L’Horcrux Hi-Tech e il Social Anti-Social

Il mondo corre forte ultimamente e non vuole rallentare, al contrario accelera inesorabilmente. Come se avesse fretta di lasciar passare un brutto periodo, come se questi anni fossero la parte del film che mandi avanti.

Potenzialmente, l’uomo del 2017 può reperire quasi qualsiasi informazione, potenzialmente potrebbe essere tutto come vorremmo che fosse e se mia nonna avesse le ruote, potenzialmente potrebbe essere una carriola. Ma non lo è, perchè mia nonna è morta e perchè non siamo pronti a fronteggiare la fretta del mondo, la smania che ha di arrivare sempre a qualcosa in più.

Ma ecco che anche questa volta l’ingegno umano ha fatto centro: per tenere il passo è stato deciso che, come sempre nella storia, l’uomo debba adottare una protesi. Nel caso delle gambe è stata adottata la ruota, nel caso degli occhi la lente. L’uomo potenzia e integra se stesso da millenni ormai, ma ora le cose sono cambiate, perchè da un paio d’anni sono le protesi mentali nonchè protesi dell’anima a farla da padrone: gli Smartphone.

Cosa pensavate che ci fosse dentro a quelle costose “scatolette”? Alici sott’olio? No. Dentro quelle “scatolette” ci siamo noi, le nostre relazioni, le cose che ci piacciono, le cose che ci servono, i ricordi, le idee… per questo converrete con me che il termine “Horcrux” (coniato dall’autrice di Harry Potter) sia particolarmente appropriato.

Le cose si sono complicate notevolmente, e questi oggetti “magici” ci aiutano a tenere il passo, evolvendosi di rimbalzo alle nostre esigenze. Ma queste protesi hanno anche lati oscuri, ci stanno cambiando nelle abitudini e nel pensiero. Siamo schiavi ignari del multitasking: non possiamo fare meno di due cose contemporaneamente, la nostra mente è divisa, sta sempre facendo altro. Detta in termini tecnici, stiamo sacrificando la memoria rigida per la RAM (Random Access Memory), forti del fatto che tutto è salvato nello Smartphone.

Il fatto che non siamo presenti a noi stessi, preclude automaticamente la presenza nei confronti degli altri. Avete presente quel velato disagio che vi assale nei momenti morti, in sala d’attesa o in autobus? Quando siete in mezzo ad estranei, costretti dal caso a trovarsi nello stesso posto a far niente? Il pensiero di parlare con qualcuno vi nausea, gli sguardi vi infastidiscono e, dopo tutto… non potete fare una cosa sola alla volta, non potete esistere in un solo posto e magari guardare fuori dal finestrino. No, sarebbe inutile. Dobbiamo tirare fuori il nostro “Horcrux” e diventare invisibili, fingerci occupati. Occupati a esser soli.

Il Nostro “Horcrux”/Smartphone funziona un po’ come il cartello “non disturbare” attaccato fuori dalla porta. Sarebbe curioso fare un esperimento per capire quanto uno smartphone comprometta le relazioni sociali. Esempio: mille persone devono chiedere un’informazione a due estranei. Dato che uno dei due sta usando lo smartphone, quanto varia in percentuale il numero di interazioni sociali? Non so se lo voglio sapere.

Ironico, se pensiamo che questa è l’era “Social” e le persone possono mandarsi faccine e cazzate varie dall’altro capo del mondo. Non so voi cosa ne pensiate, ma questa è la cosa meno Social che l’umanità abbia mai concepito.

Ecco quindi che queste “scatolette” divengono “Horcrux”, delle spugne che assorbono una parte di noi, una parte della nostra individualità, del nostro tempo, della nostra vita e quindi anche della nostra anima. La prima e più arcaica apparizione di una tale acrobazia mentale si ha con lo specchio: il primo oggetto capace di catturare qualcosa di noi.

Arrivati a questo punto non risulterà difficile capire che guardare il proprio “Horcrux” è come guardare se stessi, essere presi, assuefatti e schiavi nel vortice euforico-narcisistico che sempre più viene alimentato. Un perpetuo specchiarsi in solitudine, un perpetuo allontanarsi da una realtà ignorata.

Siamo divisi dentro come lo siamo fuori, e questo è l’effetto collaterale di un farmaco (“Horcrux”/Smartphone) assunto per curare il sintomo e non la malattia (la fretta del mondo). Tragicamente poi, stiamo scoprendo che farmaco e malattia vanno a braccetto in un sistema contiguo di rinforzi reciproci ormai inarrestabile.

Tutto questo potete capirlo meglio separandovi dal vostro “Horcrux”, ovvero scollegandovi un momento da Matrix, recuperando un brandello di lucidità. Certo questo è un “Happy Problem“, però può essere illuminante scoprire che non puoi farne a meno, che sei tagliato fuori, che le distanze si allungano, che il tempo è percepito diversamente, che ti senti privato di qualcosa e che la solitudine è effettiva.

Sull’Autore

Classe 1994, vivo a periodi alterni nella magica Bologna. Studio arti visive al Dams, scrivo, suono, canto e disegno. Quando capita faccio anche l'imbianchino.

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