Un islam politico europeo è possibile ed è il futuro – I parte

Sembra che li abbiamo scoperti solo oggi, ma la loro esistenza è molto più retrodata: i foreign fighters non hanno iniziato ad esistere con la guerra in Siria, né possiamo dire che siano un fenomeno recente. Persone che hanno deciso di partire per andare a combattere esistono da secoli, basti pensare ai numerosi eserciti di mercenari nella Storia; certo, il fenomeno a cui assistiamo oggi è ben diverso: in ballo non c’è il mero compenso, bensì un’ideale talmente forte da spingere qualcuno a morire invocando Allah.

La bandiera dello Stato islamico in un container in Francia/ Wikipedia

La bandiera dello Stato islamico in un container in Francia (Wikipedia)

Anche questa sfumatura però la ritroviamo nel passato: la guerra civile spagnola fu un esempio lampante di come, alla vigilia della Seconda guerra mondiale, l’ideologia spinse migliaia di uomini – e anche donne, seppur in numero minore – a lasciare la propria vita quotidiana per imbracciare un fucile. Sia tra le schiere rosse delle Brigate internazionali, sia tra quelle nere del generale Franco – anche se molti dei “volontari” italiani che combatterono con quest’ultimo erano in realtà soldati inviati da Mussolini. In quel frangente si lottava per la democrazia, qualcuno lo faceva anche per il socialismo, tutti per contrastare il nazifascismo. E non è nemmeno il caso storico più recente.

Dagli anni ‘80 ad oggi, infatti, l’esplodere incessante di conflitti regionali in tutto il mondo ha provocato uno spostamento massiccio di miliziani: dalla resistenza dei mujaheddin in Afghanistan contro i sovietici fino alla guerra civile nell’ex Jugoslavia, passando per gli scontri tra ceceni e governo centrale russo fino ad arrivare all’odierna guerra siriana. Tutti questi focolai hanno visto la partecipazione di volontari di fede musulmana che, spesso lasciandosi alle spalle una vita priva di tutto, hanno deciso di aiutare i propri “fratelli” contro il nemico, ricevendo in cambio un addestramento militare che comprende uso di armi, esplosivi e tecniche di guerriglia: un bagaglio che fa notevolmente la differenza in certe occasioni.

Non serve ricordare che fu Osama bin Laden a organizzare coloro che possedevano un know-how simile, ultimi superstiti di un mai sopito rivoluzionismo terzomondista e disseminati a combattere per il mondo, in una rete chiamata Al-Qaeda. Roba vecchia, ormai soppiantata dall’Isis – in parte, almeno, dove le due non hanno stretto alleanza – ma che ha iniziato a mostrare il mondo di questi foreign fighters in un’ottica nuova. Ciò a cui assistiamo oggi rappresenta quindi solo un tassello in più di questa complessa trama che mescola l’ideologia religiosa al gusto morboso per la violenza, unito a un rifiuto per chi sceglie questa via di integrarsi in Occidente. Nonostante indossi le stesse magliette, ascolti la stessa musica, beva gli stessi alcolici di coloro che ritiene “infedeli”.

Il quadro della situazione farebbe impallidire perfino l’Oriana Fallaci de La rabbia e l’orgoglio, il libro uscito all’indomani dell’11 settembre in cui si scagliava contro il mondo islamico. Potrebbe esserci però una via alternativa al tanto temuto scontro di civiltà, che secondo alcuni dovrebbe portarci a una vera e propria lotta armata contro i musulmani: assorbire tutta questa spinta anti-sistema al proprio interno. Un apparente controsenso che però trova riscontro nella politologia: prendiamo ad esempio il caso dei partiti comunisti nell’Europa dal secondo dopoguerra in poi, forse la cosa più distante in assoluto rispetto al fondamentalismo religioso attuale.

FILE - In this June 16, 2014 file photo, demonstrators chant pro-Islamic State group, slogans as they carry the group's flags in front of the provincial government headquarters in Mosul, 225 miles (360 kilometers) northwest of Baghdad. ISIS placed eighth on Google's list of 2014's fastest-rising global search requests, the company said Tuesday, Dec. 16, 2014. (AP Photo, File)

Dimostrazione pro-Isis nel giugno 2014 davanti alla sede del governo provinciale di Mosul, 360 km a nord-ovest di Baghdad (AP Photo)

Durante gli anni nel nazifascismo, moltissimi esponenti di queste frange lasciarono i propri Paesi per rifugiarsi in Unione Sovietica; alcuni vi si trovavano già dagli anni della guerra civile tra russi bianchi e rossi, scoppiata dopo la rivoluzione del ‘17, partecipandovi tra le fila dell’esercito guidato da Trotskij. Nomi come Kim Il Sung, Chou En-lai e Palmiro Togliatti si trasferirono così a Mosca, dove le scuole di partito li formarono politicamente, entrando poi negli ingranaggi del Comintern, l’Internazionale che raccoglieva alla “corte” di Stalin i principali leader del comunismo mondiale.

Quando ci si avvicinò alla conclusione della Seconda guerra mondiale, molti di questi tornarono nei propri Paesi per guidare i locali partiti comunisti, uniformandoli alle direttive russe. L’obiettivo era fare in modo che, nel periodo immediatamente successivo alla fine del conflitto, anche in Occidente andasse al potere il comunismo. Logiche politiche in seno alla stessa URSS fecero in modo che ciò non avvenisse, se non nei territori che essa stessa aveva contribuito a liberare militarmente dal nemico.

Fare un paragone con l’oggi potrebbe essere troppo azzardato, ma si notano delle affinità: lo Stato Islamico creato da al-Baghdadi offre a migliaia di persone in tutto il mondo un’ideologia in cui credere, schierandoli contro un nemico comune che sarebbe la causa di ogni loro male; è un’entità nata a seguito dello scontro armato, con dei confini più o meno precisi che punta ad espandersi su scala internazionale. Non si rivolge solo ai ceti meno abbienti della società ma trova consensi anche nelle classi più alte, com’è stato per Jihadi John, il boia dall’accento inglese ucciso da un raid aereo nel novembre 2015, e queste figure diventano di conseguenza quasi icone del movimento jihadista, invogliando altri a seguire le loro orme.

(Continua… )

Sull’Autore

Nato in Friuli nel 1995, vivo e studio a Gorizia, dove seguo il corso di laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche dell'Università di Trieste. La passione per il giornalismo nasce al liceo, subito dopo quella per il calcio mi porta a diventare arbitro. Collaboro anche con Sconfinare e Messaggero Veneto.

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