Quanto siete liberi?

Ho insegnato a diversi livelli, mi sono ritrovata a parlare di fronte a ragazzi di trent’anni, ma le vere difficoltà le ho incontrate con una fascia d’età ben precisa: i bambini. Nel mio lavoro ho maturato profonde riflessioni in due precise situazioni: la prima volta, entrando in una classe di seienni ho distribuito dei fogli bianchi e ho chiesto di disegnare ciò che volevano. Seminai il panico: nessuno sapeva da cosa incominciare. Allora chiesi ai bambini di tracciare con un pennarello nero una cornice, un semplice rettangolo che seguisse i bordi del foglio A4 che avevo distribuito, dentro al quale avrebbero potuto disegnare. Questa mia azione li sbloccò, come se quei confini e quei vincoli li facesse sentire più sicuri. Avevano preferito un’istruzione in più a tutta la libertà che gli avevo dato.

La seconda cosa, che mi ha dato molto da riflettere, è il fatto che i bambini disegnano tutti le stesse cose. Anche quelli che abitano in condominio in centro a Milano disegnano case in mezzo a prati, altalene, arcobaleni, uccellini. I bambini che fanno la differenza sono così pochi che quasi quasi incominci a pensare che ci sia qualcosa che non va. Perché i bambini disegnano solo questo? La risposta è una sola: glielo imponiamo noi. Glielo diciamo noi cosa è bene e cosa no, cosa è giusto e cosa è sbagliato. Ed esistono persino maestre che, secondo criteri del tutto soggettivi, decidono se un disegno è bello e ci appiccicano un adesivo di una stellina, vicino ad un mastodontico 10 scritto con quella odiosissima penna rossa.

Ma davvero dobbiamo somigliare a qualcuno, per fare bene? Ripensando alle parole di Salvatore Natoli: “Abbiamo sempre bisogno dell’altro per imitarlo o differenziarci” e se ci pensiamo bene, nonostante tutto, avremo sempre una scelta da fare. La paura torna, però, quando questo concetto viene trasposto sull’arte: chi decide cosa è arte e cosa no? Cosa fa un bravo autore? Ho la tragica sensazione che uno diventi famoso per caso, non perché se lo meriti più di altri. Allora, a seguire, avremo tutta una serie di artisti simili a lui. Lo stile diventa moda: ce lo fanno vedere fino alla nausea, finché non lo detestiamo.

Secondo me, in realtà, tutti possono essere artisti: fare arte significa rappresentare la realtà attraverso diversi canali, solo che alcuni diventano famosi e altri no. Per fare arte ci deve essere prima un processo di apprendimento, che può avvenire attraverso due strade: si può imparare attraverso l’imitazione, quindi magari studiando tutti gli autori. Oppure si può imparare ad essere liberi e pensare apprendendo con spirito critico, senza rischiare di diventare l’imitazione di qualcun altro.

In altre parole, parlo di osservare le dinamiche della vita per poi maturare una riflessione tutta nostra e personale. Poi, magari, ci capita di leggere un libro di un autore noto e ritrovare la nostra stessa idea in quelle pagine. Plagio? No. Gli artisti sono esseri umani comuni: ci hanno solo preceduti, sono stati più veloci di noi nel comprendere, hanno avuto a disposizione canali di comunicazione più efficaci. Ed è proprio da qui che avviene il vero processo grazie al quale aumenta il nostro bagaglio culturale.

Infatti, leggendo quell’autore, cerchiamo altre sue opere e prendiamo spunto; ci orientiamo verso nuovi autori, altri argomenti, così il nostro sapere si accresce. Matureremo nuove teorie che saranno solo nostre o che ritroveremo, ancora una volta, in qualcun altro. Se la formazione a scuola avvenisse in questo modo, i giovani sarebbero davvero un vulcano di idee e l’arte troverebbe un terreno fecondo, ma purtroppo non è così: infatti sono stati creati dei programmi rigidi, che spesso non lasciano via di fuga. Se non conosci un’informazione prevista nel percorso standard, sarai tacciato come ignorante. A nessuno viene da pensare che semplicemente, per qualcuno, quell’informazione lì non sia necessaria per il proprio sviluppo artistico, mentale e cognitivo.

