Arrival: il cinema che dialoga

Esistono diversi tipi di cinema, ma uno in particolare risveglia in noi consapevolezze che pensavamo sopite.

Arrival di Dennis Villeneuve è un film che appartiene assolutamente a quella categoria di cinema “parlante“, “dialogante” e proprio lo spettatore diventa, da ricettore passivo di storie e narrazioni, parte di un dialogo con la narrazione stessa.

In molti sono riusciti in questo intento, da Ridley Scott a Christopher Nolan: il loro cinema pone domande e prova a dare risposte, anche quando non esaustive, includendo chi guarda dentro la narrazione.

Villeneuve, dopo il successo di Sicario, con questo suo Arrival unisce la maestria di Ridley Scott e la bravura nell’intessere trame intricate di Christopher Nolan.

Tenete bene a mente queste parole chiave: consapevolezza, narrazione, tempo e inclusione.

La trama è di quelle più classiche tra i film di fantascienza: delle navi aliene atterrano in diverse località del nostro pianeta e quindi si cerca di comunicare con loro per capire le loro intenzioni. Fin qui sembrerebbe uno dei soliti film dove, prima o poi, aerei carichi di bombe nucleari si alzano in volo per rispondere a una minaccia aliena ostile.

Ma non è così, perché, per una volta nella vita, invece di agire come il Donald Trump di turno, l’umanità si arma della sua più grande risorsa: il linguaggio, la comunicazione. Viene assoldata un’esperta di linguaggio (Louise Banks interpretata da Amy Adams) per provare a dialogare con gli alieni.

Villeneuve e Eric Heisserer alla sceneggiatura, lontano dai canoni di Roland Emmerich, riescono a rendere vivo e vibrante l’interrogativo del racconto di Ted Chiang, Storie della tua vita (da cui il film è tratto), senza stravolgere i canoni della science fiction. Subito, infatti ci si rende conto che questo film è molto simile a Incontri ravvicinati del terzo tipo e Contact piuttosto che ai vari Indipendence day.

Un dramma fantascientifico in cui Amy Adams è protagonista indiscussa, sospesa tra luoghi oscuri e neri inondati di bianco e luce.

Ma cosa rende questo Arrival così diverso e soprattutto così interessante? La focalizzazione sul linguaggio, sull’estremo tentativo di avvicinarci all’altro, comprenderlo, includerlo, allargando i nostri orizzonti e soppiantando le nostre paure per conoscerlo, capirlo e infine iniziare una relazione dialogante con lui. Questo è il primo livello di lettura: ma c’è dell’altro, molto altro.

Senza spoilerare: Louise Banks è una grandissima esperta di linguaggio e traduzioni, la migliore nel suo campo, se non fosse che un sogno continua a tormentarla. Sciogliere quel nodo diventerà fondamentale per poter risolvere lo scontro di civiltà e riuscire nell’impresa di allargare gli orizzonti dell’umanità risvegliando la potenza del linguaggio. Dove c’è linguaggio c’è narrazione, dove c’è narrazione c’è apprendimento e quindi conoscenza, l’unica cosa che spazza via la paura che abbiamo dell’altro e pertanto esorcizza anche le nostre paure più recondite.

Per farlo dobbiamo addirittura spogliarci di tutte le nostre protezioni: è meravigliosa la scena in cui Louise si spoglia della sua tuta per poter farsi vedere così come è, senza barriere, senza pregiudizi, senza paura.

Conoscere, apprendere e comunicare sono armi che combattono non solo la paura, ma ci rendono assolutamente più consapevoli di chi siamo, del nostro essere e, conseguentemente, del nostro scopo nel mondo.  Avvicinarsi all’ignoto con la curiosità dei bambini: sperimentare, giocare con simboli e suoni, movimenti, rappresentazioni sociali.

Un plauso va anche alla realizzazione degli alieni: senza dettagli, oscuri, che parlano con suoni gutturali e incomprensibili, l’altro che si presenta a noi come mostruoso (nel senso che si mostra in tutta la sua diversità) ma che non terrorizza.

Il successo della riuscita nel dialogo avrà un prezzo e sarà il vero plot twist del film: Louise vede il futuro grazie alla diversa visione del tempo “imparata” dalla conoscenza del nuovo linguaggio alieno. Il suo sogno ricorrente è in realtà premonitore, sebbene fin dall’inizio lo spettatore sia portato a pensare che siano ricordi di un passato molto remoto. Louise nonostante il prezzo che dovrà pagare in futuro, persevera nel suo intento e riesce nell’unire due civiltà che erano su un crinale oscuro e decisamente funesto.

Questo Arrival è un film silenzioso, con pochissima colonna sonora ma completamente azzeccata e intensa, piazzata nei momenti giusti, mai invasiva o protagonista: un accompagnamento, non un coro. L’Oscar per il miglior sound editing è assolutamente meritato.

Villeneuve si dimostra regista attento allo scopo e meno incline a manierismi: tutte le sue scelte sono funzionali alla sceneggiatura, alle emozioni che vuole impressionare sulla pellicola e nella mente dello spettatore che non può rimanere impassibile davanti all’intensità di questo piccolo capolavoro di fantascienza.

Le premesse per un grande successo anche per il Blade Runner 2049 di Villeneuve (in uscita quest’anno) ci sono tutte, si spera che vengano rispettate le aspettative.

 

Sull’Autore

silence. reverbs. distortions. strings. words. delays. drums. soundtracks. black dots. filosofia ermeneutica. fenomenologia ermeneutica. poesia. parole. note. uno sguardo ottuso sul mondo.

Articoli Collegati

Partecipa alla discussione

Partecipa alla discussione