Alessandro Burbank e la poesia oggi

Alessandro Burbank, 28 anni, classe 1988, studia Sociologia a Trento dove, in maniera molto fortunata, ha trovato persone con cui organizzare cose pazzesche e crescere artisticamente; per questo (ed altro) la “fase Trento” è stata importantissima. Le domande di tutta la conversazione sono state da parte mia molto provocatorie, ma Alessandro non ha mollato l’osso nemmeno un secondo ed è stato incredibilmente e sorprendentemente sincero. Abbiamo parlato di poesia, di parole, di scrittura e di colleghi imitatori – che ho deciso di non citare.

Questa volta che nessuno chieda ancora “ma che genere è mai questo”, “ma che poesia è”: è la poesia contemporanea che ci lamentiamo di non avere. Alessandro è uno di quei poeti che abbiamo ma non conosciamo perché non ci informiamo e ha deciso di fare una cosa bellissima: fare delle parole un lavoro. Quando nel 2017 sentiamo dire che le parole hanno perso di valore profondamente immerse nello shit storm, quando ne sentiamo forse troppe e forse di poco valore, qua invece le parole sono uniche e sono eccezionali. C’è una profonda ricerca del linguaggio quotidiano che viene reinterpretato e valorizzato a seconda delle situazioni trattate.

Ai nostri tempi servono criteri precisi per saper ponderare con intelligenza le diverse forme poetiche; per questo e per altri motivi questo sarà il primo di una serie di articoli che tratteranno l’argomento dove saranno persone come Alessandro, quindi i cittadini di questo mondo poetico, a spiegarci come riconoscere le diverse forme poetiche.

BURBANK

Come nasce questo progetto?
Più che un progetto è una performance, interpreto il tour come una performance: è un format cantato. In diverse situazioni e diverse serate mi adatto per portare la figura del poeta, che in questo caso sono io, così da poter entrare a stretto contatto con il pubblico. L’idea è partita da un’esigenza tecnica, diciamo esistenziale: non avevo un lavoro. Mi sono trasferito da Venezia a Torino per trovarne ma non l’ho trovato; allora mi sono detto “come posso provare a leggere queste poesie in vari posti, davanti a varie persone? Come posso fare della poesia, la mia più grande passione, un lavoro?”. Una delle cose fondamentali di questo tour è stata la collaborazione con Flixbus: li ho contattati per avere un piccolo aiuto in quanto in ogni caso avrei viaggiato coi loro mezzi – considera poi che io non ho il rimborso spese per il tour. Loro allora mi hanno detto che avrei potuto avere degli sconti sui trasporti ed è stata una svolta, tutto a quel punto mi si è presentato come più agevole. E poi sì, sto lavorando: sto cercando di far sì che la poesia sia un lavoro, un lavoro vero. Tipo articolo 4 della costituzione.

In base a quali criteri hai scelto di fare poesia con queste modalità? Che poesia è questa?
È una poesia del tutto personale ma portata fuori casa, e per questo in Italia è innovativa: partendo da qua si possono fare un milione di ragionamenti anche contrastanti tra loro. Lo slam poetry si scontra inevitabilmente con quello che c’era prima, io sto facendo qualcosa di nuovo in diversi campi, ad esempio portando la poesia dove c’è il rap, pur non essendo un esperto del genere ma solo un amatore. Mescolo la mia poesia all’interno del pubblico di altri, come quello di Willy Peyote ad esempio; la mia poesia è molto meno accessibile rispetto ad altre contemporanee che girano attorno allo stesso genere. Molti stanno capendo il mio approccio, e questo non può che rendermi felice; l’unico  rischio è che si intenda la poesia in un unico modo, quando in realtà sono tante le poesie e i modi di fare poesia. Il discrimine è la qualità, e quella si ottiene col tempo. Io stesso scrivo cose belle e meno belle, ma credo di espormi, non solo coi testi ma anche con la ricerca che sto facendo.

Molti definiscono la vostra come una poesia minore: cosa ne pensi?
Penso che c’è gente come noi che fa una gavetta incredibile e poi c’è il primo “poeta dell’amore” che senza alcun impegno si pone in maniera arrogante solo perché ha successo sul web; attenzione, anche quella è poesia, ma è una poesia senza autore, diciamo che in quei casi l’autore si fa agente di una mancanza nella collettività e si inventa che la poesia è il luogo comune da essa scaturito. Se è poesia d’amore, diviene kitsch. C’è chi ha avuto l’idea geniale di diventare l’autore di quella poesia grazie ai social.

