Bob Dylan ha copiato il discorso per il premio Nobel?

Sembrerebbe proprio che il premio Nobel Bob Dylan abbia ceduto al vizio più comune di ogni studente procrastinatore del mondo, che alla vigilia di una consegna importante viene preso dal panico e si rivolge alla rete per avere una risoluzione facile e veloce al suo problema. Copiare, insomma. Nello specifico, copiare maldestramente intere parti di Moby Dick di Herman Melville, utilizzando, nella parte della lectio dedicata alle sue influenze artistiche, citazioni del romanzo tratte dal Bignami online. Il discorso inviato all’ultimo minuto all’Accademia reale svedese, che certifica la sua accettazione del premio (circa 922mila dollari), è stato lodato dagli stessi accademici come straordinario, illuminato, ecc. Tuttavia qualcosa non tornava allo scrittore Ben Greenman, che ha notato come un dialogo citato da Dylan nel discorso non fosse presente nel libro di Melville.

Dopo aver provocatoriamente accusato il cantautore di essersi inventato di sana pianta la citazione, ha attirato l’attenzione della giornalista Andrea Pitzer che, incuriosita, ha preso il romanzo e l’ha confrontato con il discorso di Dylan, trovando delle similitudini interessanti tra quest’ultimo e un sito di riassunti online per studenti svogliati SparkNotes. In questo sito il libro di Melville viene ridotto e adattato come si farebbe con i romanzi per ragazzi, e in alcuni casi ci si prende delle grosse licenze poetiche, come nel caso del dialogo inesistente. Dylan, d’altro canto, ha ammesso nel suo discorso di essere stato stregato da Moby Dick sui banchi di scuola, in un’epoca in cui sicuramente Internet e le sue scorciatoie non esistevano; ma per quanto il romanzo possa averlo colpito da giovane, non deve averlo fatto abbastanza da meritarsi un posto nella sua attuale libreria, spiegando così il ricorso al mezzuccio del bigino.

Bob Dylan

da OggiScienza.com

Ad ogni modo, diversamente dal caso scoppiato con la scopiazzatura del discorso di Michelle Obama da parte di Melania Trump, Dylan sembra essere stato risparmiato dal fuoco incrociato della stampa, che ha mantenuto un tono indulgente con il cantautore, in virtù del suo genio o forse semplicemente per il fatto che per la scappatoia della copiatura ci siamo passati bene o male tutti e qualsiasi crociata in questo senso sarebbe fuori luogo e ipocrita. Bob Dylan, dunque, è uno di noi, solo immensamente più ricco e dotato di quell’invisibile bacio in fronte degli dei che lo eleva tra tutti gli artisti ma, in fin dei conti, paraculo esattamente come potrebbe essere uno studente con l’acqua alla gola che, dopo aver procrastinato per mesi un esame importante e dopo aver disertato numerosi appelli, sente l’aria del fuoricorso sul collo e corre ai ripari coprendosi con un essay che non è del tutto farina del suo sacco. Dylan mette così a tacere le malelingue che lo volevano snob, stizzito contro l’Accademia di Svezia per quel premio che lui non voleva davvero, troppo impegnato per presentarsi di persona o per dare un cenno di assenso, aspettando fino all’ultimo ma incassando alla fine il premio e il denaro. In un certo senso ha giustificato la sua ritrosia iniziale dimostrando di aver capito e in parte di accettare le polemiche che avevano accolto la premiazione di un cantautore in una categoria riservata fino ad allora a romanzieri e uomini di lettere, dichiarando che

le canzoni non sono come la letteratura, sono fatte per essere cantate, non lette

e ridimensionando così la sua apparente insofferenza iniziale in una sincera dimostrazione di stupore e di scetticismo.

The New York Times

The New York Times

Il discorso di Dylan, che potete ascoltare per intero qui, è dunque anche un excursus sulle sue influenze letterarie e musicali e sulle motivazioni che l’hanno portato a comporre: in primis Buddy Holly, per il quale ha una sorta di colpo di fulmine e grazie al quale avvia un percorso di ricerca che passa necessariamente per la musica popolare; perché per arrivare al cuore della gente fino ad arrivare a quello dell’Accademia di Svezia, bisogna conoscere gli archetipi e proiettarli in profondità dentro se stessi. Questa è, probabilmente, la motivazione più vera e profonda dell’assegnazione di questo premio a Bob Dylan: il suo essersi fatto mezzo e tramite, attraverso la musica, di un modo di comunicare che unisce passato e presente e che per esistere non ha bisogno di una presenza fisica quanto di un’esistenza che si identifica totalmente con il suono e la parola. E per quanto possa stonare se accostato (come è stato fatto dalla critica all’indomani del discorso) alla figura dell’oracolo di Delfi, sicuramente identifica in pieno la figura dylaniana e non lo fa peccare di incoerenza, nonostante tutto.

Sull’Autore

Laureata in Istituzioni di Regia, vivo a Venezia. Per vivere gestisco i soldi della gente, scrivo, ballo e mi occupo di pubbliche relazioni pur mantenendo alta la mia misantropia. Preferisco un'ora di bingewatching ad un'ora d'amore e quando ho bisogno di stare da sola vado a ballare.

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