La madre di tutte le bombe

Nessun fronte è escluso: la svolta interventista dell’amministrazione Trump mira ad abbracciare ogni teatro di guerra in cui l’America è impegnata. A pochi giorni dall’attacco in Siria, gli Stati Uniti sganciano la più potente bomba esistente dopo quella nucleare; il nome esatto dell’ordigno è Massive ordnance air blast (MOAB) ma il suo soprannome incute molto più timore: mother of all bombs, la madre di tutte le bombe. L’obiettivo dell’attacco era la rete di tunnel dei miliziani Isis in Afghanistan, terra di guerra dimenticata dove circa ottomila soldati americani sono ancora impegnati nell’addestramento delle forze governative afghane nell’ambito della missione Nato Resolute SupportLa distruzione delle postazioni Isis in Afghanistan, tuttavia, non era l’unico obiettivo della “superbomba”: con questa operazione gli Stati Uniti hanno voluto perseguire ulteriori scopi, non annunciati ma di grande importanza strategica.

Innanzitutto, l’America ha potuto dimostrare la propria capacità di lanciare un attacco devastante senza dover utilizzare l’arma atomica. La madre di tutte le bombe pesa quasi 10 tonnellate e la potenza della sua detonazione è equivalente a quella di 11 tonnellate di tritolo. Le prime testimonianze raccontano di finestre mandate in pezzi ad oltre 3 chilometri di distanza. Nemmeno Bush (la costruzione della bomba risale al 2003) aveva mai osato utilizzarla. Un bombardamento nel cuore dell’Asia costituisce l’ultimo avvertimento alla Corea del Nord ed alla vicina Cina che da anni la finanzia e la protegge: gli Stati Uniti non esitano a colpire chi può diventare una minaccia per il Paese. Prima la Siria, nonostante sia protetta da Mosca, poi l’Afghanistan, anche se il suo governo “amico” tollera la presenza di contingenti internazionali. Il regime nordcoreano potrebbe diventare presto il prossimo sulla lista.

In Afghanistan la guerra è finita, ma la violenza non si ferma: poco più di un mese fa, l’8 marzo 2017, un attentato all’ospedale militare di Kabul ha provocato 30 morti e una sessantina di feriti.

La strategia delle bombe sganciate dal cielo e dei missili lanciati dalle navi, inoltre, non implica l’utilizzo di contingenti armati sul territorio: nessuna vittima americana, nessun rischio di ondate di sdegno presso l’opinione pubblica a stelle e strisce. Certo, le vittime fra la popolazione civile sono probabili, ma nel continuo susseguirsi di guerre siamo ormai abituati a classificarle nella voce “danni collaterali” e a dimenticarle subito dopo. La guerra segreta combattuta da Obama con i droni “intelligenti”  non basta più: l’America deve mostrare apertamente il suo volto al Nemico e colpirlo duramente. Dopo l’attacco alla base di Assad, in Siria, gli Stati Uniti erano stati accusati di aver favorito l’Isis colpendo il suo maggiore avversario; con la “superbomba” l’America si smarca da questa scomoda accusa dimostrando di essere disposta a combattere il terrorismo in tutto il mondo e con l’utilizzo di qualsiasi arma.

Infine, gli Stati Uniti colgono l’occasione per ristabilire una loro presenza in Afghanistan. Nello Stato in cui fu aperto il primo fronte della guerra al terrorismo, gli uomini del Califfato sono in cerca di nuovi adepti fra le file dei talebani, compensando così le perdite subite sul campo in Siria ed Iraq: il rischio di un’espansione ad Est dell’Isis è altissimo. L’Afghanistan è a metà strada fra la Russia e la Cina: entrambe le superpotenze sono avversarie strategiche per l’America di Trump, la prima per la questione siriana, la seconda per il rischio di una guerra commerciale. All’ombra delle montagne afghane, Mosca si candida ad un ruolo da protagonista nel futuro del Paese: nel dicembre del 2016 i rappresentanti di Russia, Cina e Pakistan si sono incontrati per discutere della stabilizzazione dell’intera regione. Gli Usa, ovviamente, non erano invitati. Il disimpegno americano in Afghanistan ha consentito alla Russia di tornare a marcare il territorio, ora gli Stati Uniti hanno l’occasione di tornare a piantare la bandiera fra le alture di Kandahar.

Sull’Autore

Nato nel 1991 a Milano, vivo e studio a Torino. Laureato in Giurisprudenza con il massimo dei voti, le mie più grandi passioni sono il giornalismo e il diritto. Recito da quasi dieci anni in una compagnia teatrale portando in scena commedie divertenti, ma anche spettacoli che fanno riflettere. Mi interesso di politica, cultura, spettacolo e molto altro ancora.

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