Captain Fantastic: quando la retorica incontra la realtà

Captain Fantastic è una di quelle storie che portano lo spettatore in luoghi importanti e altamente formativi, uno di quei rari esempi di cinema parlante che, in queste pagine di pixels e linguaggio informatico, ha sempre trovato il suo degno spazio.

Uno di quei film che ci parlano e scavano dentro le nostre domande e le nostre storie formative richiamando alla superficie la realtà oggettiva: la tramuta, la scompone e ne riconsegna allo spettatore la figura materica esistenziale.

Chi ha già visto Into the Wild si è già avvicinato alla retorica del “mondo libero” della Natura: un vecchio-nuovo modo di vivere la vita lontano dalla società così come la conosciamo.

Niente aspettative sociali, niente posizioni da rispettare, nessun obbligo nei confronti della comunità: una libertà estrema ma autarchicamente isolazionista, lontana dalla natura umana che è e rimane connessa alle relazioni sociali con i propri simili.

Captain Fantastic riprende questo filone narrativo e lo intinge in qualcosa di più concreto: le relazioni.

La famiglia, per quanto rimodernata e ricostruita attorno alla libertà naturale di una vita estremamente bucolica, viene presa in esame in tutte le sue dinamiche facendo emergere domande che, soprattutto ultimamente, iniziano a diventare basilari.

Si parla spesso di unlearning, di ritorno a un apprendimento meno strutturato e più “naturale”, di ri-costruzione della realtà scolastica e formativa senza le (in teoria) dannose suppellettili castranti dei voti-giudizi-medie aritmetiche, di un apprendimento per “passione” e non per rispetto delle aspettative sociali o per il raggiungimento di un determinato reddito.

Tutto molto corretto e molto sognante, un’utopica visione della vita umana che ne ri-definisce scopo e sostanza: liberi da calcoli monetari e da dipendenza da acquisti compulsivi di beni di consumo, l’uomo può essere ciò per cui è destinato, che sia un libero pensatore o un affermato ingegnere, il tutto seguendo i propri desideri e le proprie propensioni.

Ma in tutta questa meravigliosa favola arriva lo scontro con la realtà: in Captain Fantastic l’urto è doloroso e suona come un risveglio brusco dopo un meraviglioso sogno.

Nonostante l’educazione libera da schemi, il rispetto per la Natura (quella vera, ostica, quella che fa paura), l’empatia e la ricerca della felicità (come precetto personale) non massificata e sponsorizzata su cartelloni pubblicitari di grande effetto, i protagonisti del film fanno i conti con la dura e sacrosanta realtà.

L’incontro con l’altro “civilizzato” e appartenente alla società come noi la conosciamo è brusco, strano ma importante e emotivamente coinvolgente. Diversi episodi nel film ci ricordano, sbattendocelo dolorosamente in faccia, che noi esistiamo solo dentro questa società e allontanarsene, creando piccoli circoli di ribellione non dialogante, non produce altro che scontri e incomprensioni.

La morale illuminante, dolce, vera e assolutamente importante di questo sottovalutatissimo lungometraggio è e rimane: “non si può vivere per estremi, la virtù rimane nel mezzo”.

Il crescendo inaspettato, emozionale del finale del film ci riporta a una sana e coscienziosa realtà: si può andare contro il male che questo schema sociale ci impone di assecondare, senza allontanarci dai nostri simili, senza isolarci in un paradiso illusorio di virtù e giustizia sociale. Si può vivere in un modo “altro” senza i paraocchi di una retorica hippie ed escludente, basta semplicemente essere se stessi, imparare a conoscersi, imparare ad ascoltare l’altro e conseguentemente, a conoscerlo.

Sarebbe un gran bel mondo se non si ragionasse per estremi, non trovate?

Sull’Autore

silence. reverbs. distortions. strings. words. delays. drums. soundtracks. black dots. filosofia ermeneutica. fenomenologia ermeneutica. poesia. parole. note. uno sguardo ottuso sul mondo.

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