#IlGiroDelMondo: Oslo

Non è un segreto: faccio parte di quella categoria di persone a cui il solo pensiero del caldo osceno e umido della pianura fa venire l’ittero; non c’è quindi da stupirsi se per i miei viaggi, soprattutto in estate, scelgo spesso mete fredde (o quanto meno più fredde di Bologna.. e non è che ci voglia molto). Il fatto che la mia antipatia per il caldo sia assolutamente ricambiata fa sì che pure quando vado in Norvegia io debba girare in maglietta perché ci capito negli unici tre giorni in cui ci sono 30°C per la prima volta negli ultimi cinquant’anni, ma questa è un’altra storia e se ne parlerà un’altra volta.

Il lato positivo del fatto che fosse quasi estate anche lì, è che la città mi ha regalato scorci come quello che vedete poco sotto, ma bando alle ciance: se state organizzando un weekend nella capitale della Norvegia, siete nel posto giusto… Partiamo!

Oslofjord visto dalla piazza del Municipio

Il fiordo visto dalla piazza del Municipio

Fondata poco dopo il 1000 d.C., rasa al suolo da un incendio nel 1624 e poi ricostruita praticamente ex novo più vicina alla baia, Oslo è una città per forza di cose molto moderna.

Della Oslo antica (in un’accezione evidentemente differente da quella che noi italiani intendiamo facendo riferimento alle nostre città), ovvero quella del pre-incendio, rimangono di fatto soltanto poche tracce: una chiesa (Gamle Akerskirke) e i resti della fu cattedrale di St. Hallvard (12° secolo); la stessa fortezza di Akershus, edificata nel 14° secolo, venne ricostruita nel 17°, come si nota già ad una prima occhiata.

Partiamo proprio dall’Akershus Slott, che domina la baia dalla sua posizione sul promontorio che si affaccia sull’Oslofjord: dell’originaria struttura medievale rimangono quasi solo i muri esterni, dato che è stato rimodernato trasformandolo in un castello rinascimentale attorno alla metà del 1600 e infine restaurato all’inizio del 1900, quando la costruzione iniziò a cadere in rovina. Al suo interno troviamo – oltre alle sale che sono oggi utilizzate dal Governo come sale di rappresentanza – la chiesa di Akershus e il Mausoleo Reale in cui sono sepolti alcuni dei sovrani norvegesi.

Dall’altro lato della piazza rispetto al castello vediamo l’edificio in mattoni rossi del municipio (Rådhus); estremamente semplice, squadrato e in pieno stile funzionalista, la sua costruzione terminò nel 1950, quando la struttura venne inaugurata. E’ la sede del consiglio comunale, di gallerie e laboratori artistici, oltre ad essere famoso perché nella sua hall si tiene la cerimonia di assegnazione del Premio Nobel per la pace, il 10 dicembre di ogni anno.

Diamo le spalle al municipio e procediamo verso destra lungo il fiordo per arrivare ad Aker Brygge: parliamo della zona portuale, che per più di un secolo ha ospitato esclusivamente cantieri navali e che è stata poi completamente rinnovata e riqualificata a partire dal 1986, diventando il luogo di ritrovo numero uno per gli abitanti di Oslo; ora, sul modernissimo lungomare in legno, si trova una sfilza di locali, negozi, cinema, ristoranti e chi più ne ha più ne metta. Certo, i prezzi non sono certo economici (ehi, pssst, niente lo è in Norvegia!), ma è davvero una cornice meravigliosa per bersi una birra godendosi il sole sul fiordo.

Aker Brygge, sullo sfondo il Municipio (Rådhus)

Aker Brygge, sullo sfondo il Municipio (Rådhus)

Proseguendo il nostro giro sul lungomare ed oltrepassando il promontorio su cui sorge la fortezza, arriviamo all’Operahuset, il teatro dell’opera che fu inaugurato nel 2007. Se vi piace l’architettura contemporanea apprezzerete sicuramente questo strambo e candido edificio che sembra sorgere dall’acqua (d’altra parte fu costruito con quell’intento); oltre alla forma a dir poco singolare della struttura ed al tetto inclinato che viene anch’esso utilizzato per concerti ed eventi al pari delle sale interne, c’è un highlight di arte contemporanea degno di nota.

