Un islam politico europeo è possibile ed è il futuro – II parte

(Segue dalla prima parte)

Fino a quando i foreign fighters si trovano in Medio Oriente, il problema è circoscritto; quando invece tornano in Europa – com’è già successo – il pericolo che essi rappresentano colpisce tutti noi. Parliamo di tremila persone partite solo dal Vecchio Continente, secondo la relazione annuale sulla politica della sicurezza realizzata dai servizi segreti italiani, su un totale di 20mila complessivi a quanto stima l’International Centre for the Study of Radicalisation and Political Violence (ICRS). Un loro eventuale reinserimento nella società sarà dettato ovviamente dalla strategia che il Califfato vorrà adottare: mantenere delle cellule dormienti fino al momento più propizio per colpire o scatenare subito un’offensiva da dentro, con più forze possibili?

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Questa tematica si lega a ciò che sta accadendo a Raqqa e nei territori ancora sotto il controllo dell’Isis che, essendo uno Stato, ha bisogno di istituzioni e di un sistema politico per reggersi in piedi: il fatto che fino a qualche tempo fa garantisse perfino il welfare ormai è cosa nota e documentata. Viene allora da chiedersi se, oltre all’addestramento militare, ai foreign fighters venga fornita anche una formazione politica: dubbio che si dissipa da sé, dato che sotto la bandiera nera dottrina politica e religiosa coincidono strettamente. Cosa ne sarà allora di questa intellighenzia che si sta formando tra Siria e Iraq? L’eventuale annientamento del potere di al-Baghdadi coinciderà anche con la scomparsa di questa classe dirigente che si sta formando?

Potrebbe essere vero per una parte, quella che vorrà resistere fino all’ultimo contro la Coalizione, ma un’altra è destinata a rimanere: quella che nel frattempo è già tornata in Europa. Solo per quanto riguarda il Belgio, dei combattenti partiti – stimati tra i 420 e 516 – sarebbero tra i 55 e 120 individui quelli già tornati: lo rivela un censimento europeo dell’International Center for Counter-Terrorism (Icct) dell’Aja, pubblicato nel maggio 2016. Sarebbero invece 246 i francesi rimpatriati, altrettanti per la Germania, mentre il Regno Unito avrebbe “riaccolto” circa 450 combattenti: numeri che di per sé non fanno un esercito, ma non sono nemmeno un segnale da trascurare.

Potrebbe allora essere un ritorno anche a fine politico, ossia atto a formare partiti politici dichiaratamente musulmani, spostando – almeno per il momento – la battaglia dal campo terroristico a quello istituzionale? Qui il paragone con il leader comunista torna, soprattutto pensando a figure come Luigi Longo che, dopo aver combattuto in Spagna negli anni ‘30, divenne uno degli esponenti di spicco del PCI anche nell’Italia repubblicana. E anche i comunisti si presentavano nello scacchiere politico come forza anti-sistema, arrivando a un certo punto a non sapere se, quando Mosca l’avesse chiesto, essi avrebbero seguito l’ordine di un’insurrezione o rispettato quella Costituzione che essi stessi avevano contribuito a scrivere.

L'ex Presidente dell'Egitto e leader della Fratellanza Musulmana, storico partito islamico, Mohamed Morsi/ Wikipedia

L’ex Presidente dell’Egitto e leader della Fratellanza Musulmana, storico partito islamico, Mohamed Morsi/ Wikipedia

Se nei Paesi musulmani soggetti politici simili esistono già da tempo, in Europa è ancora difficile vederli. Ciò non significa che esistano: in Belgio, ad esempio, c’è Islam, che però alle votazioni nazionali del 2014 ha ottenuto appena lo 0,2% dei consensi; oltralpe l’Unione dei Musulmani Democratici di Francia (UDMF) è stata fondata nel 2012 da Najib Azerg e quest’anno correrà per la prima volta alle elezioni; in Inghilterra, invece, l’Islamic Party of Britain non esiste più dal 2006, dopo che in 17 anni di attività non è riuscito a far eleggere nessun proprio rappresentante.

In Italia l’idea di una compagine che raccolga attorno a sé l’elettorato musulmano è stata avanzata da Hamza Piccardo a gennaio di quest’anno: il co-fondatore dell’Unione delle comunità islamiche in Italia (Acoii) punterebbe così ai 2 milioni di musulmani italiani. La stessa Acoii sarebbe molto vicina alla Fratellanza Musulmana e ha sostenuto alle recenti Comunali di Milano la giovane Sumaya Abdel Qader, eletta poi consigliere comunale tra le fila del PD: la scelta di Beppe Sala di puntare su di lei ha provocato le dimissioni dal partito della italo-somala Maryan Ismail, militante da anni e anch’essa in corsa per la stessa carica, di posizioni più moderate rispetto alla sfidante.

Quanto accaduto a Milano appare chiaro: pur di ottenere voti, un partito di sinistra ha preferito candidare una rappresentante islamica integralista. E infatti questa è stata eletta: fino a quando, però, la comunità musulmana europea parteciperà politicamente con partiti già esistenti? Ci dobbiamo aspettare a breve quello che il sociologo Renzo Guolo chiama “risveglio islamico”, che “segna l’avvio di un processo di ristrutturazione identitaria che ha come esito la ri-trasformazione dell’immigrato in musulmano”? Sicuramente non possiamo ignorare che una fetta sempre più ampia della nostra società vorrà partecipare alla discussione pubblica, non da straniera ma ormai da cittadina che presenta alle istituzioni le proprie richieste.

Alla fine, incanalare sul binario della lotta politica le spinte (anche anti-sistema) che provengono da questa direzione potrebbe essere la soluzione meno dolorosa: è inutile criticare un partito che si richiama alla fede quando l’Italia è stata governata per 40 anni dalla Democrazia Cristiana e tutt’oggi diversi schieramenti si richiamano alle radici cristiane. Né possiamo pensare che, un domani, lo stesso al-Baghdadi non verrà ricordato come il padre politico di una certa visione dell’Islam: in fondo, nemmeno Lenin e Stalin sono considerati dei santi in Occidente, anzi, e i meccanismi della politica non seguono le visioni semplicistiche e prefissate del bianco-buono, nero-cattivo. Bisogna aprire gli occhi sul futuro già oggi, per evitare che sia peggiore di questo tormentato presente.

Sull’Autore

Nato in Friuli nel 1995, vivo e studio a Gorizia, dove seguo il corso di laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche dell'Università di Trieste. La passione per il giornalismo nasce al liceo, subito dopo quella per il calcio mi porta a diventare arbitro. Collaboro anche con Sconfinare e Messaggero Veneto.

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