Paperinik, il tasso di cambio e l’inflazione: la Paperinomiks

Paperinik, personaggio creato da Elisa Penna, Guido Martina e Giovan Battista Carpi nel 1969, è uno dei miei eroi Disney preferiti fin dall’infanzia. Non solo ero un grande lettore delle storie del Paperinik classico (quello di Villa Rosa, erede di Phantomius, a tratti egoista, a tratti comico, a tratti realmente eroico), ma l’ho riscoperto da grande con le storie di Pikappa, la trasposizione in un mondo noir futuristico. Viaggi nel tempo, alieni invasori, organizzazioni criminali  che “forgiano la storia”, cyborg, intelligenze artificiali e una serie di frasi epiche. Ad esempio, un personaggio, dopo aver inventato una macchina che per errore sta per distruggere il Tempo stesso dice:

Abbiamo creato un immenso nulla. Un vuoto senza fine. Ditemi, signor governatore… che effetto fa uscire dalla storia?” (PKNA 14: Carpe Diem)

Il nostro vecchio mantello tarlato non è invecchiato affatto male, vero?

                                               Il nostro vecchio mantello tarlato non è invecchiato affatto male, vero?

Questo è solo Uno (Groan! Che battutaccia. È terribile! -cit-) dei motivi per cui mi piace questo personaggio. Eppure, qualcuno ha voluto rovinarmi l’infanzia. Infatti, un utente di nome Paperinik ha tentato di entrare a gamba tesa nel dibattito sull’euro in un articolo su LaVoce.info: Finale di partita, ovvero come non si esce dall’euro.

art

Dopo la Goofynomics del nostro vecchio “””amico”””, ci troviamo di fronte alla nuova Paperinomiks. In particolare, l’argomento di cui vorrei trattare è Exchange Rate Pass-Through (ERPT), ovvero la trasmissione della variazione del tasso di cambio sull’inflazione al consumo. Avevo già trattato questo argomento nell’articolo Svalutazione e inflazione: il giallo euroscettico e vorrei riprendere oggi l’argomento in maniera più sistematica. Guardiamo innanzitutto lo schema di trasmissione del cambio sull’inflazione.

art2

Questo grafico a cura di Hüfner e Schröder (Exchange Rate Pass-Through to Consumer Prices: A European Perspective) mostra come non esista un solo canale di trasmissione del tasso di cambio sull’inflazione. Infatti, ceteris paribus, esistono due principali canali. Il canale indiretto (quello accennato da Paperinik) pone che, a seguito del deprezzamento della valuta, la domanda dall’estero (misurata dall’export) aumenti e che, contemporaneamente, aumenti anche la domanda di beni sostituti divenuti più convenienti dopo la svalutazione. Successivamente, l’aumento della domanda dall’estero e della domanda interna produce un aumento della domanda di lavoro nei settori di beni sia commerciabili che non (sia per un effetto di reddito aggiunto, sia per un aumento della domanda di beni sostituti nazionali). A questo punto, se la domanda aumenta, aumenta anche il prezzo dei beni sostituti e dei beni esportati e, insieme a un aumento dei salari posto da un aumento della domanda di lavoro, genererà un aumento dei prezzi.

Su una parte di questo meccanismo si è concentrato Paperinik. Peccato che non solo abbia dimenticato l’altro ramo degli effetti, quanto gli effetti delle politiche del ramo indiretto sui rezzi finali e sull’export. Non si preoccupi signor Paperinik, arrivo subito subito in suo soccorso (nella vignetta in anteprima io sarei Spiderman, SuperPippo invece sarebbe Peter Yanez di Gufinomics).

immagine modificata. Originale a cura di Seventhlife qui

                                                  Immagine modificata. Originale a cura di Seventhlife qui.

Gli effetti diretti sono principalmente di supply side, cioè sul lato della produzione. Infatti un deprezzamento del tasso di cambio produce un aumento dei costi di reperimento degli input produttivi che, a loro volta, generano un aumento dei prezzi alla produzione che, probabilmente, avranno l’effetto di far aumentare l’inflazione al consumo. Inoltre, anche i beni finiti importati costeranno di più. Il punto fondamentale è che, in linea di principio, a un deprezzamento della valuta corrisponde un aumento del tasso d’inflazione che, a sua volta, rischia di compensare negativamente l’effetto della svalutazione stessa, facendo apprezzare il cambio reale e facendo diminuire la competitività.

