Parliamo di Leggi Elettorali (Parte I)

Riconfermato il segretario del PD e risolte (forse) alcune beghe interne al partito, si ritorna di prepotenza a riparlare di uno di quegli argomenti di politica interna che un po’ era stato messo da parte: le leggi elettorali.

Questo articolo è diviso in due parti, nella prima si dovrà dar conto della situazione attuale per quanto concerne le leggi elettorali in vigore, sottolineandone gli aspetti salienti e la situazione di stallo che la loro applicazione comporta nell’attuale panorama politico italiano; nella seconda parte invece si vogliono analizzare le proposte attualmente sul tavolo per uscire dall’impasse.

Chiariamo subito una cosa: la situazione italiana è, per quanto concerne le leggi elettorali, assai anomala. La storia italiana monarchica e repubblicana è sempre stata caratterizzata da un via vai di leggi elettorali di varia natura (maggioritaria, proporzionale, mista). A questo elemento si aggiunga poi la figura vergognosa, lasciatemelo dire, che la politica italiana ha fatto con le ultime due leggi elettorali, note ai più come Porcellum e Italicum. Entrambe le leggi elettorali sono state infatti dichiarate parzialmente incostituzionali dalla Corte Costituzionale che ha anche provveduto a rendere direttamente applicabili ciò che rimaneva in piedi dalle sentenze n. 1/2014 e 35/2017; abbiamo così avuto il Consultellum I (versione modificata del Porcellum, applicata al Senato) e il Consultellum II (versione modificata dell’Italicum, applicata alla Camera dei Deputati).

La già citata sentenza n. 35/2017 mette in luce un aspetto di fondamentale importanza. Oltre a ribadire la necessità di bilanciare i principi di rappresentatività e governabilità (un concetto, lasciatemelo dire, assai fumoso), la Consulta stabilisce che occorra cercare un certo grado di armonizzazione tra le leggi elettorali dei due rami del Parlamento, armonizzazione che evidentemente non c’è affatto.

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                             La reazione dell’elettore medio quando sente parlare di leggi elettorali.

Passiamo in esame, rapidamente, le due leggi elettorali al momento in vigore.
L’Italicum è un sistema atipico, forse un unicum a livello mondiale. Dovrebbe essere un sistema proporzionale, plurinominale a turno singolo (era invece a doppio turno prima della sentenza della Consulta che ha abolito il ballottaggio), ma alcuni suoi meccanismi lasciano più pensare a un sistema nettamente maggioritario. Il sistema prevede la suddivisione del territorio nazionale in 100 collegi, tutti plurinominali, tranne quelli per la Valle d’Aosta e le province autonome di Trento e Bolzano che invece sono collegi uninominali. La lista che supera il 40% delle preferenze ottiene un premio di maggioranza che la porta a vedersi assegnata un totale di 340 seggi (55% dei seggi); i rimanenti seggi sono invece distribuiti tra le altre forze politiche secondo sistema proporzionale (non complichiamoci troppo la vita su che tipo di formula proporzionale si adotti). La soglia di sbarramento è del 3% su base nazionale e come già accennato non è possibile presentarsi in coalizioni di più partiti. I capilista sono bloccati (grande tema su cui si dibatte) ed è possibile esprimere una doppia preferenza di genere per la lista votata.
Sottomettendo la discussione della legge elettorale al risultato allora dato per scontato (con una certa arroganza) del referendum del 4 dicembre, lItalicum non disciplina nulla per quanto concerne il Senato, che continua dunque a esser regolato dal Porcellum, sebbene modificato da sentenza n.1/2014

Il Porcellum è un sistema proporzionale puro. Il territorio nazionale è diviso in venti collegi corrispondenti alle venti regioni italiane a cui si aggiunge il collegio estero. Inizialmente il Porcellum prevedeva un premio di maggioranza (in realtà prevedeva 20 differenti premi di maggioranza, ma dettagli), ma questo è stato dichiarato incostituzionale. Tale legge elettorale, tuttavia, pur rimanendo un proporzionale presenta degli elementi “maggioritari” impliciti assai forti che semplificano di molto l’arena politica, eliminando diversi competitors. Il primo aspetto è la dimensione stessa dei collegi, competere in soli 20 collegi a livello regionale fa sì che i competitors stiano sempre “gomito a gomito”, ma i posti da assegnare siano sempre quelli; in altre parole, ben pochi ce la fanno. In secondo luogo il Porcellum prevede un sistema complesso di soglie di sbarramento. Ogni partito che si presenta da solo deve raggiungere ben l’8% (facendo alcuni calcoli, solo quattro partiti entrerebbero oggi, se si presentassero da soli, al Senato), vi è la possibilità di coalizzarsi, ma la coalizione ha allora una soglia di sbarramento pari al 20%. All’interno della coalizione, accedono alla spartizione dei seggi solamente le forze che abbiano superato, singolarmente, il 3%. Questo elemento delle diverse soglie di ingresso impedisce ancora oggi la presenza dei partiti minori in Senato

Ora, vi sono almeno due elementi da armonizzare: soglia di sbarramento e premio di maggioranza e attorno a quest’ultimo si può tornare anche a parlare di ballottaggio; ricordiamo infatti che la Corte Costituzionale non ha bocciato tanto il principio del ballottaggio (sebbene assai atipico per un organo non monocratico), ma l’assenza di una soglia minima per accedervi.

Che fare allora? Per ora vi tocca aspettare la seconda parte di questo articolo.

Sull’Autore

Nato in uno sperduto comune della provincia pavese nel 1991, ho terminato gli studi magistrali in Economia, Politica ed Istituzioni Internazionali all'Università di Pavia. Da sempre interessato alle Relazioni Internazionali e ai meccanismi di gestione del potere, affronto temi anche molto caldi in modo diretto e senza ipocrisie.

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