Consegniamo il fascismo alla Storia

A Chioggia c’è una spiaggia fascista: foto di Mussolini, scritte nostalgiche e inni al Duce disseminati lungo la spiaggia non lasciano spazio a dubbi. La politica si mobilita e in Parlamento viene presentato un disegno di legge a firma PD che propone di introdurre il reato di propaganda fascista e nazifascista: chiunque propaganda le immagini o i contenuti propri del partito fascista o nazionalista tedesco è punito con la reclusione da sei mesi a due anni. Pena aumentata di un terzo se il fatto viene commesso con mezzi informatici. Il Movimento Cinque Stelle parla di legge liberticida e il Partito Democratico insorge: il fascismo non è un’opinione, è un crimine. Il centrodestra lancia la provocazione: perché non introdurre anche il reato di apologia del comunismo?

Dalla caduta del regime sono passati più di settant’anni, ma il fascismo in Italia è ancora un nervo scoperto, un male assoluto, un cancro estraneo alla società italiana. Al contrario, le sue origini risiedono nella debolezza della classe politica del tempo e nel mito, tutto italiano, “dell’uomo forte al comando”. Una pagina di storia che tutti conoscono ma che pochi sono disposti a comprendere fino in fondo. In una parola: un tabù.

Il confronto con la Germania sul punto è lampante. A Berlino, in quella che fu la capitale del Terzo Reich, i simboli dell’orrore nazista abbondano. Questi simboli però non sono muti. Al contrario, raccontano la loro storia. A Niederkirchner Strasse, un tempo sede delle istituzioni più temute del regime, la Gestapo e le SS, i crimini del regime vengono cristallizzati in una mostra fotografica a cielo aperto. Nei pressi della Porta di Brandeburgo, un mare di steli rende omaggio alle vittime dell’Olocausto. Senza retorica, perché per raccontare un genocidio non servono addobbi e fanfare. E a Bebelplatz una placca ramata ci ricorda il rogo dei libri del 1933: la negazione della democrazia passa innanzitutto dalla distruzione del sapere. La Germania non si vergogna del suo passato, non più. Al contrario lo ha compreso, metabolizzato e ora è disposto a mostrarlo a tutto il mondo, per impedire che certi orrori possano di nuovo ripetersi.

Anche in Italia i simboli del regime sono ovunque. I fasci littori sui tombini, le torri dei municipi cittadini, i nomi delle strade che evocano il passato coloniale. A Roma c’è il Foro Italico, con l’obelisco dedicato a Mussolini dux. Qualcuno ogni tanto propone di abbatterlo, di cancellare questi simboli della vergogna. Altri, al contrario decidono di ignorarli, per non ricordare ciò che è stato. Forse, semplicemente dovremmo provare a spiegarli. Con cartelli, mostre, installazioni moderne. Invece non c’è nulla, solo un silenzio carico di omertà. In un blocco del Foro Italico campeggia la scritta “IX Maggio XIV E.F. Finalmente l’Italia ha il suo impero”. Quanti, fra i migliaia di tifosi che attraversano quei viali per vedere la loro squadra del cuore conoscono veramente il significato di quella scritta? Chi sa che in Etiopia fu combattuta una guerra devastante e violenta per dare all’Italia il suo “posto al sole”?

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Nel nostro Paese, il ritorno alla democrazia è stato accompagnato dallo spettro dell’oblio e le ragioni di questa scelta sono molteplici. Nel secondo dopoguerra la burocrazia politico-militare italiana coincideva in larga parte con la classe dirigente fascista. I vertici della polizia e delle forze armate, i prefetti, i quadri della magistratura erano stati nominati durante il ventennio; destituirli in massa avrebbe significato gettare il Paese nel caos e, da lì, il passo verso una nuova guerra civile sarebbe stato breve. Per questa ragione lo stesso segretario del Partito Comunista Togliatti propose nel 1946 un’amnistia generale per garantire la pacificazione nazionale. Mancò il coraggio di organizzare un grande processo alle nefandezze commesse durante il regime. La necessità di una “Norimberga italiana” fu sacrificata sull’altare della pace o, più maliziosamente, dell’opportunità politica.

I ceti sociali che avevano sostenuto il regime, dalla grande industria ai proprietari terrieri sino ad arrivare alla medio-piccola borghesia, si schierarono velocemente con la neonata democrazia. In tal modo videro assicurata la loro sopravvivenza e la difesa dei propri interessi contro lo spettro dell’avanzata comunista.

In conseguenza degli accordi di Jalta, l’Italia era entrata nell’Alleanza Atlantica. Oltreoceano vi era la necessità di arginare la minaccia del comunismo in Italia e di mantenere al potere gli uomini della Democrazia Cristiana e i loro alleati a qualsiasi costo. Arrivarono le bombe, la strategia della tensione, i sequestri politici. Le forze eversive della destra e della sinistra venivano usate come pedine di un folle gioco che puntava a gettare l’Italia nel terrore preparando così il terreno ad una svolta autoritaria che fu vicina a diventare realtà.

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Lucca, 28 luglio 1951: la Banda Carità, il braccio armato dell’antiresistenza fascista, accoglie con il saluto romano l’applicazione dell’amnistia.

Oggi, gli opportunismi che hanno consentito al fascismo di diventare il più grande scheletro nell’armadio del nostro Paese non hanno più ragione di esistere. Gli autori delle nefandezze commesse durante il regime sono morti o vicini a passare a miglior (o peggior) vita. I loro crimini sono rimasti in gran parte impuniti, ma non sfuggono al giudizio della storia. La Guerra Fredda è finita portandosi dietro il suo strascico di stragi impunite. Nel 2017 il mondo è sempre più globalizzato, alle prese con il superamento degli Stati nazionali, la crisi del capitalismo, l’esodo dei migranti e l’incubo terrorismo. In un mondo come questo non c’è più alcuno spazio né per il fascismo né per il comunismo, suo tradizionale antagonista storico.

Ecco perché è arrivato il momento di capire cosa è stato veramente il fascismo, indagare sulle cause profonde che ne consentirono l’origine e svelare le connivenze e gli opportunismi che gli permisero di prosperare. Un insegnamento rivolto ai giovani per i quali il fascismo è solo una vuota parola nei libri di storia, ma di cui possa fare tesoro anche chi giovane non è più e nel frattempo ha dimenticato.

Quando la memoria del regime non sarà più un tabù scopriremo di non aver bisogno di una legge che consideri reato l’apologia del fascismo. Di fronte ai tentativi di diffondere l’estremismo sarà l’opinione pubblica a fare quadrato e a difendere la democrazia. Solo allora potremmo dire di aver consegnato per sempre il fascismo alla Storia.

Sull’Autore

Nato nel 1991 a Milano, vivo e studio a Torino. Laureato in Giurisprudenza con il massimo dei voti, le mie più grandi passioni sono il giornalismo e il diritto. Recito da quasi dieci anni in una compagnia teatrale portando in scena commedie divertenti, ma anche spettacoli che fanno riflettere. Mi interesso di politica, cultura, spettacolo e molto altro ancora.

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