Tutti Tarantino con Iphone e ketchup

quasi amici

Credits “Les Intouchables”, 2011

Come dire tutti artisti quelli senza voglia di lavorare.
Tutti scrittori ma senza manco le basi della grammatica italiana.
Tutti giornalisti con un commento su Facebook e un paio di hashtag alla moda.
Tutti pittori con le latte del brico la noia in corpo.
Potrei continuare all’infinito.

Non è vero che se non serve la laurea in matematica potete farlo tutti usando solo le direttive di wikihow. I mestieri umani non sono il gradino basso del lavoro professionale e non basta definirsi alternativi per saperli svolgere. Oggi tutti sono artisti, e la parola stessa è stata snaturata e resa sinonimo di essere sbandati, superficialmente originali ed indecisi su tutto.

Spesso mi arrivano delle persone in studio, portando del girato video fatto col cellulare, in verticale, coi colori snaturati dei filtri Instagram, e mi chiedono di farne un video, o un cortometraggio.
E’ vero che io sono la prima a schierarmi dalla parte di un’idea valida e potente anche quand’essa è realizzata in modo scadente e grezzo. Ma qui siamo oltre l’idea.

verticalvideosyndrome

La Vertical Video Syndrome è una delle problematiche dei filmati amatoriali

Queste persone sono i messaggeri dei moderni “multimedia” che ogni secondo catturano miliardi di immagini. Ogni smartphone ha una telecamera, così ogni computer, laptop, tablet. Ogni famiglia ha uno smartphone (a volte anche due) a testa, fotocamere, videocamere, impianti di sorveglianza, computer, persino certi frigoriferi ora hanno delle telecamere integrate. Per sorvegliare il cibo, non si sa mai che decida di pianificare il vostro omicidio.

Tutti questi dispositivi creano immagini digitali, che anche se cancellate restano sempre esistenti, da qualche parte nei loro circuiti.
E poi ci sono quelli come me – che faccio video e film di professione – ma anche i fotografi, gli illustratori, i grafici, che non sanno come comportarsi.
E’ vero che la maggior parte dei presunti professionisti non ha mai nemmeno appreso il mestiere, ed è una vergogna che si definisca tale, ma al contempo le apparecchiature oggi in commercio sono così potenti e così ben realizzate che persino un imbranato riesce a fare qualcosa di decente. Quando si entra nel mondo del video la cosa diventa ancor più evidente.

I social network hanno reso scadente la qualità professionale, e incensato l’amatoriale. Inoltre l’estrema semplicità di diffusione e la velocità ed efficienza con cui ogni difetto visivo può essere ritoccato e snaturato hanno livellato la differenza che c’era e ancora dovrebbe esserci tra un fotografo ed un appassionato di selfie.

Di pari passo va il discorso dell’evoluzione tecnologica: cinquant’anni fa una cinepresa pesava quanto un motorino, necessitava di tre persone per funzionare velocemente e filmava fino a fine bobina. Tempo e adattabilità erano limitati. Oggi un semplice Samsung da 100 euro la batte.
Siamo stati veloci, e nella corsa allo sviluppo abbiamo perso la virtù.

thenandnow

Stessa qualità, 50 anni di differenza

Perché si continuano ad ammirare i maestri del passato ma si è smesso di seguire i loro insegnamenti, di farsi la gavetta nel mestiere e imparare i trucchi. Per poter padroneggiare un’arte come la fotografia ci possono volere anni. Però poi la differenza tra uno scatto di Salgado e uno abbellito in postproduzione con photoshop risalta, e colpisce.
Ma la tecnologia è l’alternativa facile. Con un po’ di soldi ben spesi ci si munisce di apparecchiature e software in grado di trasformare anche uno sgorbio mal ripreso in un primo piano sfavillante.
E la coscienza? Beh quella è già stata impegnata per potersi comprare la lente deformante…

Il sovraccarico di materiale rovina il lavoro dei professionisti, rende la qualità un valore inconsistente e discrimina la tecnica e la conoscenza.
In molti prodotti, in molti film, manca la dedizione ed il sudore della ricerca, l’approfondimento della passione. La scorciatoia è più semplice e ripara dalla possibilità di fallire ma sa di amaro e di immaturo, come un frutto troppo acerbo per essere mangiato. E da qui nasce il sovraccarico cognitivo, che rende impossibile persino capire quali sono i propri gusti, o decidere cosa ci piace davvero, cosa odiamo, o cosa vorremmo riuscire ad esprimere.
Eppure, per assurdo, tutto questo materiale mal fatto ma ben patinato soffoca quello ricercato e “vero”.

twech

Il sovraccarico cognitivo è generato dai milioni di immagini e video che noi creiamo e condividiamo ogni giorno

E allora prendono piede le mode esagerate e le tendenze snaturate, la bellezza visiva diventa un concetto astratto deformato dalle diramazioni che pretendo di essere alternative ed ogni valore perde nome e rispetto.
Tutti hanno diritto ad appassionarsi e voler creare e produrre, ma va fatto con coscienza e conoscenza, con umiltà.
Ai pittori del passato facevano copiare le opere dei maestri finché non diventavano migliori, naturalmente. Il processo è identico per ogni disciplina, materia o maestranza, ma richiede tempo e costanza.
Mentre la scorciatoia è immediata, e con l’appoggio del web può diventare virale se tocca i tasti giusti del sentimentalismo, ma al prezzo di calpestare tutto il suo retaggio.

artviral

La viralità è l’arte di diventare famosi

Quindi basta alternativi, moderni poeti che si dicono maledetti dopo un bicchierino di whisky e scrittori boriosi che riciclano soltanto le parole di altri,
basta artisti autoreferenziali senza spina dorsale e fotografi le cui competenze riguardano la trascrizione di citazioni altisonanti di cui ignorano l’autore sotto i propri scatti.
Torniamo indietro, impariamo da chi ha speso una vita per un inquadratura e anni per trovare lo scatto perfetto, copiamo fino a che lo sfinimento fa scaturire l nostra vera originalità.

Ridiventiamo umani semplici, col coraggio di dire, a volte, che abbiamo finito le idee e quella cosa li proprio non siamo capaci di farla. O di renderci conto di non essere tagliati per una cosa, o di non saperne abbastanza. Non bisognerebbe studiare per dovere, per poter sventolare un pezzo di carta, ma per bisogno, per sete e per sentirsi coerenti con se stessi nel dire “io lo so fare”.
Per ripigliarsi la propria originalità in questo mondo oberato di informazioni.
Rubare, non copiare. Con pazienza, non fretta. E col coraggio di sentirsi incapaci, quando è così.

loscattoperfetto

6 anni e 720mila scatti per fare questa foto (credits @Alan McFayden)

Sull’Autore

Ho studiato cinema sui film, sui libri e nei festival. Ho imparato a montare video a occhi chiusi e ad animare poligoni, ho viaggiato e nord e ad est, ho scalato la Grigna, suonato alla Scala e saltato per trapezi sotto un tendone da circo. Ho visto cose che voi umani non potete neanche immaginare. Ad oggi sono filmmaker e divoro film. Di cui poi scrivo.

Articoli Collegati

Partecipa alla discussione

Partecipa alla discussione