Oscar 2017: come i coccodrilli

La leggenda sui coccodrilli narra che prima divorano la preda e poi piangono. I premi Oscar quest’anno si sono rivelati molto somiglianti in fatto di abitudini.
Ma andiamo per ordine.

coccodrillo

Quest’anno c’era molta meno adrenalina nell’aria, in attesa della cerimonia che ogni anno al Dolby Theater di Los Angeles celebra i migliori al mondo tra i grandi titoli, maestri e interpreti del cinema.
O almeno così dovrebbe essere, perché a voler guardare meglio i premi riguardano e celebrano soltanto l’America e la produzione autoctona. Infatti, l’indifferenza, che quest’anno si è sentita molto più che negli anni precedenti, in attesa della gran serata, è dovuta principalmente ad una scelta sempre più scarsa di titoli.

Ci sono nomi grossi che si piazzano anche in una decina o dozzina di categorie, e le altre nomination vanno a film che già si sa non vinceranno. La meritocrazia non esiste, tanto meno la possibilità per il piccolo regista semi-indipendente, che si è arrampicato con le unghie fin su quel palco, di sbaragliare la concorrenza.

Ma non è per i brillantini dorati, i discorsi estasiati e le espressioni di gioia surreale dei suoi protagonisti: la cerimonia degli Oscar è niente di meno che un reality show su larga scala con un cast di tutto rispetto e un cachet a venti zeri, che porta introiti indecenti da considerare al business dello spettacolo e permette popolarità alle tendenze cinematografiche del periodo, spinte e lanciate dai titoli partecipanti.

Al contempo permette ad associazioni e organizzazioni dagli scopi umanitari e di beneficenza (sulla cui coerenza non mi pronuncerò) di raccogliere fondi e farsi pubblicità, come stilisti, case di moda, arredatori, marche di vino, cioccolata e smartphone. In poche parole gli Oscar sono come la fiera di paese impanata di lusso e comicità spiccia. Niente di malvagio per ora all’orizzonte. Eppure quest’anno la situazione ha subito un peggioramento drastico, che nemmeno i lustrini e i denti bianchi dei vip sono riusciti a camuffare.

Tutto è cominciato col regista iraniano Asghar Farhadi che era in concorso col film “Il Cliente” nella categoria miglior film straniero. Farhadi un paio di mesi prima della cerimonia si è visto letteralmente revocare il permesso di stare negli Stati Uniti a causa delle misure restrittive imposte a sette Paesi, Iran compreso, dal nuovo “governo Trump”. Nonostante l’ordinanza sia stata poi revocata, anche in seguito alle agguerrite (e ragionevoli) lamentele del regista, egli si è rifiutato di presentarsi alla cerimonia di premiazione.

Guarda caso il suo film ha vinto. Guarda caso non perché sia brutto o immeritevole, ma perché era prevedibile che l’Oscar sarebbe stato usato come prova della bontà americana e come pseudo-scusante per la “mancanza di rispetto a causa di una legge disumana”, come definita dallo stesso Farhadi.

Farhadi aveva già vinto nel 2012 col film Una Separazione

Farhadi aveva già vinto nel 2012 col film Una Separazione

Un gesto goffo e brutto, una plateale dimostrazione di fratellanza falsa quanto le banconote da 30 euro. Perché sappiamo tutti quanto siano razzisti Trump e la sua fazione politica, e proprio per questo risulta difficile credere che il film iraniano abbia vinto per meritocrazia e non per convenienza politica.
Il coccodrillo piange troppo tardi, ormai la preda l’ha mangiata.
Ma andiamo avanti.

La parte più divertente della serata sono state le numerose gaffe che si sono susseguite come in una commedia all’italiana, sul palco del Dolby Theater. Prima fra tutte la commemorazione di Janet Patterson, costumista più volte candidata dall’Academy, scomparsa l’anno scorso. Ma ecco che nel video “In Memoriam” assieme al suo nome appare la foto della viva e vegeta Jan Chapman, che nemmeno le somigliava essendo una produttrice. Però almeno in questo momento ho riso di gusto.

cinfeacts

Credits: @CineFacts via Facebook

La vera commedia è esplosa quando il premio Miglior Film è stato assegnato al film sbagliato. Sì, proprio come Miss Universo. Viene annunciato La La Land come vincitore, cast e crew sul palco tra lacrime, abbracci e parole di gratitudine, ma dietro si intravede trambusto, e finalmente un tecnico corregge l’errore e con la voce più piatta del mondo e un brutto gesto sbrigativo, di chi in televisione non se la sa proprio cavare, consegna il premio al vero vincitore, Moonlight.
Se vinceva La La Land era scontato ma almeno non sarebbe stato così palesemente d’apparenza. Perché Moonlight è un film cucito su misura per una Nazione che vuole vendersi come “avanti coi tempi”, liberale e tollerante quando invece (e lo sappiamo bene) è la culla della peggiore omofobia, il già citato razzismo e tante altre belle tendenze incivili e conservatrici.

