopatia che l’aveva colpito aveva reso impossibile far regredire il processo di morte che era stato previsto per lui fin dalla sua nascita. La natura, Dio o chi per loro, aveva deciso che quel bambino non doveva vivere. Per quanto paffuto, bello e tenero potesse essere, il suo destino era spegnersi prima di raggiungere l’anno di vita. Per lui sarebbe potuta andare diversamente: nascere sano, crescere sbucciandosi le ginocchia e vedere gli ospedali solo per farsi togliere le tonsille, come tutti i bambini. Sarebbe potuta andare diversamente ancora: nascere malato, crescere attaccato a mille tubi e in preda a sofferenze che i medici hanno constatato essere “indicibili”, perdere la capacità di respirare autonomamente, ingoiare, muoversi, vedere, sentire. Andarsene però soffrendo il meno possibile, non privato della sua piccola dignità, nel silenzio e nell’amore dei suoi genitori.

Non è andata così. L’egoismo traboccante d’amore dei genitori ha preso il sopravvento sui medici, sui neurologi, sui giudici, sull’opinione pubblica. Si è dipinto questo bambino come un martire, come un condannato in attesa dell’esecuzione, quando un tribunale ha riconosciuto il diritto a Charlie di andarsene con dignità, ha riconosciuto il diritto a non combattere più una battaglia persa. Gli ha riconosciuto il diritto a non prestare più il suo corpo alle battaglie di altri, alla sperimentazione, gli ha riconosciuto il diritto di mollare, di non essere più il campo di battaglia di lotte che non hanno uno sprazzo di umanità e razionalità. Perché i genitori avevano tutto il diritto di non ragionare, di voler solo vedere il loro bambino crescere come gli altri, ma chi lottava al loro fianco no. Il cosiddetto Charlie’s Army, i cui adepti abbiamo visto in ogni diretta del telegiornale, mentre manifestavano chiassosamente fuori dal Great Ormond Street Hospital, invitando i passanti a suonare il clacson per mostrare supporto, l’esercito delle madri e dei padri che si dicono preoccupati per l’ingerenza dello Stato in quella che definiscono “una vicenda privata”: una vicenda in cui le uniche voci in capitolo dovrebbero essere quelle dei genitori di Charlie, in mancanza della sua.

Charlie

Charlie’s Army

Questo gruppo, formatosi non tra i banchi di una facoltà di medicina ma nel tam-tam twitteriano e facebookiano che si è creato alla divulgazione della notizia della sentenza del tribunale, insieme al contributo deviato e fazioso che ha dato la maggior parte della stampa che si è occupata del caso, hanno contribuito a dipingere i medici e i giudici come malvagi inquisitori assetati di sangue di neonati e a santificare i genitori di Charlie in tutto e per tutto, anche all’apice del loro (giustificatissimo) egoismo. Voler imporre ai medici il trasferimento del bambino a casa, nonostante il pericolo di causargli ulteriori sofferenze se non il decesso durante il trasporto, per poter godere dei suoi ultimi attimi di vita a casa, nel suo lettino, senza la presenza di personale medico, proclamando di fare l’interesse di Charlie e tacciando i medici di insensibilità e disumanità, è da egoisti.

Parlare della vicenda dell’annunciato fine vita del bambino con toni pietistici, da campagna di Amnesty International o da pubblicità progresso di Save The Children, fa apparire giudici e medici come dei mostri, e rende un pessimo servizio all’informazione e alla sensibilità comune, portando a sovrapporre nella mente le immagini del piccolo Charlie, intubato e senza speranza, con quelle dei negretti africani, affamati e rabbiosi di vita; un’equazione pericolosa, che porta a non distinguere le lotte dalle battaglie perse, e che (insinuiamo cinicamente) farà comunque sempre propendere l’opinione pubblica e la sensibilità individuale verso le sofferenze di chi ha la pelle del nostro stesso colore. A prescindere dall’effettiva utilità di queste battaglie.

Fanno paura, questi movimenti, a cominciare dal nome: Esercito di Charlie, dà l’idea di una massa di persone poco disposte al confronto, sul piede di guerra in una battaglia che si vince solo con l’intelletto. Il confine tra la salvaguardia della vita “a qualsiasi costo” e la violenza, d’altronde, è sempre labile: è recentissima la notizia di un gruppo di deputati del PD aggrediti da una folla inferocita che chiedeva “libertà di scelta” per i vaccini, a fronte di un’epidemia di malattie che si credevano ormai debellate e di una falla allarmante sul fronte dell’immunità di gregge. La sfiducia che si sta creando verso la figura dei medici -come verso qualsiasi figura di una qualche autorevolezza- in questi ultimi anni, va di pari passo con la formazione spontanea di questi agglomerati di dottori improvvisati e giuristi con i punti del Conad, che rivendicano un ritorno alla natura e alle sue leggi, la cui più sacra è l’inviolabilità del potere del padre sul figlio, predicando il loro credo grazie a dirette su Facebook e ad appelli su siti di crowdfunding.

Il Charlie’s Army si è fatto portavoce di una battaglia che tutela solo l’interesse dei genitori di Charlie, e il loro interesse era verso loro stessi. Comprensibile, giustificato dall’immensa mole di dolore che si porteranno dietro per tutta la vita, ma non in grado di soccombere di fronte alla pressante necessità di una presa di coscienza genitoriale che li facesse recedere dal monito di “vita a tutti i costi”. Salvaguardare le opinioni altrui, in un Paese democratico e civile, è cosa buona e giusta: dare spazio all’attivismo senza arte né parte, alle opinioni non supportate da fatti e da dati scientifici, mettere in discussione le parole di giudici e medici competenti, è ben altra cosa. Farlo trincerandosi dietro al “diritto alla vita”, alla “natura” o al “volere di Dio” nasconde solo una malafede e una miopia inaccettabile in movimenti che sfidano la scienza: il diritto alla vita, in questo caso, era il diritto di accettare sofferenze non meritate e non richieste, imposte da altri su una creatura incapace di esprimersi. La natura, insieme al volere di Dio, erano concordi nel lasciar scivolare il bambino verso la morte già da molto tempo; la scienza, unico guanto da lanciare verso il cielo in questa lotta Uomo vs Dio, non avrebbe potuto in ogni caso invertire il processo.

Resta solo lo sconforto dell’uomo comune, di fronte alla sua rinnovata incapacità di battere le sofferenze umane. Da questo sconforto può nascere un impegno per tentare di avvicinare i nostri sforzi a quelli di Dio, o questa rabbia può trasformarsi solo in proclami, in tweet, in aggressioni verbali o in indifferenza per le sofferenze altrui in nome di una conformità ai propri “valori”: in questo gap si collocano la capacità e il diritto, di alcune persone, di possedere un cane o di allevare un bambino.

Sull’Autore

Laureata in Istituzioni di Regia, vivo tra Bologna e Venezia. Sogno di scrivere e lavorare in teatro, e mantengo affilata la mia penna scrivendo stati misantropi e intrisi di black humor su Facebook. Preferisco un'ora di bingewatching ad un'ora d'amore e quando ho bisogno di stare da sola vado a ballare.

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