Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, l’album leggenda compie 50 anni

Sono passati 50 anni, ma il concept album dei Beatles Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band gode di ottima salute e sembra scritto e registrato l’altro ieri. Il disco, commercializzato il 1 giugno del 1967, è tornato in commercio il 26 maggio in edizione speciale, piazzandosi con nonchalance al primo posto della classifica degli album più acquistati nel Regno Unito.

Il segreto della sua longevità, e della sua posizione ancora sulla cresta dell’onda in un’epoca in cui la musica è volatile ed effimera, è il mix esplosivo di originalità, genio creativo e innovazione che ha rappresentato, non solo per la qualità della musica ma perché Sgt. Pepper rappresenta un modo completamente nuovo di fare musica, mai più eguagliato, che esula dal semplice album per andare a rivestire il ruolo e il peso della vera opera d’arte. E come tutte le opere d’arte figlie della modernità, ha un forte peso specifico pop, che l’ha portato a travalicare i confini della musica e della cultura per entrare direttamente nel territorio del mito, dell’archetipo. La rivista musicale per eccellenza, Rolling Stone (che ironia), l’ha inserito al primo posto nella classifica dei 500 migliori album della storia, ha venduto oltre 32 milioni di copie in tutto il mondo ed è tornato in cima alle classifiche dopo 50 anni, a sventolare in faccia a tutte le brit-pop-star attuali il suo primato, con la sfacciataggine che deriva dalla consapevolezza di aver fatto la storia.

Ascoltarlo tutto, dall’inizio alla fine, è un’operazione che riesce assolutamente naturale, ed è la natura vera e propria del concept album a fare questa operazione: Sgt. Pepper è stato pensato per essere ascoltato in un’unica soluzione, come una grande canzone che va a comporre un quadro psichedelico e variopinto di un’altra epoca che forse non è mai esistita, ma che può rivivere nelle nostre orecchie per i suoi 39 minuti di durata e donare al mondo intorno a noi un’aura più vivida e colori più intensi. Tutto, nell’album, è variopinto ed esplosivo, quasi caotico in alcuni momenti, ma perfettamente organizzato in modo da bilanciare i tempi per consentire all’ascoltatore un’immersione unica e diversificata nell’esperienza musicale. Dal caos iniziale che apre il disco abbiamo la percezione di trovarci in una vera e propria sala da concerto, e siamo quindi portati a prestare la massima attenzione a quello che sta per accadere, e che irrompe come un lampo a spezzare il vociare e il rumore degli strumenti, quel suono primordiale che parla all’inconscio di tutti gli uomini per instillargli il senso di rispetto e reverenza che suscita il mito, il teatro.

Irrompe il primo, potente riff di chitarra della title track, Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, che è un vero proclama di ciò che sta per accadere, in una sorta di teatro nel teatro in cui i quattro di Liverpool comunicano direttamente a noi e ad un pubblico immaginario il programma della serata, con tanto di finte risate, tanto per abituarci al fatto che assisteremo ad un vero e proprio spettacolo dell’assurdo. Questa traccia può essere considerata, per il tempo, un vero e proprio esempio di anticipazione della viralità, dal momento che dopo soli tre giorni dall’uscita dell’album Jimi Hendrix la suonò durante un concerto al Saville Theatre di Londra, davanti a degli sbalorditi George e Paul.

The Beatles

L’annuncio dell’ospite d’onore della serata ci introduce all’unica traccia cantata da Ringo Starr, With a Little Help from My Friends, che alla luce dei nostri smaliziati tempi (ma perché no, magari anche 50 anni fa) potrebbe essere letta come una sorta di inno ai “friends with benefits” ma che è a tutti gli effetti un vero statuto dell’amicizia, che suona come uno struggente presentimento di ciò che sarebbe accaduto alla band di lì a pochi anni. L’etereo suono di una celesta apre quella che può essere considerata a tutti gli effetti l’incarnazione in musica del periodo psichedelico dei Beatles, Lucy in the Sky with Diamonds; non c’è niente che non sia già stato detto a proposito di questa canzone, e la cosa migliore che si può dire è che, psichedelia o meno, LSD e quant’altro a parte, è una canzone straordinariamente ben strutturata, con un ritmo cadenzato e ipnotico enfatizzato dalla voce nasale di John, ritmo che esplode nel ritornello, scandito dal secco 4/4 che risveglia dalla passeggiata tra i cieli di marmellata della precedente strofa in 3/4.

Il riff di chitarra insistente e cristallino come una campana di Getting Better ci risveglia dal tunnel in cui eravamo sprofondati; il titolo, tratto da una frase ricorrente pronunciata alla fine di ogni concerto dal batterista che aveva sostituito l’ammalato Ringo per un periodo, diventa una raccolta dei ricordi dei tempi della scuola per Paul McCartney e John Lennon, che costruiscono sopra a questa frase una canzone che è una sorta di racconto dell’infanzia e un augurio per il futuro. Da segnalare particolarmente la strofa:

I used to be cruel to my woman, I beat her and kept her apart from the things that she loves
Man I was mean but I’m changing my scene, and I’m doing the best that I can

Parole che, inserite in una canzone dei giorni nostri, farebbero scattare come minimo la censura del pezzo e una serie infinita di articoli di Selvaggia Lucarelli, ma che all’epoca erano assolutamente normali e ci danno anzi una testimonianza dei rapporti sentimentali disfunzionali di John, aspetto che ricorrerà in molte testimonianze delle donne della sua vita.