Ora, è  molto difficile che a un deprezzamento della valuta corrisponda un eguale tasso d’inflazione, detto questo una simile possibilità di compensazione fa cadere l’apparato teorico di Paperinik, il quale funziona solo a due condizioni:

  1. i prezzi debbono essere stabili, ovvero l’indice dei prezzi alla produzione (PPI) deve essere ininfluente rispetto all’inflazione al consumo (approccio smentito da McCharty-2007-);
  2. la diretta conseguenza è che il cambio nominale (derivante dai movimenti monetari e inteso come rapporto tra i prezzi interni ed esteri) deve essere uguale al tasso di cambio reale nel lungo periodo, per cui il tasso nominale moltiplicato per il rapporto tra i prezzi esteri e i prezzi interni deve essere uguale a uno, come il cambio reale (in termini di export, l’Italia avrebbe un RER  in equilibrio, quindi non potrebbero sussistere avanzi di parte corrente).

Oltre quindi al problema di efficacia (che Keynesblog aveva denunciato qualche anno fa per cui, in caso di domanda globale in diminuzione, gli effetti della svalutazione sono risibili) qualunque azienda operi attraverso la vendita, la lavorazione o attraverso i mezzi di produzione importati dall’estero, ha bisogno nella propria pianificazione anche di valutare l’effetto della svalutazione sull’approvvigionamento di risorse.

Esiste quindi un problema di finanziamento dell’impresa. Secondo la teoria classica della finanza aziendale (il teorema di Modigliani-Miller), in assenza di frizioni (informazione perfetta) e con mercati dei capitali perfetti (non esiste alcun fattore il quale incentiverebbe la scelta tra i diversi tipi di finanziamento), per un’impresa è indifferente finanziarsi tramite l’emissione di azioni o di obbligazioni. Ma nella realtà non esiste (se non limitatamente) l’informazione perfetta e nemmeno è indifferente per le imprese il tipo di finanziamento poiché, in base a fattori esogeni (quale tassazioni, decision making interno, posizione dei mercati esteri, mercato bancario etc.) l’impresa non sarà indifferente alla scelta.

Infatti, in base alla teoria del pecking order, le imprese sono solite scegliere il tipo di finanziamento in base al costo di utilizzo. Nella fattispecie, sono tre le fonti progressive di finanziamento:

  1. autofinanziamento;
  2. emissione di obbligazioni;
  3. emissione di azioni.

Nel ciclo finanziario, l’impresa investe nella propria azienda per l’acquisto di beni reali (quali i macchinari, le materie prime, etc.), le quali saranno poi utilizzate per la vendita di beni e servizi e quel flusso di cassa (cash flow) verrà dato in parte alla copertura dei dividendi agli azionisti e dall’altra, insieme alla vendita di altri asset finanziari, sarà utilizzato per nuovi investimenti. Dunque l’autofinanziamento permette di investire in azienda senza dover emettere ulteriori passività o attività (è in sostanza il flusso monetario dello schema). Cosa comporta una svalutazione della moneta sulla finanza aziendale?

aty

Il primo problema è ovviamente di portafoglio, poiché non solo l’impresa potrebbe avere esposizioni finanziarie in un’altra valuta, ma dovrebbe comunque decidere di cambiare parte delle sue riserve in altra valuta non deprezzata. Dal punto di vista reale, la questione è ancora più grave: se un’impresa dovesse vedere i propri profitti scendere a causa dei costi di produzione aumentati (assumendo che non possa abbassare i costi del lavoro poiché rigidi), come potrebbe autofinanziarsi allo stesso livello senza aumentare i prezzi? Voi direte “Si, ma un’impresa non esaurisce tutto sul suo flusso monetario in una volta“. Vero, ma è altrettanto vero che l’impresa deve comunque reperire risorse e, per mantenere un certo profitto (per non dover emettere azioni o contrarre debiti), a parità di domanda, dovrà aumentare i prezzi di vendita. Ma non solo poiché, come scrive Jabara nel suo lavoro del 2009, How Do Exchange Rates Affect Import Prices? Recent Economic Literature and Data Analvsis:

