I lati positivi dell’essere un imprecatore seriale

Imprecare, si sa, non è fra le migliori abitudini. Le parolacce attirano le smorfie indispettite delle persone per bene e sarebbe meglio evitarle nella maggior parte delle occasioni. È maleducato, irrispettoso e un chiaro segno di volgarità e ristrettezza di vocabolario. O forse no. 

L’utilizzo di parolacce, parte della comunicazione umana da molto tempo ma ancora considerato tabù, è interesse dei ricercatori da diversi anni e ha portato a curiose scoperte. Fortemente spinta dalla piccola camionista che è in me, ho deciso di approfondire.


La ricerca mostra come le persone che usufruiscono spesso e volentieri di parolacce tenderebbero ad essere anche più oneste. Chi si esprime senza filtri lessicali, che usa quindi tu-sai-quali-parole, è più probabile stia dicendo ciò che ritiene essere la verità, offrendo genuinamente la sua prospettiva dei fatti.

Inoltre, contrariamente al senso comune perbenista, imprecare sembrerebbe anche un possibile indicatore d’intelligenza: diversi studi hanno rilevato che la quantità di parolacce dette in un minuto è positivamente correlata al numero di parole, che inizino con una determinata lettera o appartenenti ad una particolare categoria, che si riescono a nominare nello stesso arco di tempo. Questa correlazione significativa fra l’utilizzo, o la conoscenza, di imprecazioni e di un più vasto ed articolato vocabolario non è di per sé indicativa dell’intelligenza. Tuttavia è appurato che un’estesa padronanza del linguaggio o il desiderio di ampliarlo rilevi molto dell’intelligenza di un individuo.

A differenza della maggior parte delle produzioni lessicali, però, le parolacce vanno a stimolare l’emisfero destro del cervello, dritte alla nostra parte emotiva ed apparentemente in grado di influenzare, oltre al cervello, anche il nostro corpo. Il meccanismo non è ancora perfettamente chiaro ai ricercatori: al momento l’ipotesi più accreditata è il coinvolgimento dell’amigdala e, da qui, l’attivazione del sistema di attacco-fuga. Per questo imprecare sarebbe in grado di alleviare la percezione del dolore e, sembrerebbe, di aumentare la forza fisica.


Quest’ultima sorprendente scoperta viene da Richard Stephens, professore di psicologia all’università di Keele, ed è stata presentata a inizio maggio all’annuale conferenza della British Psychological Society. La sua ricerca si articola di due studi: nel primo, 29 partecipanti con età media di 21 anni, sono sottoposti ad un breve esercizio di forza esplosiva su una cyclette. In un primo momento è chiesto loro di sostenere la prova ripetendo una parolaccia e successivamente l’esercizio è riprodotto con l’utilizzo di una parola neutra. Nel secondo studio viene invece analizzata l’handgrip strenght di 59 partecipanti, con età media di 19 anni, in sei batterie: tre delle quali accompagnate dalla ripetizione di una parolaccia e le restanti da una parola neutra.

I risultati evidenziano che imprecare aumenta veramente la forza. I ciclisti nella batteria che utilizza parolacce presentano un incremento in media di 24Watt, con percezione dello sforzo invariata, e si ha un aumento nell’handgrip strenght in media di 2,1 kg.


Mentre Stephens invita a continuare ad indagare sugli effetti che l’imprecare ha sull’individuo, noi giovani camionisti e piccoli scaricatori di porto possiamo stare tranquilli. Sì, forse, non sceglieremo sempre il modo più elegante di esprimerci, ma per lo meno possiamo andare in giro a vantarci di essere onesti, intelligenti, forti, belli e simpatici con chi ci fa ramanzine spicce perché “certe parole non si dicono!”.

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