Gli Usa tornano in Somalia: è la svolta di Trump nel Corno d’Africa?

L’ultimo ricordo degli Stati Uniti in Somalia non è certo dei più felici: due elicotteri Black Hawk abbattuti e un terzo colpito in pieno centro cittadino, in quella che è passata alla storia come la “Battaglia di Mogadiscio”. Era il 3 ottobre 1993 e quegli scontri tra l’esercito americano, presente nel Corno d’Africa con l’operazione ONU Restore Hope, e il clan del signore della guerra Mohamed Farrah Aidid saranno la premessa per il ritiro di Washington dal Paese, con quegli istanti diventati celebri grazie al film Black Hawk Down di Ridley Scott.

Tutto ciò accadeva 24 anni fa, ma i 18 yankee morti quel giorno sono ancora una ferita aperta nell’opinione pubblica d’oltreoceano. Appare così quantomeno curioso il nuovo dispiegamento di truppe da parte della Casa Bianca nello Stato africano, avvenuto circa un mese fa; va comunque detto che si tratta di una quarantina di addestratori e forze di polizia, come ha dichiarato alla CNN il portavoce del Comando africano delle forze USA, Charles Chuck Prichard. Ad arrivare in Somalia saranno militari della 101ma divisione aviotrasportata, forza d’élite dell’U.S. Army, che andranno ad affiancare le truppe già presenti della missione AMISOM dell’Unione Africana e quelle somale.

Frame del film Black Hawk Down, 2001 (Credits: Suprabhat Kumar/ Flickr)

Frame del film Black Hawk Down, 2001 (Credits: Suprabhat Kumar/ Flickr)

La decisione lascia comunque stupiti, soprattutto se si pensa che Trump in campagna elettorale aveva più volte annunciato che non voleva più gli USA come “paladini del mondo”. Passati i primi 100 giorni dal suo insediamento, però, The Donald ha preso strade diverse da quelle prospettate per la propria politica estera, soprattutto dopo l’elezione del nuovo Presidente della Somalia Mohamed Farmajo a febbraio. Capo di Stato legato non poco a Washington, in quanto può vantare una la doppia nazionalità, somala e statunitense, ed è già stato Primo Ministro tra il 2010 e 2011, nonché ex ambasciatore proprio in America dal 1985 al ’89.

Se è vero che l’esercito a stelle e strisce non rimetteva piede nel Paese da quel lontano ‘94, è anche vero che la cooperazione tra i due Stati non è venuta meno. Tantomeno negli ulti tempi: dal 2006 la Casa Bianca ha stanziato 1,5 miliardi di dollari in aiuti umanitari; inoltre ha fornito ulteriori 240 milioni dal 2011 “in aiuti allo sviluppo per sostenere i settori economici, politici e sociali e per ottenere una maggiore stabilità, instaurare un’economia formale, ottenere l’accesso ai servizi di base”, come si può leggere sul sito del Dipartimento di Stato USA. Le relazioni rimangono comunque a distanza: non è presente alcuna ambasciata americana a Mogadiscio, ma solo a Nairobi, nella vicina Kenya.

Altro elemento che coglie di sorpresa è stata la richiesta, a fine aprile, dell’USAID’s Office for U.S. Foreign Disaster Assistance alle ONG che si trovano nel Paese di segnalare le coordinate geografiche in cui operano. Lo ha rivelato The Intercept, indicando che richieste simili avvengono in teatri di guerra come Libia, Siria e Iraq, mentre a inizio 2015 Washington ha condiviso con la coalizione saudita i dati sulle organizzazioni in Yemen. Trump ha quindi in mente di iniziare con raid aerei nell’estremo lembo del Corno d’Africa? L’obiettivo di eventuali attacchi sarebbe ovviamente il gruppo terrorista al-Shabaab, affiliato all’Isis, che controlla diverse parti di territorio. Bombardamenti aerei contro questo erano già avvenuti a fine dicembre 2014 (ANSA).

L'allora Presidente USA Barack Obama e la First Lady Michelle Obama incontra Hassan Sheikh Mohamud, all'epoca Presidente della Somalia e sua moglie Qamar Ali Omar, 5 agosto 2014 (Credits: U.S. Department of State/ Flickr)

L’allora Presidente USA Barack Obama e la First Lady Michelle Obama incontrano Hassan Sheikh Mohamud, all’epoca Presidente della Somalia, e sua moglie Qamar Ali Omar, 5 agosto 2014 (Credits: U.S. Department of State/ Flickr)

Nonostante la presenza di circa 20mila berretti verdi dell’UA, infatti, la minaccia islamista non è stata ancora debellata e la stessa Mogadiscio è vittima quotidianamente di auto-bombe. Inoltre, l’imponente sforzo militare sta iniziando ad essere un impegno poco voluto dai governi africani, che vorrebbero che il governo nazionale si facesse carico finalmente dell’onere della sicurezza. Già l’Etiopia, potenza regionale che prima di tutti era intervenuta con i propri uomini, si è ritirata qualche mese fa precipitosamente a causa di problemi interni, senza però avvisare gli altri Stati che prendono parte alla missione AMISOM: il risultato è stata una velocissima avanzata dei terroristi, che hanno riconquisto terreno senza nessuna fatica.

I progetti americani si andranno ad intrecciare inevitabilmente con la sua politica migratoria: 5mila somali che vivono irregolarmente negli USA verranno infatti rimpatriati a breve. In più, il Paese africano è nella black list di Trump per l’immigrazione. Si tratta forse di un progetto di intelligence molto più ampio? Come abbiamo già visto, il Paese è nel mirino della Turchia da tempo e la sua posizione geografica strategica lo rende una base non secondaria. Soprattutto perché, dall’altra parte del golfo di Aden, c’è quello Yemen tormentato ormai da anni dalla guerra civile: il futuro di Mogadiscio passa anche da lì?

Per approfondire:

Somalia. In arrivo 40 addestratori usa per la lotta agli al-Shabaab (Notizie Geopolitiche)

US sending dozens more troops to Somalia (Cnn Politics)

U.S. Signals Possible Airstrikes in Somalia by Asking Aid Groups for Their Locations (The Intercept)

Trump grants U.S. military more authority to attack militants in Somalia (Reuters)

US military sets sights on al-Shabab in Somalia (Al Jazeera)

US Planning to Return 5,000 Somali Migrants to Their Homeland (VoA)

Sull’Autore

Nato in Friuli nel 1995, vivo e studio a Gorizia, dove seguo il corso di laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche dell'Università di Trieste. La passione per il giornalismo nasce al liceo, subito dopo quella per il calcio mi porta a diventare arbitro. Collaboro anche con Sconfinare e Messaggero Veneto.

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