“(…) un esportatore, di fronte a pochi concorrenti e a una domanda anelastica, potrebbe utilizzare la variazione del pass through del tasso di cambio per mantenere il suo margine di profitto (mark up rispetto al costo). Tuttavia, le imprese con un alto grado di potere di mercato sarebbero più propense a tagliare i loro margini di profitto piuttosto che aumentare i prezzi per evitare l’entrata di nuove imprese nel mercato e per evitare il rischio di perdere quote di mercato. Il pass-through del tasso di cambio dipende quindi dalla struttura della domanda e di concorrenza nel settore.”

aty

                                                 Olivei(2002), effetti della variazioni del cambio sul costi marginali.

Anche un aumento del salario costituisce un problema per l’impresa in termini di peso sul bilancio (occhio: non è un inno alla precarizzazione del lavoro o altro). Dobbiamo quindi considerare il fatto che la diminuzione del costo del lavoro comporti che l’impresa possa mantenere stabili i prezzi avendo lo stesso effetto di una svalutazione, ma senza l’aumento dei costi da import. La svalutazione interna, a volte, è necessaria anche in presenza di sovranità monetaria (come successe dopo la crisi dello SME, tra l’altro).

Esiste poi un ulteriore discorso: se la domanda sale e salgono i prezzi al consumo, i redditi reali scendono, generando maggiori richieste salariali. Maggiori salari fanno alzare i prezzi più della produttività del lavoro (le persone vengono pagate più rispetto a quanto producono), l’impresa aumenta i prezzi per compensare i costi. Le imprese esportatrici vedono aumentare il livello generale dei prezzi e chi produce beni commerciabili si trova costretto dalle richieste di aumento dei salari ad aumentare i prezzi di vendita generando un apprezzamento del tasso di cambio reale limitando la competitività a fronte di un aumento dei costi di produzione (sia che si tratti di input produttivi che di beni finiti o di imprese produttori di beni tradable o non tradable) e limitando quindi il flusso benefico del deprezzamento. Questo ipotizzando che l’impresa estera non aumenti i propri prezzi di vendita, ovviamente.

Inoltre non è affatto detto che una svalutazione comporti uno spostamento obbligato delle scelte di acquisto sui beni locali. Con beni non disponibili o difficili da produrre (come in caso di alto mark up dell’impresa esportatrice o di bassa elasticità al prezzo di import), la scelta andrà sempre sull’estero e semplicemente si sposterà su altri beni di altre nazioni che, magari, in assenza di svalutazione, sarebbero stati meno onerosi.

Ultima cosa per il signor Paperinik. Ho visto come lei abbia citato nei commenti l’articolo Withdrawal of Italy from the euro area: Stochastic simulations of a structural macroeconometric model (da me già trattato). Se non è riuscito ad applicare la letteratura classica sull’ERPT e sul finanziamento d’impresa alla sua analisi, pensa davvero di poter capire un articolo con un macromodello econometrico? Dubito quin, o meglio, dubito quack!

Paperinik dopo aver finito di leggere l'articolo ed io dopo averlo finito di scrivere

Paperinik dopo aver finito di leggere l’articolo ed io dopo averlo finito di scrivere.

Sull’Autore

Classe 1993, vengo da Finale Ligure (SV) e sono caporedattore della sezione "Economia politica e attualità". Mi sono laureato in Scienze internazionali e diplomatiche a Genova con una tesi in economia internazionale sulla Single Euro Payments Area (SEPA). Il mio interesse per l'economia nasce dal corso di Economia politica del primo anno (odiato dal 90% degli studenti, compreso chi lo ha già passato). I miei principali interessi riguardano la diffusione della teoria economica (in particolare dell'economia monetaria e dei modelli di crescita) e lo studio di modelli macroeconomici (che, a volte, traduco e/o riassumo su questa piattaforma). Collaboro con MdC per la rubrica "Europa for dummies" e sulle questioni relative a "democrazia-populismo-popolo del web".

Articoli Collegati

Partecipa alla discussione

Partecipa alla discussione