Moonlight è un cocktail tediosissimo di ghetti neri semi-poveri, droghe e alcolismo, omosessualità repressa, minoranze ribelli private dei loro diritti, sogni di gloria abbastanza vaghi, bullismo, parole pesanti e fratellanza. Infatti, guarda caso, non aveva vinto un solo premio fino ad ora. E lo si capisce quando tutto quello che si vede scritto o si sente dire in proposito è “che fa riflettere”, “che è potente”, “che parla di tutti”.

Ma tutti chi? Moonlight parla di tutti perché non approfondisce mai, comunica per stereotipi e immagini già costruite, che tutti abbiamo inconsciamente in testa e associamo a situazioni comunissime come la scuola, i litigi coi genitori, l’adolescenza. Sono quadretti pre-fabbricati con un contorno di musica commovente, con dialoghi dalle parole pronunciate con emozione ma vuote di ogni significato.

oscar-moonlight

La carta vincente di Moonlight: far struggere il pubblico

Perché dico tutto questo? Perché il proposito di questo film era vincere il premio Oscar, e dimostrare al mondo intero che l’America è aperta, comprensiva verso coloro che per anni ha ghettizzato, perseguitato e massacrato. Lo è però soltanto per gli stolti che credono alla sua bella facciata di lustrini, gli stessi lustrini del premio Oscar.

La gaffe della premiazione, che sia un modo per attirare l’attenzione o (come appare) un vero e proprio errore, risulta un dolce-amaro che peggiora la situazione: La La Land era banale e prevedibile da incoronare vincitore, ma Moonlight è stato davvero deludente. Una vittoria insipida, irritante, fastidiosa come un favoreggiamento mafioso. È una leccata di piedi alla falsità e un insulto a quel cinema che affronta questi argomenti con sguardo realmente critico.  Anche stavolta il coccodrillo ha deciso di piangere per le povere prede dopo averle belle che mangiate.

La prevedibilità dei vincitori nelle categorie attori, fotografia, effetti etc distrugge ogni brivido della competizione, non c’è gusto nemmeno a giocarsi le patatine sul toto film, perché chiunque può tirare a indovinare chi vincerà e ci azzecca pure, anche non avendo visto i film in concorso o non avendone seguito gli accadimenti.

Il musicalcontiene chiari riferimenti ad un'altro musical, Singin in the Rain

Il musicalcontiene chiari riferimenti ad un’altro musical, Singin in the Rain

“Last but not least”: La La Land è un musical, quindi di principio non dovrebbe essere nella categoria film, per un premio che viene dato ai film, in competizione con altri film, ma il trucco di far ballare e cantare degli attori ha funzionato. Potrebbe una lasagna vincere come dessert estate 2017? Ci sentiremmo tutti un pochino fuori posto a darle quel premio. Così per La La Land, che stravince una serie di premi riservati al cinema.

E allora è tutto confuso, probabilmente l’anno prossimo lo spot di Netflix potrà aggiudicarsi un omino d’oro pure lui e a presentare la cerimonia ci sarà Attenborough.
Non credo bastino un bel finale sognante o un linguaggio spiccatamente cinematografico o tanti bei inflazionati piani sequenza, un musical non è un film.

A coronare le “figure cascine” della serata si noti l’attesissimo e strapagato conduttore di quest’anno, il conduttore di talk show Jimmy Kimmel, che va in crisi per la gaffe della premiazione: iniziava ad avere lo sguardo vacuo e fare movimenti tremanti, e gli ci sono voluti cinque minuti buoni per ripigliarsi, darsi un contegno e trovare una battuta abbastanza sciocca da non peggiorare ulteriormente la catastrofe dell’assurdo. Dietro di lui tutto il cast di La La Land esprime il proprio talento in una parata di facce di stupore inatteso degne di Fantozzi, con tanto di occhi sgranati e bocche aperte “senza parole”. Che era anche la nostra espressione da spettatori, perché dev’essere stato davvero frustrante essere su quel palco e vivere davanti a tutti una così spiacevole sconfitta. 

Che dire, Oscar’s Night come Colorado, o forse anche più aberrante.

Jimmy Kimmel, conduttore leggermente spaesato

Jimmy Kimmel, conduttore leggermente spaesato

Sull’Autore

Ho studiato cinema sui film, sui libri e nei festival. Ho imparato a montare video a occhi chiusi e ad animare poligoni, ho viaggiato e nord e ad est, ho scalato la Grigna, suonato alla Scala e saltato per trapezi sotto un tendone da circo. Ho visto cose che voi umani non potete neanche immaginare. Ad oggi sono filmmaker e divoro film. Di cui poi scrivo.

Articoli Collegati

Partecipa alla discussione

Partecipa alla discussione