I Vagoni del Silenzio

Le ferrovie tedesche (Deutsche Bahn) hanno introdotto nei treni più veloci e costosi i cosiddetti “vagoni delle telefonate” (Handybereiche), contrapposti ai “vagoni del silenzio” (Ruhebereiche).

Mentre, nei primi, i neo-yuppie e gli afflitti da italite acuta telefonica possono sbizzarrirsi senza attirare su di sé sguardi di rimprovero o occhiate furtive curiose, nei secondi non si può ridere né parlare al telefono o vessare gli altri passeggeri con chiacchiere inutili. Un tempo, da italiana appena sbarcata all’estero, ritenevo che molti algidi teutoni fossero quasi sociopatici. Un tempo nel mio bagaglio non mancavano aspettative, qualche simpatico stereotipo e un paio di barattoli di Nutella. Ora il mio bagaglio si è un po’ alleggerito di queste cose (anche per via dell’olio di palma, diamine!) e mi ritrovo a comprendere il sacrosanto principio di non rompere il cazzo agli altri: in tutta franchezza, non nutro l’ardente desiderio che qualcuno mi rivolga la parola mentre mi lascio cullare dai singulti cadenzati della metro e del treno, soprattutto la mattina presto, quando i sensi si ridestano e si rinnova il contratto con l’esistenza e il mondo.

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In Germania, anche in metropoli cool come Berlino (non contano gli inflazionatissimi quartieri dove la quotidianità tedesca non viene minimamente rappresentata), nessuno stigmatizza la solitudine, anzi, se ne sottolinea la sacralità. Non è raro vedere persone che leggono un libro, sorseggiano un drink o si perdono nei propri pensieri sedute da sole in un locale. Intraprendere le attività più disparate nella quiete e autonomia di cui tutti necessitiamo, concilia la concentrazione e la produttività.

Berlino è una città su cui praticamente tutti amano spendere parole a profusione e condividere aneddoti legati alla sua sfaccettata vita notturna, alla calca, agli eccessi, all’immensa offerta culturale e agli incontri/scontri con i personaggi bislacchi che ci vivono. Proliferano recensioni, blog e testimonianze di postacci in cui essere trattati male dai buttafuori dopo ore di coda con altri stronzi alla mercé delle intemperie pare sia una prova iniziatica per sentirsi illusoriamente parte integrante di una città immensa di cui tutti hanno timore, anzi, una paura fottuta. Sì, perché Berlino è anche e soprattutto la città di persone che sono in grado di costruirsi una dimensione solitaria e impediscono alle tendenze effimere di scalfire la propria individualità. Berlino è una città multiforme e in costante divenire. È una metropoli fluida, policefala, dalle forti correnti, per cui è difficile sopravviverci se non si è ben piantati per terra.

Premesso questo, si impara a solcare queste correnti anche da soli. Non sorprende, quindi, che molti tedeschi e tedesche sviluppino un’identità itinerante e la affermino intraprendendo spesso dei viaggi in solitudine. Questo vale anche per chi ha fatto della Germania la propria seconda patria (zweite Heimat) e ne ha adottato usi, costumi e idiosincrasie. Zaino da escursionista in spalla -niente trolley- e scarpe pratiche, biglietto in mano e si parte.

I treni tedeschi sono, rispetto agli standard italiani, silenziosi e puliti, ma anche abbastanza cari. Per chi è flessibile e disposto a tollerare il sovraffollamento e le peripezie dei bus di linea, esistono numerose possibilità convenienti e mete che collegano la Germania con diverse destinazioni (mittel)europee. Senza retorica e motti autocommiserevoli, la repubblica federale teutonica incentiva i/le giovani a viaggiare autonomamente. Da soli/e e, quindi, ben accompagnati/e.

Durante i miei numerosi spostamenti, diversi miei connazionali (soprattutto dalla quarantina in su) mi hanno interrogata sui motivi e la natura dei miei viaggi: se stessi viaggiando da sola, se non avessi paura, se mi fosse mai capitato qualcosa. Sugli sguardi di questi interlocutori si dipingeva spesso un’espressione di sgomento e bofonchiavano, come se mi volessero redarguire: “Ah sì? Attenta, con tutto quello che succede là fuori!”. Ora, io non so quanto il campione di persone con cui ho interagito sia rappresentativo, eppure mi pongo delle domande. In Germania vedo in continuazione ragazzi e ragazze che viaggiano da soli, persino bambini che si recano a scuola senza essere accompagnati dai genitori.

Spesso è appagante essere dei viandanti solitari e assaporare la quiete lungo il proprio itinerario. Certo, la poesia della peregrinazione mitteleuropea quasi solipsistica è spesso infranta da orde di scolaresche o hooligan avvinazzati e molesti e dai frequenti ritardi dei treni (la Germania non è la fottuta Svizzera), ma la solitudine è un concetto così importante e elemento essenziale dell’identità di questo popolo che viene paradossalmente ammessa anche nella dimensione di coppia: esiste a tal proposito la splendida parola Zweisamkeit (zwei “due” e Einsamkeit “solitudine”, quindi letteralmente “solitudine in due”).

In questo senso, quindi, l’Einsamkeit può assumere connotazioni positive e costituire delle volte un privilegio, un pertugio recondito di cui si ha il completo controllo e in cui si è liberi. Lo si deve a se stessi. O magari sono solo un po’ sociopatica anche io.

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Uno scorcio della Svizzera Sassone (Sächsische Schweiz)

Sull’Autore

Sono cresciuta nella provincia lombarda circondata da fantasmi grunge, libri e anziani consiglieri ed educatori; in seguito ho abitato per un paio d'anni nella splendida Bologna per poi spostarmi in Germania. Da anni continuo a cambiar meta per osservare l'umanità, sentire nuovi accenti e perseguire ciò che più amo: l'arte dell'acclimatamento, la scrittura, la musica e il fumetto amatoriale. Dal 2015 insegno tedesco ai profughi e agli immigrati.

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