Coca-Cola vs Report: nulla da nascondere o tutto da dire?

Insomma, ci risiamo: pare che Report abbia vinto un’altra battaglia a colpi di hashtag. Questa volta nell’occhio del ciclone del programma di Rai 3 ci è finita Coca-Cola, il gigante rosso, santo protettore di tutti i pranzi del mondo. Tutti ne parlano, tutti ne scrivono, ma cosa è successo realmente? Nella puntata dello scorso 3 Aprile 2017, Report dedica lo spazio “Inchiesta” a Coca-Cola con un servizio di Claudia di Pasquale. In un lungo viaggio che parte dal Messico, attraversa Stati Uniti, Canada e Mauritania e arriva fino alla Sibeg di Catania, la giornalista è andata alla ricerca dei reali fattori che hanno reso Coca-Cola il brand leader nel mercato mondiale del beverage da oltre 130 anni, forte dei numeri che riesce a fare: 500 marchi distribuiti in 50 paesi, due miliardi di bottiglie vendute al giorno, 166 miliardi di litri di bevande vendute nel solo 2016. Un successo che si rinnova ogni giorno anche grazie all’aura di mistero legata alla sua genesi, a partire dal segreto della ricetta completa, mai svelata.

Un’inchiesta dai contenuti estremamente forti: dall’uso delle concessioni delle falde messicane del Chiapas, la regione sede della più grande società di imbottigliamento di Coca-Cola, alla lotta con le autorità sanitarie sull’applicazione dei contributi sulle bevande gasate, dalle tasse pagate dalla multinazionale in Italia all’analisi diretta dei prodotti che costituiscono il mercato del colosso di Atlanta. E così, mentre in tv scorrevano le immagini del servizio, sul fronte social scoppiava la guerra di principio al veleno in presa diretta: un botta e risposta frenetico, con Coca-Cola Italia che, di fronte alle provocazioni di Report, sempre perfettamente argomentate, tenta di rispondere alle accuse e, prima attacca lanciando l’hashtag #nientedanascondere, poi tenta di rilanciare giocandosi la carta dell’umorismo masticato del #maiunagioia.

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Il colpo finale, però, l’ha dato Report: quando è stato chiesto di rispondere con un post a chi appartenesse il 23% di Coca-Cola, cifra nascosta in società offshore delle Bahamas e del Lussemburgo, dall’account ufficiale della multinazionale nessuna reazione. Risultato? Se è vero che una non risposta corrisponde a un silenzio ma un silenzio non è mai una non risposta, il “Dio Coca-Cola” ha perso molti colpi. E non è l’unico caso: poco più di un anno fa, infatti, mentre scorrevano le immagini di Report in un servizio dedicato alle operazioni di Eni in Nigeria, dall’account aziendale venivano pubblicati tweet di risposta e smentite sui contenuti contemporaneamente in onda. La domanda, però, sorge spontanea: aziende internazionali come queste possono davvero crollare sotto i colpi strategici di un tweet? Ebbene sì.

La risposta sta nelle caratteristiche di un business model ormai più che consolidato e che identifica biunivocamente l’utente con il cliente. Una campagna di comunicazione sbagliata così come una performance social infelice possono danneggiare la digital reputation del brand se non si adottano le giuste misure di gestione. Coca-Cola ha senza dubbio scelto la strategia sbagliata, aggirando il confronto diretto anche durante il live Facebook del giorno dopo.

Pronti, partenza, invio: la guerra social è appena iniziata perché, ormai è evidente, la somma delle opinioni fa un’informazione.

Sull’Autore

Laureata in Editoria e Scrittura, Specializzata in Giornalismo d'inchiesta, Master in Comunicazione, Web Marketing e Social Media. Lavoro con i numeri, ma scrivo perchè ho un conto in sospeso con le parole, quelle forti che quando le pronunci muovono tutto intorno, come un sasso lanciato nell'acqua.

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