Chi è che oggi stabilisce cosa è di qualità e cosa no?
Oggi sicuramente il pubblico generico ha un ”potere” maggiore rispetto al passato dove c’era un sistema molto ampio di letterati che avevano voce in capitolo e dai loro contrasti emergevano i nomi dei poeti che oggi leggiamo. Io mi chiedo però: dove sono gli studenti oggi e dunque i giovani critici? L’ultimo poeta che hanno letto è Montale, ma dopo Montale ci sono state le avanguardie, totalmente ignorate dal pubblico generico. Io non ho un pubblico, non ho una fanbase: quello zoccolo duro di persone che hanno come priorità te. Eppure qualche mio collega lo ha, ma quanti anni hanno? Cosa hanno studiato? Come ne sono venuti a conoscenza? Penso ci sia un forte discrimine generazionale. Le cose di qualità oggi le stabilisce l’autore stesso e dovrebbe farlo la casa editrice e l’editore o un collega fidato.

Tu sei interessato ad avere questa fanbase?
No. Onestamente no. Però ammetto la necessità di confrontarmi con gli altri artisti. Vorrei avere un pubblico di interessati alla cultura in generale, non solo a me.

Qual è quindi il tuo obiettivo?
Non ho un obiettivo: io ho voglia di fare poesia, di fare poesia totale, non d’amore o da Facebook o poesia orale o di un argomento in particolare per distinguermi, piuttosto politica nel senso di un ritorno del poeta come agente sull’immaginario collettivo. La poesia per me è politica tutta. Molti non lo percepiscono: infatti chi fa politica spesso non sa un cazzo di poesia e viceversa. Fare politica è fare poesia: è intessere relazioni, utilizzare parole che le persone usano ogni giorno ri-combinandole in maniera artistica. Andrebbe riletto Prévert, soprattutto quello di Parole e di Fatras.

Tu non hai un ufficio stampa. Questa cosa mi è piaciuta tantissimo: poter fare ogni domanda possibile senza dover chiedere il permesso a nessuno. C’è molta più comunicazione ed empatia tra noi.
È questo che significa essere artisti, e guarda che non me la credo per nulla, anche io non so quello che dico, eppure non me ne vergogno. Ho una mia identità e credo in quello che dico e la mia libertà, il mio pensiero non hanno bisogno di lasciapassare o filtri che non siano quelli di un eventuale rapporto di fratellanza e onestà e lavoro con l’editore. Ed è lo stesso che faccio nella mia poesia. Intendiamoci, avere un ufficio stampa non è il male, spesso è necessario per questioni organizzative. Poi io non sono un artista affermato quindi penso non sia necessario al momento averne.

Questa nuova forma di poesia da che esigenza socio-culturale nasce?
La poesia accademica sta scomparendo dall’immaginario collettivo, lasciato fuori dal dibattito sulle forme, non attecchisce più, ed è stata insegnata male; la poesia portata dal vivo invece è un tentativo di venirne fuori, di far emergere qualcosa più che se stessi, come necessità per gli umani che ci circondano: l’uso delle parole come mezzo necessario, doveroso all’uomo. La stampa nazionale fa riferimento ai poeti del nostro genere più famosi, nella scala più alta. Ma c’è una fauna dalla quale vorrebbero emergere molti giovani e giovanissimi che hanno qualcosa da dire, ce ne sono tantissimi al giorno d’oggi. Non diventerò kitsch come molti miei colleghi, non ne sento il bisogno, io non voglio dare nulla per scontato, al contrario, voglio creare immagini nuove. Non mi interessa vendere il prodotto, mi interessa la poesia, e poi semmai il prodotto editoriale è il mezzo su cui esporre un lavoro di raccolta.

Sull’Autore

Virginia, 21 anni, ironica, pungente, polemica. Bologna, Pesaro, Artù, la musica, il cinema, la cucina e tutto il buon cibo che vi si correla. Forse non riuscirò mai a fare questo lavoro seriamente, prendo le cose senza alcuna leggerezza (perlopiù).

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