Perché lo Ius Soli non risolverebbe i problemi

La questione è sulla bocca di tutti, ma si tratta di un argomento capace di infiammare rapidamente gli spiriti e rendere difficile una mediazione: ius soli o ius sanguinis?

Se avete letto il titolo lo sapete già, ma perché sono contrario allo ius soli? Occorre innanzitutto ricordare una cosa: qualunque scelta da effettuare in campo politico/giuridico dipende strettamente dal contesto sociale e culturale in cui ci si trova, nonché dalla Storia (con la S maiuscola) di quel luogo, delle popolazioni che vi vivono. Con questo voglio dire che qualunque “forzatura” di un sistema in sostituzione di un altro non è mai pratica destinata ad avere buoni risultati. La scelta tra ius soli e ius sanguinis dipende, essenzialmente, da un problema di immigrazione ed emigrazione e dalle necessità, per quel dato Paese, di proteggere o allargare la propria cittadinanza. Tendenzialmente, i Paesi a forte tasso di emigrazione tendono a voler proteggere la cittadinanza dei propri cittadini e quindi scelgono lo ius sanguinis, in modo che la cittadinanza si “trasmetta” automaticamente alle nuove generazioni, anche se queste si trovano all’estero. I Paesi con una vocazione all’immigrazione preferiscono, tendenzialmente, meccanismi di ius soli, e questo è particolarmente vero per quei Paesi che, storicamente parlando, hanno avuto bisogno di accrescere rapidamente la propria cittadinanza (US e Australia ad esempio).

Dove sta l’Italia? A mio avviso il nostro Paese si colloca nella parte dei Paesi caratterizzati da emigrazione; non si confondano infatti i recenti fenomeni migratori che coinvolgono il nostro Paese con reale migrazioni: i flussi migratori che l’Italia fa fatica a gestire in questi anni sono tutti fenomeni che “passano” per l’Italia, ma che di certo non trovano in essa la destinazione finale. È del resto risaputo che anche i migranti (e includiamo tra questi anche i richiedenti asilo e i rifugiati) sperano di potersi muovere verso lidi ben più prosperi e/o favorevoli come la Francia (per un’affinità storico/culturale a volte innegabile), la Germania (per motivi lavorativi), i Paesi nordici (per ragioni di welfare state).

Parlamentari (leghisti) contrari allo Ius Soli; una tristezza che chi è contrario a tale meccanismo di cittadinanza sia accomunato a tali persone

Parlamentari (leghisti) contrari allo Ius Soli; triste che chi è contrario a tale meccanismo di cittadinanza sia accomunato a tali persone

Vi è poi una considerazione molto importante da fare sulla cittadinanza: personalmente vedo la cittadinanza come un fine, un obiettivo ultimo da raggiungere al termine di un processo di integrazione; lo ius soli capovolge il paradigma reputando che la cittadinanza sia uno strumento per l’integrazione. Trovo questa ultima posizione del tutto fuorviante e lontana dalla realtà, nonché pericolosa per quegli stessi figli di migranti che si ritroverebbero improvvisamente ad avere sia i diritti degli italiani che i molti obblighi – e quando si parla di questo tema, questa seconda parte sugli obblighi è spesso trascurata. Garantire la cittadinanza non garantisce affatto una maggiore integrazione: il rischio è di creare cittadini di serie A e di serie B, dove alla seconda serie apparterebbero tutti quelli che sul piano formale sono identici a quelli di serie A, ma che per motivi linguistici/culturali ne sono ben lontani. In altre parole, non basta un pezzo di carta per garantire l’uguaglianza e la sconfitta dei pregiudizi. Uguaglianza e abbattimento dei pregiudizi si ottengono solamente quando vi è reale integrazione. In tale ottica, potete vedere la concessione della cittadinanza come una sorta di “premio” ultimo da garantire a coloro che dimostrano di aver davvero fatto propri i valori della Repubblica.

Qui arriviamo agli aspetti rilevanti anche in tema di sicurezza. Prendete ad esempio gli attentanti in UK e in Francia e scoprirete che, nella quasi totalità dei casi, gli attentatori erano cittadini inglesi e francesi. Cittadini! Evidentemente, tuttavia, questi “cittadini” non condividevano assolutamente nulla di quei valori tipicamente occidentali che, senza dubbio, caratterizzano il Regno Unito e la Francia. Questo è l’esempio più lampante che la cittadinanza non garantisce affatto l’integrazione, non impedisce la formazione di ghetti o di periferie degradate o covi di risentimento sociale. Quei “cittadini” delle periferie sono formalmente identici a quelli che frequentano i più rinomati cafè parigini, ma la differenza è evidente; e badate bene: viviamo in un periodo in cui talvolta i genitori migranti (coloro che non avevano inizialmente la cittadinanza, in quanto nati all’estero) risultano più integrati dei loro stessi figli.

Prima di fare qualunque discorso sulla cittadinanza, riflettiamo su come rendere davvero effettive le politiche di integrazione. Scuola, lavoro, società civile: sono questi i campi in cui maggiormente dobbiamo intervenire per rendere effettiva un’integrazione che al giorno d’oggi, purtroppo, fallisce ancora troppo spesso. La cittadinanza viene dopo, e su questo la mia posizione (che molti avranno giudicato, sino a questo momento, sin troppo di destra) si sposta più a sinistra dell’estrema sinistra: sarei favorevole a concedere la cittadinanza anche dopo un solo mese (invece dei 10 anni attualmente richiesti), ma solamente se si dimostra vera integrazione (da non confondere necessariamente con la rinuncia alla cultura dei propri genitori). Su come verificare tale integrazione si può discutere, ma la decisione finale deve spettare al Legislatore. Il sospetto, tuttavia, è che parte del Legislatore sia attualmente interessata solamente ad aumentare in modo fittizio il proprio bacino di voti senza capire che migranti più integrati nel tessuto sociale farebbero davvero la fortuna di questo Paese e no, la cittadinanza proprio non basta da sola.

Sull’Autore

Nato in uno sperduto comune della provincia pavese nel 1991, ho terminato gli studi magistrali in Economia, Politica ed Istituzioni Internazionali all'Università di Pavia. Mi occupo principalmente di Politica Internazionale e tematiche legate alla Sicurezza internazionale con attenzione particolare al contesto dell'estremo oriente.

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