Dipendenze vecchie e nuove: da “storia disastrata” a “patologia della quantità”

La cura delle dipendenze rappresenta una delle principali “missioni sociali” affidate ai professionisti della Salute Mentale nel ventunesimo secolo. In più, oltre alle classiche dipendenze da alcol e sostanze stupefacenti, si stanno moltiplicando anche le cosiddette “nuove dipendenze”, cioè le dipendenze derivate da comportamenti eseguiti in maniera incontrollata, che non comportano di per sé l’assunzione di sostanze chimiche o l’alterazione delle funzioni del sistema nervoso. Gioco d’azzardo, sesso, social network, affetto, addirittura il phon: ormai nulla sembra poter sfuggire al calderone della dipendenza. Ma sarà davvero così?

Come ho detto, la cura delle dipendenze rappresenta innanzitutto una missione sociale: è infatti lo Stato che, sotterraneamente, costruisce il significato della dipendenza, legittimando o delegittimando l’uso e l’abuso di una determinata sostanza. Senza scendere a considerazioni politiche, è comunque innegabile che la dipendenza da sostanze goda di un’implicita colpa che viene attribuita al soggetto che ne è affetto: così l’eroinomane sarà uno straccione che incontriamo di notte in stazione, il cocainomane un figlio di papà amante della bella vita, l’alcolista qualcuno a cui le cose non sono andate troppo bene etc. Questo storytelling costruisce anche un’implicita e popolare eziologia della dipendenza: il soggetto che ne soffre sarà visto come “debole”, come qualcuno che non ha saputo fermarsi al momento giusto, o come un individuo con una necessaria storia disastrata alle spalle, con una necessaria “mancanza” che lo ha portato su questa strada. Questa favola da Mulino Bianco ci permette da una parte di non preoccuparci troppo di chi è “entrato nel tunnel” e di poter vivere con la presunzione che a noi, che siamo giovani, belli, forti e carichi di giudizio, queste cose non succederanno.

"L'assenzio." Edgar Degas

Edgar Degas, L’assenzio

Le nuove dipendenze, tuttavia, sdoganano questo gioco: non tutti si sono fatti di eroina almeno una volta nella vita, ma tutti i giovani hanno usato Facebook, tutti fanno sesso, molti si innamorano. Così l’attenzione si sposta sulla quantità delle nostre attività, e la prevenzione rischia di diventare una prescrizione: non più di tot ore al computer, non più di tot attività sessuali, evitare questi comportamenti sui social ecc. Il passaggio dalla sostanza alla “quantità dell’esperienza” ci sta portando, per amore di una prevenzione standardizzata e valida per tutti, all’allontanamento ulteriore dall’esperienza soggettiva. Cercare per forza di definire cosa è normale e cosa è patologico rischia di farci vivere all’interno di un ponte di legno della normalità in mezzo al mare della dipendenza: ogni minima onda rischia di farci cadere dentro alle acque della patologia.

Dipendenza-da-Internet

Tendenzialmente, credo che sia sbagliato definire la dipendenza come un iceberg. Le “storie disastrate” della dipendenza da sostanze e la “patologia della quantità” delle nuove dipendenze possono andare bene per una psicologia popolare, ma non per professionisti. Dietro a qualsiasi dipendenza c’è infatti una storia personale: sta all’abilità del clinico scoprire a che livello si colloca la dipendenza, dopo quale tessera del domino si è verificato il fenomeno, che equilibrio si va a rompere togliendola e che prospettive si possono offrire all’individuo.

Standardizzare ci può sicuramente aiutare ad avere canoni più rigorosi, ma è altrettanto irragionevole ipotizzare per una dipendenza da oppiacei di un soggetto borderline, psicotico o nevrotico, impiegato o manager, occupato o disoccupato, solo o con famiglia, la stessa eziologia e lo stesso trattamento.

Non bisogna mai dimenticarsi che la dipendenza è innanzitutto un fenomeno che nasce, cresce e si sviluppa all’interno della comunità, che all’interno di essa trova una particolare posizione e dimensione e che, proprio la comunità stessa, può avere un ruolo fondamentale nell’elaborazione e applicabilità di efficaci soluzioni.

Sull’Autore

Classe 1994, sono Caporedattore della sezione "Scienza" da Marzo 2017. Laureato alla triennale di neuroscienze presso l' Università di Firenze sto ora proseguendo gli studi presso l'Università degli Studi di Padova. Aspiro, dopo nove lunghi anni di studio, a diventare psicoterapeuta. Credo fortemente nella comprensione del disagio individuale e, a volte, sono pure simpatico.

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