La hit parade delle storie sportive del 2016

Lo sport, soprattutto per la sua natura di rappresentazione della vita e per la semplificazione protagonista vs antagonista, aiutanti vs opponenti, ci ha sempre appassionati dall’alba dei tempi. Lo sport racconta sempre una storia – lo sport è storytelling – ma, per loro natura, ci sono storie più forti e coinvolgenti di altre.
Qui divulgo quella che è per me la hit parade delle storie sportive del 2016.

#5: Oklahoma City Thunder e gli Stache Brothers

Un turco, nato in Svizzera durante la Specialistica in Medicina da parte del padre Mehemet, finito negli Stati Uniti a completare il proprio curriculum accademico di tutto rispetto, e alla fine rimastoci, negli States.
E poi un neozelandese, figlio di un generale inglese stanziatosi in Nuova Zelanda che nel tempo libero ha sfornato ben 18 eredi con 5 diverse consorti.
Sono questi, rispettivamente Enes Kanter e Steven Adams, i due strani ragazzoni (210 cm uno e 211 l’altro) protagonisti di una delle più belle storie sportive del 2016.
Cosa hanno in comune, a inizio 2016, oltre a giocare nella stessa squadra, gli Oklahoma City Thunder? Niente! I due, fra l’altro, per la media NBA non sono dei giocatori determinanti, e nella regular season – conclusa da Oklahoma con un onesto terzo posto – entrano al massimo nelle rotazioni, mai titolari. L’eccentrico Adams porta da un po’ baffo e capelli lunghi, conditi da quell’accento da contadino neozelandese e da un certo senso dell’umorismo che lo rendono un’incredibile macchietta umana.
Kanter, dopo il Movember 2015, decide di lasciarsi il baffo anche per i mesi successivi. I due, che inspiegabilmente, anche essendo diversissimi, legano, vengono ribattezzati dai tifosi Stache Brothers (“Fratelli di baffo”).

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Steven Adams ed Enes Kanter.

Succede che cominciano i playoff, succede che Adams e Kanter, in primavera, raggiungono inspiegabilmente una condizione psicofisica da superuomini, e Oklahoma supera facile il turno con Dallas. Arriva poi la semifinale di Conference con San Antonio, dove tutti danno per spacciata OKC contro i giocolieri texani. È qui che si compie il miracolo sportivo, con Adams e Canter schierati per la prima volta insieme dall’inizio – il doppio centro non è frequente in NBA – e surclassano fisicamente gli Spurs.
Il miracolo termina nella finale di Conference, dove gli – apparentemente, come vedremo più avanti – imbattibili Golden State Warriors vincono in rimonta contro Oklahoma.
Anche per questo gli Stache Brothers sono “solo” quinti nella nostra lista.

#4: Cristiano Ronaldo e la falena

L’Euro 2016, come ormai tutti i tornei per nazionali, è stato un pugno in un occhio per un ossessivo-compulsivo dell’ordine e della tattica come me.
Poche cose da salvare: l’acume tattico dell’Italia di Conte, le favole Islanda e Galles, giocatoroni come Antoine Griezmann e Gareth Bale.
La Francia padrona di casa arriva in finale contro il Portogallo di Cristiano Ronaldo, campione europeo per club uscente con il Real Madrid, che sembra aver raggiunto l’ultimo atto della manifestazione con un palese – perdonerete l’eufemismo – culo, fra partite decise ai rigori e gol a tempo scaduto.
ronaldofalena_896-kvxh-896x504gazzetta-webEcco, succede che sua maestà CR7 a inizio partita viene azzoppato da un contrasto. La solita scena da femminuccia isterica, penserete voi. Ronaldo esce, rientra, sembra tornato tutto normale. E invece proprio non ce la fa, zoppica e scoppia in lacrime, roba che neanche il suo peggiore hater potrebbe augurargli. Mentre piange, una falena gli si poggia sul volto. Sembra un racconto di Edgar Allan Poe. Wow.
CR7, disperato, esce in barella ed è costretto a non essere della partita, che intanto si trascina ai supplementari. Finiti i regolamentari, però, l’eroe ritorna dalle tenebre. È ancora azzoppato e fasciato, ma si legge un’altra determinazione nei suoi occhi. La sua proverbiale arroganza è sparita.
Non può giocare, ma carica tutti i suoi compagni. Dice ad Eder, onesto centravanti mestierante dello Swansea, che segnerà il gol vittoria.
Ed Eder, uno che le grandi finali le aveva viste al massimo in tv, segna davvero il gol vittoria. Ronaldo intanto passa tutti i supplementari a saltellare come un grillo in panchina, a dare indicazioni ai compagni. Finisce la partita e il Portogallo è campione d’Europa per la prima volta, e Ronaldo è stato incredibilmente decisivo senza giocare la finale. Dopo, uscirà il video del discorso di CR7 ai suoi compagni, sul “vincere per tutti i portoghesi lì fuori, sia quelli in Portogallo, sia i tanti emigrati”.
Maravilhoso, direbbero a Lisbona.
Qui  se volete approfondire il punto di vista “narrativo” della finale di Euro 2016.

#3: Lebron James in una storia da film americano

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The Chosen One.

