Essere e non essere: Blue Whale e Amleto a rovescio

Morire, dormire… nient’altro.

È qui che appari al tuo vecchio, la notte. Quando i primi raggi di sole tagliano le nubi ancora scure e cariche di notte, tu mi appari qui, sulla cima del palazzo più alto della città. Ti vedo sempre sul bordo, pericolosamente propenso a lasciarti andare, e quando il grido è già formato nella mia gola e le mie braccia sono già tese, pronte a fermarti, mi ricordo che sei già morto. La morte deve essere la condanna a ripetere i propri errori, all’infinito.

La prima volta che ti ho visto, mi hai solo sorriso. I primi raggi di sole sono esplosi in un cerchio di luce dietro il tuo viso, e hanno attraversato la tua pelle come vetro, facendomi socchiudere gli occhi. Il tempo di un battito di ciglia, e non c’eri più. Ero io a volermi buttare, quella volta, e la tua mano mi ha colto di sorpresa mentre con la mente ero già per terra; quel brivido caldo che mi ha dato, simile a quello che dicevi di provare quando da piccolo ti pettinavo i capelli, mi ha fatto voltare e tu eri là. Il tempo di sorridermi, e te ne eri già andato. La morte deve essere la condanna a guardare chi ami fare i tuoi stessi errori.

Blue Whale

Bagni Proeliator

Tu hai circumnavigato la morte, con un colpo di coda hai voltato l’angolo e, come se la caduta fosse stato un effetto speciale del sonno, sei tornato qui, per me. Non sei mai andato via, e in tutte le tue apparizioni non mi hai mai detto nulla su che cosa c’è dall’altra parte. Non lo voglio sapere. Finché tu sei qui, anche il mio posto è qui, e tu mi hai dato un compito. I bracconieri, i giovani capitani Achab che hanno arpionato la tua giovane mente, prelevando dalla tua psiche malleabile once di sanità mentale, chiudendole in scatole interattive dallo schermo nero col sorriso sinistro, i congiurati che hanno banchettato con i resti della tua vita in 50 giorni di orgia dell’orrore, sono ancora lì fuori. Il mio principe, che mai sarà re del mondo che ho faticato per lasciargli, il mio giovane figlio tormentato non c’è più, resterà sempre incapsulato in un ricordo e in centinaia di pagine scritte fitte, e in disegni di balene, fossilizzato nella sua bara e nella nostra memoria come una zanzara nell’ambra.

Blue Whale

World Wildlife Fund

Figlio, è un compito amaro quello che mi dai. Io devo confrontarmi non solo con il dolore, ma con la sorgente stessa del dolore, di tutto il dolore del mondo. Io devo guardare in faccia l’abisso che ha generato l’abisso in te, e negli occhi di quegli aguzzini so che vedrò una fossa infinita di oscurità, in cui potrei perdermi e annegare senza mai più vedere la luce, ritrovandomi cieco come un pesce abissale. Io devo fare tutto questo perché tu non ci sei più, ed è il contrappasso che mi merito per non averti liberato dalle reti assassine quando ero ancora in tempo per farlo. Ma la tua agonia è stata troppo breve, troppo nascosta agli occhi di tutti, troppo mimetizzata tra i mille segnali che mandano ogni giorno gli adolescenti come te. Come sapevo che nel prolungato silenzio che precedeva il tuo salto nel vuoto c’era un oceano di parole, come potevo vedere che nella tua mente, una volta rigogliosa di pensieri e idee, c’era ormai un deserto inaridito in cui si agitava una tempesta di sabbia, che stava per inghiottire te e tutti noi?

Non è un bel mondo, quello che lasci. Lottiamo ogni giorno per renderlo migliore, ma la realtà è che il mondo è una vera foresta di lance e spade, e bravi sono quelli che la attraversano con solo qualche graffio. La paura della morte forse è la vera molla che mantiene i nostri piedi ancorati a terra, che non ci fa spiccare quel salto che porta dall’altra parte, dove non ci sono garanzie, ma dove forse è meno buio. Deve esserti sembrato un compromesso accettabile andare verso l’oscurità, verso l’ignoto, pur di scampare ad una notte che conoscevi troppo bene e che ti aveva invaso. Quando il non essere si sovrappone all’essere, quando il filo bianco della vita viene inghiottito dalle tenebre e reso uguale al filo nero della morte, si arriva a pensare che si tratti solo di fare un salto. Rinunciare al dolore, agli affanni, annientare ogni pensiero, liberare gli altri dal fardello di portarsi dietro un’ombra e non più una persona.

Il fatto è che non posso contraddirti, figlio: il mondo è davvero un posto orribile, se è riuscito a portarti via. La ferita avvelenata che il tuo salto nel vuoto ha aperto dentro di me non potrà mai richiudersi, e lacrimerà sangue e rimorso per sempre. Finché il tuo spirito continuerà a sorridermi, non perderò anche l’ultimo barlume di quel filo di un bianco accecante, e se non posso restituirtene neppure un filamento, farò in modo che quella luce arrivi fino a dove sei adesso e ti doni un po’ di pace. Non voglio che sia sparso altro sangue, non voglio vedere altri padri piangere i figli caduti a terra da un’altezza troppo grande per le loro giovani ali, ancora troppo vicini all’età in cui si chiede ai padri di farli volare sempre più in alto, con l’altalena. Mi chiedi di dare un senso alla tua morte. Il mio amore per te mi farà trovare un senso anche alla non-esistenza, anche all’assurdità di dover restare io, solo, a raccontare le favole a un figlio che non c’è più.

Mi appari solo di notte, ma il tuo spirito segue i miei passi su per quella lunga scala anche prima di prendere concretezza davanti ai miei occhi. Il tuo spirito ripercorre con me i tuoi ultimi passi nel mondo, si ferma sul limitare del cornicione, lì dove la vita e la morte sono indistinguibili, e non accenna a fare l’ultimo passo. La morte deve essere la condanna a fare lo stesso errore una volta sola, ma a guardarlo ripetersi all’infinito. Lascia che sia io a prenderti la mano, mio unico spirito e unica carne, noi che siamo stati una cosa sola; lascia che metta a dormire le tue paure, il tuo dolore, il tuo e il mio rimorso lacerante, lasciando che scompaia come un pensiero che nasce e muore nel tempo del salto verso l’incoscienza. Per me non è ancora tempo di dormire, e i miei pensieri rimarranno ben svegli, e le mie azioni lucide, pronte a sorvegliare e a difendere la tua memoria. Ma per te, figlio, lascia che sia l’ora del sonno a spazzare via ogni ricordo, gira l’angolo e raggiungi la nicchia di luce che ho preparato per te. Dormi e, se riesci, prova a sognare.

Dormire, forse sognare.

Sull’Autore

Laureata in Istituzioni di Regia, vivo tra Bologna e Venezia. Sogno di scrivere e lavorare in teatro, e mantengo affilata la mia penna scrivendo stati misantropi e intrisi di black humor su Facebook. Preferisco un'ora di bingewatching ad un'ora d'amore e quando ho bisogno di stare da sola vado a ballare.

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  • SergioFit88 25 agosto 2017 at 22:41

    In ogni caso il proprietario del blog non potra essere ritenuto responsabile per eventuali messaggi lesivi di diritti di terzi.

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