Il pericolo della violenza in diretta

La linea di confine tra il progresso e la regressione è sottile e sfumata. Un’invenzione creata a fin di bene è facile che finisca per essere utilizzata per scopi dalla dubbia moralità. L’elenco delle creazioni nate dall’ingegno dell’uomo che sono poi diventate pericolose è lungo: il nucleare, non solo fonte di energia ma arma di distruzione di massa, le ricerche di Einstein che hanno concorso alla realizzazione della bomba atomica… Allora qual è quella invenzione contemporanea che, nata da un’idea positiva, sta mostrando i suoi lati peggiori?

Forse meno pericolosa nel breve termine, ma i cui effetti potranno mostrarsi solo nel lungo periodo, è l’introduzione dei social network. Reti sociali che collegano la maggior parte delle persone del pianeta con un filo invisibile, che è la connessione ad Internet. Bello poter ritrovare vecchi amici, poter parlare con parenti lontani, informarsi, condividere momenti personali o idee. Ma dov’è il confine tra un buon uso e un cattivo uso di questi mezzi?

Quasi ogni mese i social, partendo dal più diffuso Facebook, vengono potenziati con aggiornamenti che ci permettono di usare nuovi strumenti e ampliare le nostre possibilità: le reactions che si sono aggiunte all’ormai asettico like, la funzione dei ricordi che ci mostra ciò che abbiamo pubblicato negli anni precedenti (spesso davvero imbarazzante), le stories, spudoratamente scopiazzate da un’app nascente, Snapchat, con cui condividiamo praticamente ogni istante della vita con i nostri migliaia di “amici”.

Infine veniamo a quell’aggiornamento che, più degli altri, ha varcato il limite del buon senso: le dirette. Proprio come uno show televisivo ci troviamo di fronte a immagini di vita reale che stanno succedendo nel momento in cui le guardiamo. Si può assistere a conferenze, a spettacoli a cui avremmo voluto assistere, intervenire attraverso i commenti, partecipando attivamente a una realtà lontana. Una virtuale agorà.

Tuttavia potrebbe accadere, e di fatto è accaduto, che le immagini a cui assistiamo, magari scorrendo annoiati la home, rappresentino atti di violenza, bullismo, illegalità. Come comportarsi? In fondo non possiamo fermare il ragazzino che picchia la sua vittima, ancora non hanno inventato il teletrasporto. Chiamare aiuto? Non hanno ancora creato la possibilità di calarci nell’immagine attraverso i dispositivi. C’è allora chi continua a guardare, mosso da un sadico piacere, gli ignavi e i codardi che escono subito dalla diretta e poi chi chiama le forze dell’ordine e segnala i contenuti del video.

Ultimo brutale caso di violenza trasmessa in diretta è l’omicidio di Serena McKay, 19enne canadese massacrata di botte in una riserva naturale da alcune compagne di scuola. Il video del pestaggio è stato trasmesso in diretta e condiviso, fino ad essere rimosso dopo qualche ora dalla piattaforma. Può sembrare la trama di un episodio di Black Mirror, la serie tv che mostra gli aspetti più nefandi e distopici delle nuove tecnologie, ma è terribilmente vero. Dietro questo gesto non vi è solo la volontà di uccidere, la rabbia, ma vi è un intento di spettacolarizzare le proprie gesta. Magari si aspettavano di ricevere incitamenti e complimenti per quell’atto di giustizia privata.

Un’ulteriore orrenda testimonianza è lo stupro di una ragazzina di 15 anni da parte di un gruppo di coetanei a Chicago. Le immagini, trasmesse in diretta Facebook, mostravano la giovane legata e imbavagliata mentre i suoi aguzzini la torturavano spegnendole sigarette addosso e tagliandole i capelli. Il video è stato visto da circa 40 persone e solo un ragazzino ha cercato di contattare i parenti della vittima. I social non sono ovviamente responsabili di simili crudeltà, ma hanno comunque un ruolo.

Poster della terza stagione di Black Mirror, serie tv targata Netflix

Può essere considerata omissione di soccorso l’aver assistito in diretta a un omicidio o a un pestaggio e non essere intervenuti in alcun modo? Per arginare il fenomeno della violenza in diretta ci si dovrebbe muovere in questo senso, con leggi che puniscano non solo chi agisce ma anche chi osserva o contribuisce alla diffusione dell’azione. Il web non può più essere terra di nessuno ma l’istituzione di agenzie di controllo sui contenuti diffusi in rete presenta, nemmeno a dirlo, le problematiche di violazione della libertà di espressione e assumerebbe i connotati di una censura o di indice dei libri proibiti.

Dobbiamo diventare noi stessi i garanti della sicurezza online, degli sceriffi con l’arma della segnalazione e della possibilità di bloccare determinati contenuti o chi li diffonde. Anche le grandi aziende delle comunicazioni si stanno muovendo per rafforzare i meccanismi di controllo dell’illegalità, della diffamazione e della disinformazione online.

Prevenire è meglio che curare e la cura migliore ai mali della società è sempre l’educazione. Per proteggere coloro che sono più sensibili alle influenze esterne, ossia i bambini, è necessario che le nuove generazioni ricevano un’educazione al comportamento sul web, dato che negare loro l’accesso alle potenzialità positive di internet sarebbe anacronistico. Si tratta di una forma di educazione civica 2.0. La sicurezza non è più un diritto che riguarda solo l’ambito della propria persona o abitazione, ma interessa anche il luogo ormai più frequentato nel mondo: il web.

Sull’Autore

La curiosità verso il mondo che solo a diciannove anni si può avere e la voglia di mettere per iscritto ciò che di interessante si scopre!

Articoli Collegati

Partecipa alla discussione

Partecipa alla discussione