Si chiama She Lies ed è opera dell’artista italiana Monica Bonvicini: si tratta di un’installazione permanente costituita da pannelli di vetro montati su una struttura in acciaio che galleggia nelle acque del fiordo, ancorata al fondale, appena davanti all’Operahuset. L’artista si è ispirata per questa opera al celebre dipinto di C. D. Friedrich Das Eismeer (Il mare di ghiaccio), “traducendolo” in un’opera scultorea monumentale alta 16 metri; galleggiando sull’acqua, l’installazione è in continuo movimento e può ruotare sul suo asse a seconda del moto delle onde e dello spirare del vento, mostrando una prospettiva sempre diversa all’osservatore. L’installazione è stata prescelta, tra le altre cose, perché tiene conto dell’enorme importanza che il mare riveste da sempre per i norvegesi: non solo fonte di sussistenza e canale di trasporto di mercanzie, ma soprattutto via prediletta per lo scambio interculturale con il resto del mondo che ha plasmato l’identità e l’immagine della nazione.

Operahuset

Operahuset

Già: mare, esplorazioni, scorribande.. Come parlare della Norvegia senza nominare i vichinghi? L’intera Scandinavia e la Danimarca si contendono la “paternità” dei guerrieri norreni (chiamiamoli così e mettiamo d’accordo tutti), e anche se con ragionevole certezza Oslo è tra le città sorte in quest’epoca, è probabile che sia stata più una colonia che la culla di questo popolo.

Sia come sia, grazie anche al fatto che i suddetti non hanno lasciato chissà quali testimonianze scritte, da queste parti il mito del vichingo è duro a morire: per questo motivo, oltre a potervi concedere souvenir trash (categoria di cui sono una fiera estimatrice) con drakkar ed elmi cornuti di qualunque colore, materiale e misura, dovreste ritagliarvi il tempo per una visita al Vikingskipshuset, il Museo delle Navi Vichinghe.

Il museo ospita tre antichi drakkar, le navi che questo popolo utilizzava per le proprie scorribande ed esplorazioni: molto semplici ma estremamente funzionali, erano stretti e slanciati per mantenere una maggiore agilità di manovra e caratterizzati dalla chiglia poco profonda per navigare in acque basse come quelle del Mar Baltico o dei fiumi, ma soprattutto per poter arrivare molto vicini alla riva rendendo gli sbarchi velocissimi.

Diversamente da ciò che si potrebbe pensare, le tre navi (Oseberg, Gokstad e Tune) non sono state ritrovate in mare, bensì sotto terra: erano state usate come tombe, per trasportare i loro proprietari nel mondo dei morti assieme a tutto ciò che si pensava potesse servire loro nell’aldilà (vestiti, cibo ed oggetti di uso quotidiano, quasi tutti custoditi nel museo, e in qualche caso anche animali domestici).

Il drakkar Oseberg

Il drakkar Oseberg

Certo, non è questo il solo museo degno di nota: nel quartiere dietro la stazione troviamo il Museo Munch, che ospita il lascito testamentario del pittore alla città (più di 22.000 opere tra disegni, litografie e dipinti) che viene presentato in un’alternanza di mostre tematiche. Poco distante troviamo anche il Museo Nazionale di Arte, Architettura e Design che riunisce e conserva le principali collezioni della Norvegia; il museo organizza mostre permanenti con opere della propria collezione e mostre a tema che, alle opere del museo, uniscono prestiti da altre istituzioni. Tra le opere imperdibili è impossibile non nominare una versione de L’Urlo del suddetto Munch, l’Autoritratto di Van Gogh e una serie di opere di artisti quali Monet, Renoir, El Greco, Cézanne e via dicendo.

Torniamo idealmente verso la baia del castello: alle spalle del municipio possiamo procedere con una carrellata degli ultimi edifici da vedere prima di arrivare all’ultimo luogo davvero imperdibile della città, carrellata che si sviluppa in una linea quasi retta che ha idealmente un estremo nella cattedrale (Domkirke) e l’altro nel parco del palazzo reale, il Kongelige Slott.

La piccola cattedrale, neanche lontanamente imponente come le chiese a cui siamo abituati, vi strapperà un sorriso in più se pensate che alla torre campanaria che vedete ora fu dato l’aspetto attuale a seguito dei malumori della popolazione, che riteneva la precedente troppo bassa e non degna della cattedrale della nazione. Sono originali il pulpito, l’altare e il frontale dell’organo che troviamo al suo interno, mentre sono successivi i grandi affreschi sul soffitto e le splendide vetrate, opera di Emanuel Vigeland, il fratello dell’artista di cui parleremo poco più avanti.

