#AgendaSetting: si scrive ‘ddl fake news’, si legge ‘censura’

Questa settimana torniamo a parlare di uno degli argomenti più citati dall’establishment negli ultimi tempi, le tanto odiate fake news, monotematico cavallo di battaglia del tycoon Donald Trump, che nel suo strano idioma pronuncia “fake nius”.

Ma non perdiamoci in voli pindarici oltre oceano, visto che l’argomento è bello caldo in casa nostra. Le fake news in Italia sembrano infatti aver dato vita ad una vera epidemia, paventata spesso come causa di debacle politiche e disinformazione da parte di ciascun gruppo politico. Quindi ci sono solo vittime, ma finora la fonte del problema non s’è palesata.

In realtà è abbastanza chiaro che la superficialità nel dare informazioni, l’apertura dei canali di comunicazione a tutti piuttosto che a soli operatori del settore e una predisposizione maggiore del pubblico a lasciarsi ingannare rendono difficile il navigare nel complesso mare della rete, che può elargire tutte e nessuna verità. Ma siccome in Italia è endemico il bisogno di personificare un colpevole e affibbiarvi un’ammenda, ecco il disegno di legge S. 2688 sulla “prevenzione della manipolazione dell’informazione online”,già famoso come “legge contro le fake news”.

Presentate al Senato queste disposizioni vogliono “garantire la trasparenza sul web e incentivare l’alfabetizzazione mediatica”. Multe fino a 5mila euro, reclusione non inferiore a 12 mesi. Il ddl funge anche da:

“miglior dizionario attualmente disponibile per comprendere come un certo establishment politico (e giornalistico) concepisca Internet e la sua regolamentazione: come lo fraintenda, demonizzi, e cerchi di irregimentare così che diventi un innocuo strumento di trasmissione del consenso, invece che un libero canale di espressione del dissenso”.

È così che Valigia Blu, in un pezzo scritto da Fabio Chiusi, descrive la proposta ferma al Senato. Giustamente, aggiungiamo, considerata la vaghezza della terminologia giuridica utilizzata (su tutte: chi decide se e quanto una notizia è tendenziosa o esagerata?). Le ambiguità del testo ammiccano alla censura, come ben spiega Daniele Scalea in un articolo per il Foglio:

“Così il “menomare la resistenza della nazione di fronte al nemico” è trasformato, nella casistica più grave pensata dai proponenti (con pena detentiva non inferiore ai due anni), in “minare il processo democratico, anche a fini politici”. Una formulazione tanto ambigua che, pensando ai richiami fatti in fase di presentazione all’ascesa dei movimenti populisti, sembra possa includere un fine legittimo come il voler vincere le elezioni.”

Abbassare i toni delle opposizioni, abbassare i toni degli oppositori. La proposta tende ad equiparare le responsabilità dei piccoli editori (magari di blog personali) con quelli delle grandi testate. Non si può far a meno di notare quanto sia sterile il tentativo di andare a burocratizzare anche un ambito così fluido come l’internet.

D’altronde questa delle fake news è una problematica che stiamo osservando dalla lente sbagliata, come spiega Alfredo Sprovieri su Mmasciata.it, dove equipara il dilagare della disinformazione moderna con quella che ha attraversato tutti i secoli, sottolineando quale sia l’unico vero anticorpo in grado di scamparcene: la cultura.

“Nulla è utile se non si cerca di incrinare quell’asse su tutti e due i suoi lati forti: voglia di far credere e disponibilità a credere. Bisogna investire in cultura e istruzione, in un pubblico sempre più in grado di fare la differenza, anche perché in termini politici quando la legittimità di un gruppo di potere ha già superato i livelli di guardia è inutile cercare di mettere sacchetti di sabbia.”

Sull’Autore

Napoletano, emigrato a Roma. Scrittore per passione, giornalista per devozione. Nella valigia di cartone gli opendata, i tweet di Gasparri e altre cose più o meno serie. Articolista per Mangiatori di Cervello, vincitore dell'Amazon Scholarship 2016, autore del blog CrocifissoInvano.

Articoli Collegati

Partecipa alla discussione

Partecipa alla discussione