Taffo Funeral Services: una strategia marketing che è la morte sua

Quando sento nominare l’impresa di onoranze funebri Taffo, non posso fare a meno di soffermarmi sugli attimi di terrore che avranno vissuto i creativi dell’agenzia di advertising quando si saranno sentiti dire per la prima volta: “Abbiamo bisogno di pubblicizzare le nostre bare”. Sgomento, sangue che abbandona le guance e lascia il posto al pallore. Perché, sì, tutto è vendibile e tutto fa denaro, ma come si rende desiderabile ciò che rappresenta la paura più grande di un essere umano? In altre parole: come si vende la morte?

Taffo per la Twin Peaks Experience a Milano

Taffo per la Twin Peaks Experience a Milano

Innanzitutto chiariamo un dettaglio: di Taffo ce ne sono due. Qualche anno fa, infatti, il famoso servizio di pompe funebri che opera in Abruzzo e nel centro Italia, si è scisso in due diverse attività, gestite comunque dalla famiglia Taffo. Stesso nome, diverso dominio (taffo.it e taffo.com) e una strategia comunicativa che si somiglia in tutto e per tutto e che ha fatto parlare parecchio di sé negli ultimi anni, diventando addirittura oggetto di studio. Giacomo Taffo, proprietario e gestore -in totale autonomia- della comunicazione di una delle due imprese, ha dichiarato in un’intervista che l’idea di una campagna social gli è arrivata osservando le tecniche utilizzate sul web dai grandi brand come Coca-Cola o Ceres. Certo, l’obiettivo che si era posto era ambizioso: scrollarsi di dosso l’immagine triste e angustiante a cui un’impresa funebre è comunemente legata non è un compito facile, ma pare che quelli di Taffo ci siano riusciti benissimo.

La parola chiave per comprendere la loro strategia è una sola: ironia. È un’epoca strana quella in cui viviamo: si ride per le cose più bizzarre e basta pochissimo perché una cosa qualsiasi diventi virale tanto da far parlare di sé per giorni. Basta pensare alla visita di Trump al Papa, sui cui prontamente Taffo ha detto la sua (#FacceDaFunerale), oppure allo scambio di buste durante la Notte degli Oscar, che ha ispirato una particolare versione di LaLaLand. C’è sempre qualcosa che attira la nostra attenzione, quando siamo su Internet. Una sorta di argomento del giorno da cui non si può scappare. E allora, quando persino le cose che ci fanno ridere o piangere sembrano regolate da Google Trend, basta cavalcare l’onda. Si ironizza sulle stories sopra una lapide come se fosse l’ultimo aggiornamento di un’app, sulla psicosi da olio di palmasulle elezioni americane che ci hanno tenuto con il fiato sospeso e così via.

Taffo scherza anche su Gomorra

Taffo scherza anche su Gomorra.

Non c’è tempo per storcere il naso, non c’è spazio per l’indignazione. Eppure il rischio di sfociare nel cattivo gusto sta dietro l’angolo. Non è un caso che i fratelli Taffo siano spesso coinvolti in numerose polemiche come per esempio quella sulla campagna #SicuriDaMorire con lo scopo di sensibilizzare sul tema della sicurezza nelle scuole e negli edifici pubblici. “A L’Aquila è più sicuro studiare da Taffo che a scuola” era il messaggio che accompagnava una foto in cui un gruppo di studenti era intento a studiare utilizzando una bara come banco. Non tutti hanno apprezzato, eppure Taffo continua ad essere una pagina seguitissima.

Nell’era del black humour, questa strana e inquietante ironia di cui le Onoranze Funebri Taffo si fanno portatrice non poteva che avere successo. Ma questa strategia di marketing è veramente efficace? Alcuni elementi farebbero pensare di no. Nell’ideazione di una strategia, per esempio, è impossibile non tenere conto dei possibili acquirenti, che in questo caso sono i familiari di un defunto. Ora, siamo certi che le persone si lascino convincere dall’umorismo di Taffo, specialmente in un momento tragico in cui ridere è l’ultimo pensiero? Se ci fosse da scegliere per un’impresa che ha puntato tutto sui meme o su una che ha voluto valorizzare la propria professionalità, voi per quale optereste?

Sull’Autore

Siciliana, appassionata di mille cose diverse, sono una contraddizione a forma di donna. Asociale fino al midollo, diffidente come un gatto. Scrivo perché questa vita non mi basta. Mi chiamano Vanessa, *shrug*

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