Barcellona 1992 e l’altro Dream Team

Tante volte – ahinoi – gli eventi sportivi sono o sono stati dei subdoli mezzi di propaganda politica di regimi autoritari. Fortunatamente, però, ci sono delle virtuose eccezioni: la Spagna, agli inizi degli anni ‘80, usciva da quarant’anni di regime franchista, con una gran voglia di cambiamento e di progressismo.

Per mostrare al mondo la nuova Spagna, nel 1981, appena quattro anni dopo le prime elezioni democratiche del Paese, il governo spagnolo proclama la sua candidatura all’organizzazione dell’Olimpiade del 1992. A Madrid? No, nella città simbolo dell’antifranchismo: Barcellona.

Barcelona di Freddie Mercury e Montserrat Caballé è l’inno ufficiale della manifestazione.

Se adesso Barcellona è quella città ipermoderna, capitale del Mediterraneo, e crogiolo di culture che tutti noi conosciamo, è dovuto a quella magica estate del 1992.

Il governo spagnolo, infatti, in occasione dell’Olimpiade, bonificò l’area promontoriale di Montjuic – dove innestò il palazzo sede delle manifestazioni principali e dello Stadio Olimpico – e sfruttò l’occasione, visto che gli eventi sportivi erano sparsi in tutta la città, per creare una delle linee metropolitane più efficienti dell’Europa meridionale. Per l’occasione, tantissimi artisti vennero chiamati per contribuire all’organizzazione dell’evento: una delle opere più famose è la Torre de telecomunicaciones di Calatrava. In pratica, nell’estate del 1992, Barcellona diventa la miglior città d’Europa dove fare turismo.

Il clima è l’ideale per una Olimpiade avvincente: Carl Lewis (salto in lungo e staffetta) e Aleksandr Popov (50 e 100 metri stile libero) fanno incetta di medaglie. Tuttavia, è il torneo di basket maschile a regalare le storie più appassionanti: Barcellona 1992 ospita infatti una delle formazioni più forti della storia del gioco, la nazionale USA.

Il Dream TeamSquadra dei Sogni, così venne soprannominata quella macchina schiacciasassi – raccoglieva i maggiori talenti NBA del momento: Michael Jordan, Karl Malone, Scottie Pippen e Magic Johnson sono solo alcuni dei componenti di quella squadra formidabile, che diede dai 30 ai 50 punti di distacco in ogni partita, con gli avversari, strabiliati da cotanta grandezza, impegnati soprattutto a chiedere autografi e a scattare foto.

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Il Dream Team USA del 1992

Il 1992 fu anche periodo di grandi cambiamenti geopolitici: l’Urss era appena caduta, così come la Jugoslavia non esisteva più. E chi arriva in semifinale? Due squadre uscite da pochissimo tempo da due secessioni: la Lituania (ex-Urss) e la Croazia (ex-Jugoslavia). I lituani perdono nel torneo di basket – ovviamente – contro gli americani, mentre i croati battono la Csi (Comunità di Stati Indipendenti, ciò che restava dalle macerie sovietiche). Se lituani e Csi hanno perso, chi gioca la finale per il terzo e quarto posto? Esatto! Lituani contro sovietici! Solo un anno prima, l’Armata Rossa aveva occupato Vilnius, poi liberata dai nazionalisti lituani.

I lituani odiavano l’Urss con tutto il loro cuore: solo per fare due esempi, Marciulonis, la guardia di quella squadra, era stato costretto per anni a tenere discorsi pro-regime comunista; Arvydas Sabonis – probabilmente il miglior cestista lituano di sempre – aveva avuto – così come tanti altri in quella Nazionale – la madre per ben 9 anni confinata in Siberia per delle opinioni politiche dissidenti.

La Lituania, motivatissima, batte la Csi. Si narra che Sabonis, in serata, fu visto correre per le Ramblas, felice e ubriaco, a gridare: “Dove siete KGB? Dove siete? Adesso non potete controllarmi!”.
I libri di storia parlano del 6 settembre 1991 come la data della nascita della Repubblica di Lituania. Ma, per tutti i lituani, quel 6 agosto 1992 è la vera data ufficiale, quando si liberarono simbolicamente di uno dei regimi più oppressivi del Novecento.

A ripensarci, forse, i Dream Team erano due. E il più importante vinse il bronzo.

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La Nazionale di basket lituana in festa dopo il bronzo olimpico

Sull’Autore

Comunicatore, laureando, apprendista storyteller, social media strategyst, antipatico e divoratore di pizze. Per MdC cerco di collegare cultura pop e storytelling come se esistesse veramente una relazione fra le due cose.

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