Sono stati decisi a priori il quantitativo di dati che devi immagazzinare, hanno chiuso cervello e creatività in cassaforte. Facciamo perdere tempo agli studenti con testi obsoleti quando potrebbero esprimere realmente loro stessi con ben altro materiale che potrebbero e dovrebbero cercare da soli, seguendo il loro bisogno.

Cos’è un artista? Cos’è una maestra? Cos’è un’educatrice, e via dicendo? Diventiamo davvero quella cosa lì che c’è scritta sul foglio di carta solo perché abbiamo superato un esame e c’è scritto su un foglio? Siamo quella cosa lì perché lo ha detto qualcun altro? Uno scrittore è meglio di un altro perché una giuria gli ha conferito un premio e lo ha fatto diventare famoso? Bene, allora conta solo chi viene riconosciuto pubblicamente e tutto il resto è merda. Tutto il resto che si discosta è merda o è mediocre. In pratica si ritorna al discorso di prima: uno ha avuto culo, tutti gli altri devono seguirlo a ruota, finché il pubblico non ha la nausea. Ed il pubblico stesso ha lo sguardo influenzato e non sceglie davvero cosa gli piace e cosa no.

Ma l’errore di fondo sta proprio nella necessità di dover ricevere un premio e un riconoscimento. Infatti, soprattutto per quanto riguarda l’arte, non ci dovrebbero essere dei dati quantitativi che ti dicono esattamente come operare. Per ciò che riguarda le professioni “canoniche”, invece, dovrebbe esserci un’elasticità maggiore, in quanto si dovrebbe conseguire un titolo per passione, insinuando il dubbio, e non imparare le cose “perché così si fanno da sempre”. Quando si impara a fare qualcosa, dobbiamo imparare a farla chiedendoci sempre il perché, fino in fondo, e magari avere il coraggio di cambiare le cose, se crediamo ce ne sia una reale necessità.

Per fare un esempio pratico: immaginatevi il coraggio che ha avuto Basaglia a cambiare tutto il sistema dei manicomi, a fine anni ’60, perché si era reso conto che ciò che gli veniva insegnato era obsoleto e non serviva più, anche se c’era una tradizione dura a morire, e ha avuto il coraggio di contestare degli ipse dixit pesanti come un macigno.

Allora per ridare un senso ai titoli, al pezzo di carta, alla laurea, per riempirla di un significato, torniamo al foglio bianco di cui parlavamo sopra. Insegniamo ai bambini ad imparare libera-mente. Insegniamo a contestare, a scegliere, insegniamo a dire no e a rendere i titoli di cui ci fregiamo davvero nostri, non che rimangano titoli che ci ha dato qualcun altro per caso e per fortuna. Insegniamo ad amare la cultura e a studiare, non per inseguire un voto, perché non siamo un voto o un pezzo di carta. Insegniamo che il fine ultimo dell’acculturarsi non è quello di conseguire un titolo. Insegniamo che, più che imitare un personaggio, dobbiamo condividere le nostre conoscenze per costruire qualcosa di davvero produttivo e innovativo. Io do un mattoncino a te, tu uno a me, ognuno porterà il suo mattoncino e la costruzione diventerà un castello gigante, dalle solide basi. Nessuno segue qualcun altro, ognuno mette se stesso e le proprie idee, con pari dignità.

Usciamo dai titoli e dalle definizioni, ricordiamoci di essere persone libere. Se far andare di moda la libertà è un bene, per fortuna oppure no, non potranno mai realizzare dei corsi di formazione per insegnare ad essere liberi.

Sull’Autore

Irriverente, sfacciata, caustica, satirica: guardarsi allo specchio e ritrovarsi nudi. Il falso sè è stato fucilato. Questo e tanto altro, nei miei articoli. Classe '89, laureata in scienze dell’educazione, mi occupo di educazione, controeducazione, pedagogia, e comunicazione. Nel tempo libero scrivo, suono diversi strumenti e leggo moltissimo.

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