Le modelle, di qualunque tipo, mi hanno rotto il cazzo

A tutte quelle che si sono sentite a un casting anche quando sono tornate a casa, dopo essersi spogliate di fronte al proprio partner.
A quelle donne che si proclamano femministe, ma appena possono attaccano un’altra donna per l’aspetto fisico.
A tutte quelle che se la ridono di gusto, commiserando le “femministe” del punto sopra, constatando una tristissima schiavitù che le rende frustrate malchiavanti. modelle
A tutte quelle che sono belle perché sono serene.

Questa non è la storia di tutte, ma è la storia di molte. Di quelle che si sono fatte casting, concorsi di bellezza e book fotografici. Di quelle ragazze bellissime diventate la parodia di loro stesse, che si sono ritrovate in situazioni pollaio allucinanti a contendersi il premio di Miss-Dio-sa-cosa. Di quelle che si sono infilate vestiti improbabili dal dubbio gusto, partoriti da uno stilista col gusto dell’orrido, per finire su riviste poi utilizzate per incartarci le uova. Qui non faccio la distinzione tra curvy e modelle “tradizionali”. La maggior parte delle volte vedo una lunga lista di ragazze con lo sguardo vacuo da triglia morente sul banco del pesce al mercato del venerdì mattina.

Davvero devo veder così rappresentata la mia femminilità? Il mio genere, la mia categoria merita di essere rappresentata da espressioni di plastica e vestiti che mi ricordano il divano di zia Franca con l’aggravante che costano più di un Mac? Cazzo: le donne non sono solo super-magre o iper-obese. Le donne hanno un casino di forme. Le donne fanno un sacco di cose che le rendono belle, belle in modo assurdo. Ho visto la bellezze in una manciata di lentiggini e perché lei “fa quella cosa lì con gli occhi quando ride“. Dove la vedi la risata che esplode in una stanza e che è contagiosa, su quella passerella dove le modelle camminano posizionando perfettamente la pianta per terra, come se fossero su una linea immaginaria, piegando il ginocchio? Cazzo, io quando prendo trenta all’esame di glottologia faccio dei salti che vincerei al gioco The floor is lava.

Ah, e poi alcune sono capaci di farti venire una fitta al cuore quando gli trema lo sguardo, perché sono meteoropatiche, hanno il ciclo, qualcosa non va. Poi fanno un sacco di cose, le donne sono un sacco di cose. Dove sono le donne, quelle vere? Dove posso rivedermi? Sono sbagliata perché non rientro in un modello?

Allora ho cercato la risposta e come al solito me l’ha data lei: l’arte. Perché l’arte è salvifica sempre, specialmente nei momenti bui. Così ho fatto due chiacchiere con Annalisa Gaeta, una fotografa non professionista che nell’arte, e con la fotografia, sembra aver trovato se stessa; soprattutto mi è parso di trovare, nei suoi lavori, quelle cose lì che normalmente non riuscivo a trovare.

Annalisa è nata e cresciuta a Roma e ha imparato a fotografare da sola, seguendo i consigli di amici e grazie a un negozio in cui si rifornisce (Elvis live) e quando le chiedo di parlarmi di lei, risulta timida. Mi risponde che non le piace “un po’ perché non so parlare e un po’ perché mi vergogno.” E ancora, quando le chiedo di parlarmi di sé, di dirmi cosa offre di diverso rispetto agli altri, mi risponde così: “Perché sono magnificaaaa splendidaaaa maga magò! In realtà volevo cantarla tutta” dice ridendo. “Non so perché sono diversa. Potrei fare discorsi filosofici sul disagio, i vari problemi della vita, la vergogna, la rabbia, i mostri che ho dentro, che la fotografia mi ha salvato e la vivo in maniera davvero intensa… ma mi sembrano discorsi difficili e super personali, quindi credo tornerò a cantare. Se con un ditin io tocco un fiooor si spampana e muor… Solo il demonio uguagliare mi può: io sono la magnifica splendida maga Magò!”

I suoi lavori sono legati ai suoi vissuti, alla sua vita quotidiana: “Spesso mi vengono idee ascoltando canzoni o leggendo dei testi. Leggendo una determinata frase mi appare un’immagine in testa. La scrivo su un quadernino e resta lì finchè non trovo la persona o la situazione adatta per realizzarla. A volte invece succede il contrario, vedo una persona X e penso a quello che ama fare nella vita o a cosa mi ispira, e successivamente mi viene qualche idea.”  Lei stessa afferma che le sue foto sono veri e propri “momenti di vita”.

Dando una scorsa alle sue fotografie vedo corpi, soprattutto femminili, in diverse pose, anche corpi nudi, tutti diversi. Quando qualcuno le chiede cosa voglia comunicare, quando io stessa, una volta, le ho chiesto: “stai rappresentando la malinconia?” lei mi ha risposto che l’importante è che io provassi qualcosa. Effettivamente le sue foto non sono solo belle ma rimandano al mondo interno di chi le osserva e fanno provare emozioni: le foto di Annalisa “parlano.”
Ancora oggi, quando le chiedo cosa voglia comunicare, lei mi risponde così: “Tutto e niente, in realtà. Tutto perché è un modo per esprimermi e sfogarmi e quindi metto sensazioni o pensieri nella foto, niente perché è anche un modo per divertirmi e quindi mi capita di scattare semplicemente perché mi va.”

Allora le chiedo come ha iniziato e lei mi racconta (anche se non entrando nei dettagli) di come abbia anche smesso per un periodo e poi rincominciato: “Ho sempre scattato fin da quando ero piccola con le macchine usa e getta per fare le foto ai compagni di classe, poi crescendo ho visto che potevo creare qualcosa. Dopo parecchio ho avuto un periodo di stop per vicende della vita. L’anno scorso mi ha contattata un ragazzo che lavora nel negozio dove mi rifornisco per pellicole, sviluppo e via dicendo, Elvis lives. Voleva farmi provare una Polaroid e da lì mi sono innamorata di nuovo della fotografia. Ora scatto a rullino, Polaroid e Instax Fujifilm (non sono esperta in nessuna delle tre cose, semplicemente mi piace e ci provo). Quindi diciamo che è grazie a quel negozio che ho ricominciato a scattare.”

E questa è Annalisa, né più né meno. Annalisa che lavora in casa, che si è attrezzata, ma forse un giorno imparerà anche a lavorare all’esterno. Lei stessa è spesso protagonista delle sue foto, senza casting, senza concorsi, senza riviste. Al centro della sua arte, al centro di se stessa, dove lei è l’unico giudice. Lei, con le sue modelle che non sono modelli da imitare, ci fa  provare qualcosa senza pretendere nulla. Ora qui, con una fotografia, ci viene restituita un’immagine che non è sterile, che parla di sé ma anche di chiunque, di chi la sta guardando. Permette a chi la osserva di entrarci. Permette di essere raggiungibile. L’osservatore, ancora una volta, non è un giudice, ma gode o semplicemente esperisce l’esperienza artistica.

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Sull’Autore

Irriverente, sfacciata, caustica, satirica: guardarsi allo specchio e ritrovarsi nudi. Il falso sè è stato fucilato. Questo e tanto altro, nei miei articoli. Classe '89, laureata in scienze dell’educazione, mi occupo di educazione, controeducazione, pedagogia, e comunicazione. Nel tempo libero scrivo, suono diversi strumenti e leggo moltissimo.

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