Le startup di Station F: l’Europa che corre, l’Italia che guarda

Il mondo dell’innovazione digitale applaude la Francia di Station F, la fucina di startup che aprirà i battenti il prossimo giugno 2017 e sarà a tutti gli effetti il più grande campus al mondo interamente dedicato alle imprese emergenti.

Fondata da Xavier Niel nel 2013, la sede operativa sarà diretta da Roxanne Varza: mille le startup ospitate per dare vita a un polo innovativo il cui core business sarà definito dalle strategie della data economy. Alcune imprese parteciperanno al “Programma Fondatori” e pagheranno 195 dollari al mese per l’affitto di una postazione, ma la maggior parte delle realtà coinvolte si trasferirà in sede grazie ai finanziamenti di main sponsor tra cui Facebook, founding partner, e Vente-Privee Impulse. Proprio quest’ultima ha già comunicato i nomi delle prime startup selezionate: FITLE, il primo camerino di prova virtuale 3D al mondo, Shipup, il tracking delle spedizioni che rivoluziona la comunicazione post-vendita, ShorTouch, la startup che rivoluziona le reti di relazione tra utenti, Whishibam, il primo marketplace di moda e bellezza con servizio gratuito e illimitato di assistenza alla vendita, EasySize, che integra tecnologie e community per trasformare il sizing.

station f

Rendering Station F

 

La tecnologia segna il tempo di tutte le scelte che facciamo:  è questo il comune denominatore che animerà gli spazi di Station F, una vera “città digitale” sempre aperta, dove la fucina creativa aziendale vuole convivere con la comunità stessa. L’obiettivo, infatti, è garantire alle startup coinvolte tutti gli strumenti necessari per sviluppare i propri progetti, ma al tempo stesso renderli totalmente accessibili anche per i non “addetti ai lavori”, integrando i processi di innovazione digitale nelle dinamiche socio-culturali quotidiane.

Station F mette Parigi e la Francia sotto i riflettori mentre l’Italia resta nell’ombra, totalmente incapace di giocare le carte vincenti che eppure ha in mano. La realtà è che, a prescindere da una necessaria semplificazione di un iter burocratico lento e complesso, l’Italia ha un disperato bisogno di essere educata a una nuova idea di cultura, intesa come visione del mondo dinamica e interattiva che le permetta di riconoscere nell’innovazione un potenziale da coltivare in maniera collettiva, piuttosto  che un processo da circoscrivere entro i confini nazionali.

Nel 2012 è stata introdotta nel nostro Paese la definizione di “startup innovativa” per la quale è stato definito un quadro normativo specifico in materia di capitalizzazione, semplificazione amministrativa, finanziamenti, agevolazioni fiscali e diritto fallimentare. Eppure non basta.

start up

Perché? Le risposte sono molteplici:

  • In Italia il  B2C continua ad essere riconosciuto come modello più performante per gli investimenti
  • Il crowdfunding non ha ancora un peso rilevante
  • Le spin-off rappresentano solo il 15% di tutte le scale up italiane,
  • Le imprese emergenti si identificano principalmente in settori quali HealthTech, eCommerce, FinTech, FoodTech

Accelerazione, intraprendenza, trasformazione, audacia: se l’Italia vuole diventare un paese realmente all’altezza delle aspettative che merita, deve in primis riconoscersi come tassello fondamentale di un’Europa che a suo modo ci sta provando. Questo vuol dire che non si può parlare di sistema a sostegno delle imprese emergenti senza contestualizzarle in un modello imprenditoriale dinamico, dove è il digital a fare da comune denominatore.

Corre veloce, l’Europa. Ma sulla lunga e complicata via dell’innovazione digitale perde ancora pezzi.

 

Sull’Autore

Laureata in Editoria e Scrittura, Specializzata in Giornalismo d'inchiesta, Master in Comunicazione, Web Marketing e Social Media. Lavoro con i numeri, ma scrivo perchè ho un conto in sospeso con le parole, quelle forti che quando le pronunci muovono tutto intorno, come un sasso lanciato nell'acqua.

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