Procedendo lungo la nostra immaginaria linea retta, non molto più avanti troviamo il palazzo del Parlamento (Stortinget), uno degli edifici più famosi della città, che fu costruito nel 1866 ed è la sede dell’assemblea nazionale norvegese. Pienamente in linea con l’integrità dei norvegesi, ogni seduta parlamentare è ripresa in tempo reale, seguita da chiunque lo voglia dagli spalti (non c’è neanche bisogno di prenotare, basta entrare e sedersi), trascritta per la pubblicazione e commentata dai media nella stanza di fianco.

Ma, curiosamente, c’è una ed una sola persona in tutta la Norvegia che non può entrare nello Stortinget durante le sedute parlamentari: il re. A lui è consentito entrare nel palazzo una volta l’anno, per la cerimonia di apertura, ma il timore di un’influenza reale sulle decisioni parlamentari era così forte che fu emanata una legge apposita che viene osservata tuttora (più per tradizione che per reale necessità).

Stortinget, il Palazzo del Parlamento

Stortinget, il Palazzo del Parlamento

Mi perdonerete se per motivi di spazio tralascio il palazzo reale (Kongelige Slott) e il Teatro Nazionale, carini da vedere ma IMHO senza infamia e senza lode, in favore dell’ultima tappa di questo tour virtuale – questa sì, davvero unica.

Addentrandoci nel Frogenparken, sopra alla penisola di Bygdøy, dopo pochi passi ci imbatteremo in qualcosa di davvero singolare: un ponte in granito enorme rispetto al canale che vi scorre sotto, ornato da ben 58 sculture in bronzo che rappresentano uomini, donne e bambini a grandezza naturale, soli o in gruppo… Benvenuti al Vigelandsparken, il più grande parco di sculture del mondo che ospiti opere di un solo artista: Gustav Vigeland, fratello di Emanuel e considerato il più importante scultore norvegese.

Era già un artista affermato e piuttosto famoso quando, nel 1921, la città di Oslo decise di demolire la sua casa per costruirci una biblioteca; dopo lunghe controversie si giunse ad un accordo: a Vigeland sarebbe stato concesso un nuovo edificio in cui vivere e lavorare, e in cambio l’artista promise di donare alla città tutte le sue successive opere.

Cominciò così la storia di questo parco enorme di cui l’artista, oltre a creare tutte le 630 figure umane in bronzo e granito che lo caratterizzano, curò anche l’intera progettazione architettonica, con l’intento di celebrare tramite la sua arte nientepopodimeno che l’intero ciclo della vita (roba da niente!).

E la vita sembra sprizzare davvero da queste figure, come se fossero immobili solo momentaneamente e pronte a rianimarsi per continuare da dove si erano interrotte: esseri umani in qualunque fase della vita, dalla prima infanzia alla morte, ritratti da soli o in gruppi mentre ballano, giocano, lottano, si abbracciano. Questo è lo spettacolo che vi si parerà davanti mano a mano che procederete oltre il ponte e la fontana fino alla terrazza con l’imponente obelisco, anch’esso composto di figure che lottano arrampicandosi le une sulle altre nel tentativo di raggiungere la cima.

Mica male, come opus magnum!

Ma non voglio spoilerarvi proprio tutto, mi avete seguita fin troppo: potete premiarvi godendovi una birra fresca (avrei detto caffè, ma non vi voglio così male da consigliarvi quello norvegese) seduti sull’erba in riva al canale, mentre ammirate il tramonto che cala su questo splendido angolo di Oslo. Al prossimo giro, allora, e skål!

L'obelisco di Vigelandsparken

L’obelisco di Vigelandsparken

Sull’Autore

Bolognese, amante della birra, fonico e web editor - non necessariamente in questo ordine. Scrivo da sempre, quasi sempre per uso personale. Mentalmente iperattiva, fisicamente bradipo: se mi vedi correre è meglio che corra anche tu perché probabilmente c'è qualcosa che mi insegue. Nel tempo libero suono, leggo, scrivo, traduco, organizzo eventi, assaggio birre, viaggio, organizzo viaggi persino in viaggio, torno e ricomincio da capo; nel tempo libero dal tempo libero mi annoio, ma non ho mai tempo per farlo.

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