Fixing a Hole è una di quelle canzoni che non si fila nessuno, e che si è lasciata ingiustamente rubare la scena da Lucy in the Sky with Diamonds per quanto riguarda il primato di “canzone tossica”: pare proprio che sì, parli apertamente di uso di droga (eroina e sicuramente marijuana per ammissione dello stesso Paul). In effetti, analizzando il testo

I’m fixing a hole where the rain gets in
And stop my mind from wondering
Where it will go

si intravede, tra le righe, il bisogno di riempire un vuoto attraverso il quale passano solo i cattivi pensieri con qualcosa che impedisca alla mente di vagare per territori non consigliabili. She’s Leaving Home, con la sua aura da favola e le sue melodie soffici e malinconiche, affronta un altro tema sensibile nel Regno Unito di quegli anni, le fughe da casa degli adolescenti, un fenomeno in cui si poteva intravedere in nuce quello che sarebbe accaduto di lì a pochissimo, ovvero la contestazione giovanile. Il dramma borghese e la critica sociale sono appena sfiorati dalla canzone, che non offre un punto di vista, ma racconta come fosse una favola della buonanotte la fuga di questa ragazza verso (speriamo) la libertà.

Fuga che potrebbe portarla sulle tracce di un circo viaggiante, e che catapulta l’ascoltatore in uno dei brani più deliranti e geniali della storia dei Beatles: Being for the Benefit of Mr. Kite!, il cui testo riproduce più o meno fedelmente il contenuto di un’autentica locandina pubblicitaria circense di metà Ottocento in possesso di John. L’andamento dinoccolato della canzone crea una vera spirale ipnotica che ci avvolge, restituendo ai nostri sensi l’illusione di essere in un vero tendone da circo, sotto al quale possono succedere le cose più straordinarie. L’atmosfera da sagra di paese, le luci, gli odori e le persone, tutto è evocato dagli strumenti che concorrono a creare un mosaico del fantastico o, per dichiarazione dello stesso John: “la parte finale deve esalare l’odore della segatura per terra”. E il produttore George Martin ci riesce, ricreando un microcosmo edoardiano grazie all’uso di armoniche a bocca, organi, harmonium, glockenspiel che turbinano in un valzer allucinatorio nella fase finale della canzone.

The Beatles

Le nuvole di polvere e segatura si diradano, e una landa incantata e fuori dal tempo appare ai nostri occhi: stiamo entrando nella parte più magica di tutto l’album: Within You Without You, il più alto contributo di George Harrison all’album, è un brano di una bellezza senza tempo, in cui musica indiana e armonie occidentali si fondono per dipingere un affresco di colori e suoni eterei e anticipando la fase “indiana” della storia dei Beatles, che di lì a qualche mese li avrebbe portati a intraprendere un viaggio in India alla ricerca del suono perfetto e della pace dei sensi. Non riconosciamo quasi le atmosfere allucinatorie del resto di Sgt. Pepper (e infatti il brano è al 100% opera di Harrison), se non per la chiusura, in cui si sentono distintamente delle risate. Siamo ancora sotto il tendone, dunque, e il numero a cui abbiamo appena assistito ci ha trasportato davvero in India per cinque minuti.

When I’m Sixty Four, l’ironico brano in cui Paul immagina la sua vecchiaia, è un giusto intermezzo nella spensieratezza, in cui possiamo apprezzare l’effetto di ringiovanimento della voce di Paul; è infatti, credeteci o meno, uno dei brani più vecchi dei Beatles, che lo proponevano ancora ai tempi del Cavern Club. Un brano che, insieme a Lovely Rita con la sua atmosfera di divertente affresco urbano, e Good Morning Good Morning, si lega in una sorta di trilogia che rimanda ai primissimi Beatles, quelli che avevano fatto della melodia orecchiabile il loro cavallo di battaglia (nonostante le resistenze snobistiche di John).

L’album potrebbe concludersi con Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (Reprise), ed essere comunque una pietra miliare della musica. E invece no. Perché a chiudere questo viaggio nell’assurdo c’è A Day in the Life, brano che segna una delle vette compositive più alte della storia della musica, in cui racconto e orchestrazione trovano lo sposalizio perfetto, e tutto sembra veicolare il messaggio che, per quanto la vita sia assurda e capitino le cose più banali, siamo tutti interconnessi e l’universo coinvolge tutti nel suo eterno mutare. E questo brano fa lo stesso, cambia faccia continuamente, passando dalla cronaca di una giornata attraverso atmosfere musicali cantautorali, alla melodia vaudeville, al crescendo orchestrale, agli stacchi sognanti in cui pare di vedere all’orizzonte le migliaia di giovani di Woodstock che si incamminano sul prato nel quale cambieranno il mondo. Il disco avrebbe potuto concludersi con il meraviglioso e insieme terrificante crescendo orchestrale, che pare in ogni momento dover esplodere e inghiottire tutto il piccolo mondo con le sue migliaia di buche per le strade, e che trova nel potente suono di tre pianoforti che suonano un accordo in Mi maggiore la sua conclusione. E invece no.

Se non si ha fretta di concludere l’ascolto, si può godere dell’ultimo guizzo di genio dei Beatles, che ci congedano con un’anticipazione di quello che avrebbe contraddistinto la musica psichedelica di quegli anni, e che avrebbero usato anche nel loro White Album: un insieme di frasi indistinte e sconclusionate, che lasciano spazio quasi subito alla frase, ripetuta in loop e sulla quale si chiude definitivamente l’album

Never could be any other way

Sull’Autore

Laureata in Istituzioni di Regia, vivo tra Bologna e Venezia. Sogno di scrivere e lavorare in teatro, e mantengo affilata la mia penna scrivendo stati misantropi e intrisi di black humor su Facebook. Preferisco un'ora di bingewatching ad un'ora d'amore e quando ho bisogno di stare da sola vado a ballare.

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