Diversificazione e impact investing: la finanza di domani

In finanza si parla spesso di due tipologie di rischio: un rischio specifico e un rischio sistematico. Il rischio sistematico è quello che, in qualsivoglia testo di finanza, viene caratterizzato come Beta, e indica quanto varia il rendimento di un titolo al variare del rendimento del mercato.

Formula BetaIl portafoglio di mercato (ossia il portafoglio di tutti i titoli) ha sempre un Beta pari a 1. I titoli con un beta maggiore di 1 tendono ad amplificare i movimenti del mercato; i titoli con un beta compreso fra 0 e 1 invece tendono a muoversi nella stessa direzione del mercato, ma con intensità diversa. I titoli con un beta inferiore a 1 infine si muovono in una direzione opposta a quella del mercato. Luxottica, per esempio, ha un Beta di 0.46; ciò indica che, quando il mercato cresce (o decresce) dell’1%, l’azione Luxottica cresce (o decresce) dello 0.46%. Questo rischio è ineliminabile, da ciò appunto la sua denominazione come rischio “sistematico”.

L’altra componente del rischio è il rischio specifico, ossia una tipologia di rischio che è connessa all’attività specifica in cui si investe (alle specificità di un’impresa, ad esempio, o al settore in cui questa opera). Questo rischio però, a differenza del primo, può essere eliminato tramite la diversificazione finanziaria. Tagliamo la corda: se investissimo tutto il nostro denaro in due soli titoli (azioni Luxottica e azioni Eni, per esempio) il rendimento del nostro portafoglio sarà influenzato principalmente dalle sorti di questi due titoli. Se invece investissimo in un numero maggiore di attività finanziarie i cui rendimenti non sono perfettamente correlati, allora avremo una riduzione del rischio specifico.

Generalmente la diversificazione è garantita dai fondi comuni di investimento (che consentono a un investitore di ottenere direttamente un portafoglio ben diversificato), ma ciò non toglie che possa essere effettuata anche individualmente. Ma diversificare dove?

 

Diversificazione finanziaria

                                                                          Da https://www.adviseonly.com

A scanso di quanti vedono nella finanza una disciplina che non dà alcun conto all’etica, l’impact investing ribalta questa concezione. Oggi più che mai si può constatare empiricamente come gli investimenti a sfondo etico siano in rapida crescita e contribuiscano, come gli altri, a diversificare il portafoglio dell’investitore.

La corrente di pensiero da cui nasce l’impact investing è relativamente recente (2003) e affonda le sue radici nel concetto di blended value enunciato da Jed Emerson che introduce questo nuovo modo di fare finanza partendo da una considerazione ben precisa, ossia constatando come il mondo sia diviso in modo netto fra chi cerca di fare bene e chi cerca di fare il bene, richiamando una contrapposizione fra una ricerca pura di ritorno finanziario (o di profitto) e una ricerca invece di beneficio sociale. Da ciò l’autore suggerisce di porsi al centro del continuum fra fare bene e fare il bene, in una via mezzana di creazione di valore (detto blended value) che integra i benefici economici e i benefici sociali.

Blended value

Per farla breve dunque il blended value si basa sull’assunto che un obiettivo sociale di un investimento non escluda un ritorno economico. Nasce così una finanza che si pone due obiettivi, uno dei quali è influenzare positivamente il benessere sociale. Le aree di investimento privilegiate riguardano i temi della promozione dell’occupazione, salute, istruzione, reddito di sussistenza e imprenditorialità sociale. Tra i temi di carattere ambientale invece particolare attenzione viene rivolta alle energie rinnovabili e alle tecnologie pulite.

È proprio da questo concetto che nasce l’impact investing, una politica d’investimento che mira a integrare il valore economico con il valore sociale. Tuttavia un investimento di questo tipo, per rientrare nella suddetta definizione, deve comunque sottostare ad alcuni requisiti fondamentali:

  1. L’intenzionalità dell’investitore a generare, con il suo investimento, un impatto sociale;
  2. l’aspettativa di un tasso di rendimento che, almeno nel breve periodo, potrebbe posizionarsi al di sotto del rendimento medio del mercato;
  3. la misurabilità dell’impatto sociale generato; un requisito fondamentale infatti riguarda proprio l’impegno dell’investitore a misurare le performance sociali e ambientali del suo investimento.

Come accennato in precedenza, si tratta di un fenomeno relativamente recente, di cui è ancora difficile quantificare la reale grandezza del mercato di riferimento. Un report di JP Morgan del 2016 tuttavia ci fornisce alcune statistiche a riguardo.
In un questionario sottoposto a 158 organizzazioni è emerso come nel 2015 più di 15 miliardi di dollari siano stati dedicati a investimenti con impatto sociale (per un totale di 7.551 progetti finanziati). Fra i 158 impact investor, ben 88 di essi detengono una quota di partecipazione nel settore agricolo e 78 nel settore dell’healtcare. La denominazione other del grafico sottostante invece include ambiti quali gestione dei rifiuti, controllo dell’inquinamento, assistenza umanitaria, forestazione e salute dei bambini.

dal report di JP Morgan

                                                                                                Report di J.P. Morgan.

Tutte statistiche che si prevedono al rialzo nei prossimi anni: un trend in crescita alimentato anche da politiche europee e internazionali che favoriscono la diffusione di queste politiche d’investimento.

Sull’Autore

Nato e cresciuto in Lucania, mi sono laureato in Marketing e Organizzazione d'Impresa all'Università di Modena e Reggio Emilia. Oggi studio Direzione Aziendale a Bologna e per Mangiatori di Cervello mi occupo di start-up e innovazione.

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