La legge anti-anoressia francese sfama ancora l’industria della moda

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La legge anti-anoressia francese, votata nel Gennaio 2016, è appena entrata in vigore con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. D’ora in avanti il personale delle aziende di moda potrà subire multe fino a 75mila euro e scontare fino a 6 mesi di reclusione se darà lavoro a modelle sotto gli standard di salute opportunamente verificati e certificati da un medico.

La legge spiega che il medico dovrà valutare lo stato di salute generale della modella, concentrandosi particolarmente sul suo indice di massa corporea, prima e fondamentale spia di una malattia dell’alimentazione (in un soggetto denutrito questo indice ha un valore inferiore a 18.5).

Qui arriva la prima beffa della legge che, nonostante le apparenze di solidarietà con le mannequin, in realtà distoglie lo sguardo quando non strizza apertamente l’occhio al dramma dell’anoressia, malattia che travalica le passerelle e si insinua come un tarlo nella mente delle ragazze più giovani. Esprime i suoi dubbi al riguardo anche una delle tante (per fortuna) ex schiave della magrezza, ora portavoce della lotta silenziosa di molte altre modelle e ragazze qualunque.

Anoressia

Donna Fanpage

L’indice di massa corporea, infatti, varrà poco o niente, in quanto su pressione delle stesse aziende di moda non è stato fissato alcun limite minimo, e complici altre sottili (è il caso di dirlo) pressioni da parte della modella a medici consenzienti, si continueranno a vedere sfilare in passerella esseri umani usciti direttamente da una foto in bianco e nero della liberazione di Auschwitz.

La proposta iniziale, poi rifiutata, prevedeva infatti l’inserimento del limite di 18 come indice di massa corporea (già sotto gli standard indicati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità), il che avrebbe significato che il peso di una modella alta 1.75 cm sarebbe dovuto essere almeno 55 chili. Invece, grazie al solito braccio di ferro con i colossi della moda, una modella potrà lavorare tranquillamente ben al di sotto di questi standard, con il solo benestare di un certificato medico che ne attesta la salute “generale”, mentre sotto ai nostri occhi sfila la consueta sagra dell’orrore.

L’altra beffa giocata dai grandi brand del lusso al governo francese è che la legge non menziona l’aspetto probabilmente più importante della malattia, ovvero la salute mentale; è vero che una ragazza che vive nella sanissima Europa e pesa 35 chili non può che essere anoressica, ma è anche vero che una ragazza può essere perfettamente normale agli occhi di tutti e avere comunque dentro di sé il demone dell’anoressia.

L’aspetto dell’equilibrio mentale viene spesso lasciato in secondo piano, quando non apertamente snobbato; è invece proprio questo lo strumento del contagio di questa malattia terribile, indicata come la seconda causa di morte fra i giovani francesi tra i 15 e i 24 anni.

Non ci si può certo aspettare che le aziende di moda si interessino della salute mentale delle loro impiegate, per la maggior parte mera carne da macello, ma è loro dovere quantomeno preoccuparsi dell’equilibrio psicofisico delle loro potenziali clienti, le adolescenti di tutto il mondo che bevono dagli occhi gli standard malati e alieni delle pubblicità e delle sfilate, che scatenano in loro un bisogno di emulazione che spinge ad un suicidio lento e silenzioso.

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Una pubblicità di Yves Saint Laurent ritirata nel 2015, da Repubblica.it

Un altro aspetto della legge, che verrà completato il prossimo ottobre, è proprio quello che riguarda le pubblicità: primo veicolo di contagio e propaganda di uno standard di bellezza anomalo e pericoloso, le pubblicità pesantemente ritoccate al computer dovranno mostrare l’avviso “fotografia ritoccata”, specie per quanto riguarda la pubblicità cartellonistica, su Internet, sui cataloghi e sulla stampa. Come se un semplice bollino rosso potesse qualcosa contro il potere del restante 99% di messaggio che grida “siate come noi!”.

Quello che la legge francese e l’industria della moda continuano a sottovalutare (la prima per probabile ignoranza, la seconda per malizia) è il potere dell’immagine, su cui si costruiscono entrambe le forze, politica e di costume. L’avvertenza “pubblicità ritoccata” non può convincere il subconscio quando ormai gli occhi sono saturi della bellezza decadente e seducente di un corpo piagato.

Il meccanismo è lo stesso delle fotografie disgustose apposte sui pacchetti di sigarette: una volta che le vedi, è troppo tardi perché ormai hai il pacchetto in mano e quella dannata sigaretta la fumerai, eccome se lo farai. Una volta che il messaggio ha attraversato la tua mente, veicolato dallo strumento più potente in mano alle aziende, ovvero l’immagine, è troppo tardi; il messaggio si deposita nella piega nascosta dell’autostima e, se sei un’adolescente insicura, inizia a lavorare un nanosecondo dopo la visione. D’altronde, che scelta hanno queste ragazze fragili, in una società che non fa nulla per prevenire l’anoressia e definisce curvy (etichetta apposta a ragazze di 50 chili come a donne palesemente in sovrappeso) modelle perfettamente normopeso?

La legge francese, che ha lo scopo di allinearsi alle disposizioni già attive in ambito europeo sulla problematica, si pone come obiettivo non solo la salvaguardia della salute delle modelle ma anche l’agire “sull’immagine del corpo nella società per evitare la promozione di ideali di bellezza inaccessibili e prevenire l’anoressia nelle giovani”. Questi sono i nobili intenti, che tuttavia non trovano un riscontro nella presa di posizione tiepida e poco convinta del Ministero della Salute francese, che sceglie di darla vinta alle aziende di moda che rappresentano sicuramente un vanto del Paese e smuovono un giro d’affari notevole, ma allo stesso tempo sono responsabili di una malattia che rappresenta uno dei più paradigmatici paradossi dell’Occidente: si può morire di fame e di inedia nell’Europa opulenta e graziata da qualsiasi guerra e carestia, si può vivere coccolate da parrucchieri, truccatori e stilisti e allo stesso tempo essere schiave dei piaceri e dei capricci del potentissimo Demone Neon, perverso e indistruttibile, che è l’industria dell’apparenza.

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Una clip dal film The Neon Demon del 2016, di Nicholas Winding Refn, che dipinge un ritratto inquietante dell’industria della moda

Sull’Autore

Laureata in Istituzioni di Regia, vivo tra Bologna e Venezia. Sogno di scrivere e lavorare in teatro, e mantengo affilata la mia penna scrivendo stati misantropi e intrisi di black humor su Facebook. Preferisco un'ora di bingewatching ad un'ora d'amore e quando ho bisogno di stare da sola vado a ballare.

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