Come dicevamo nel punto #5, i Golden State Warriors avevano battuto, in finale di Conference, con molti patemi, i sorprendenti Thunder di Canter e Adams – ma anche di Westbrook e Kevin Durant, ehi!
Dall’altra parte del tabellone, East Conference, i Cleveland Cavaliers di Lebron James si disfano facilmente di Detroit, Atlanta e Toronto, per arrivare alla finale NBA contro Golden State.
Intermezzo.
Lebron James da Akron (Ohio) aveva mosso i suoi primi passi da predestinato del basket (The Chosen One) a Cleveland, diventando il giocatore simbolo della squadra locale in poco più di un quinquennio. Nel 2010, però, passa ai Miami Heat – “per vincere”, dichiarò LBJ – con un cambio di casacca che i tifosi interpretano come il più grande dei tradimenti.
Nel 2014, a sorpresa, torna da figliol prodigo a Cleveland e centra la finale NBA al primo colpo, perdendo, con la squadra piena di infortuni, contro gli invincibili Golden State Warriors di Steph Curry e della death lineup.
Fine dell’intermezzo.
Lebron James, Il Prescelto, quindi, ha la possibilità di portare il titolo NBA alla sua gente dopo una storia tribolata che neanche Beautiful, ma davanti, ad ostacolarlo, ha una delle squadre più forti della storia del gioco.
Il 10 giugno, non a caso, Golden State vince gara 4 e passa in vantaggio 3-1, mettendo una grossa ipoteca sul titolo NBA. In pratica sarebbe bastato, a Curry e compagni, vincere una sola partita su tre a disposizione per portarsi a casa il titolo.
Succede allora che il ragazzo di Akron, Ohio, si carica sulle spalle, sia tecnicamente che emotivamente, una squadra palesemente inferiore a Golden State fino a vincere le successive tre partite, e di conseguenza tutta la serie e il titolo NBA.
That’s basketball, baby!

#2 Il Leicester City vince la Premier League grazie alle pizze

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Ranieri e Morgan sollevano la Premier League 2016.

Al secondo posto c’è il “miracolo sportivo” per eccellenza del 2016 – e qualcuno si meraviglierà di non vedere questa storia sul gradino più alto del podio.
La storia del Leicester City 2015-2016 è così pazza e perfetta allo stesso tempo che sembra scritta da Vladimir Propp in persona, per spiegare le sue funzioni della fiaba.
Ricapitolando: una squadra di bassa classifica della Premier League – uno dei campionati di calcio più ricchi e competitivi del mondo – ingaggia Claudio Ranieri, un allenatore italiano sul viale del tramonto, da molti considerato inadatto a un campionato così competitivo.
A Ranieri viene data una squadra di giocatori abbastanza mediocri, dove spiccano Kasper Schmeichel, Drinkwater, Huth e il capitano Wes Morgan come elementi di esperienza di una rosa senza infamia né lode.
Comincia la Premier ad agosto e, complici anche i tentennamenti delle “grandi”, il Leicester passa in testa con delle partite inspiegabili, dove subisce tanto ma segna ancora di più, robe da otto gol a partita. La vena super prolifica dell’attacco delle Foxes si deve alle prodezze del centravanti ex pregiudicato ed ex operaio di fabbrica Jamie Vardy e del semisconosciuto francese Riyad Mahrez.
Le partite “pazze” del Leicester durano fino a Natale, quando la squadra di Ranieri comincia a perdere colpi a vantaggio dell’Arsenal. È qui che Ranieri tira fuori il coniglio dal cilindro: “Ragazzi, se questo serve a motivarvi, vi offrirò una pizza ciascuno ogni volta che manterrete la porta inviolata. E funziona veramente. Gente strana, gli sportivi.
Da allora il Leicester cessa di essere “pazzo” e diventa una falange armata che vince ogni partita uno a zero. L’Arsenal è superato e la squadra da retrocessione con l’allenatore fallito e il centravanti pregiudicato è campione d’Inghilterra.
Sì, va bene che era un anno di transizione per tante squadre di Premier, va bene che Kanté si è rivelato poi il miglior mediano d’Europa, va bene che Vardy in quella stagione benedetta avrebbe segnato anche con una gamba sola.
Ma lasciateci sognare.

#1 Le storie di Rio 2016

Cosa c’è meglio della storia sportiva per antonomasia? Un’antologia di storie sportive!
Le Olimpiadi, sotto questo aspetto, sono imbattibili, e quelle di Rio non hanno deluso.
Yusra Mardini, rifugiata siriana salvatasi nuotando da un barcone divelto mentre era in fuga dal suo Paese Natale, che, sempre nuotando, conquista la finale dei 100 farfalla.
E Michael Phelps, che entra nella leggenda arrivando al record di 27 medaglie olimpiche.
E il sorriso a 32 denti della diciottenne Kimia Alizadeh Zenoorin, prima donna iraniana ad andare a medaglia – nel taekwondo – in barba alle leggi oscurantiste del suo Paese che la avrebbero voluta lontana dagli sport.
E le lacrime di Monica Puig, atleta 23enne oro nel tennis che per un giorno ha fermato davanti ai teleschermi il suo Paese, il Porto Rico, che attraversava un periodo di scontri e di rivolte.
Per non parlare della proposta di matrimonio del tuffatore cinese Qin Kai alla connazionale He Zi, subito dopo la gara di lei, o della judoka Majlinda Kelmendi, prima storica medaglia – d’oro, fra l’altro – per il Kosovo.
E tante altre storie – lo spazio concessomi non è molto – e tante altre vite, con i loro drammi e le loro gioie, tutte diverse, unite da un’estate a Rio.

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A partire da sinistra in alto, in senso orario: Yusra Mardini, Michael Phelps, Kimia Alizadeh Zenoorin e Qin Kai con He Zi.

BONUS TRACK – Premio alla carriera come miglior storyteller

In questa piccola ed imprecisa raccolta delle più belle storie sportive del 2016 – ahimè – sono compresi soprattutto dei vincenti. È nella natura semplicistica dello sport premiare chi vince e dimenticare chi perde.
Menzione speciale va a Diego Simeone, allenatore dell’Atletico Madrid che ha portato anche quest’anno la sua squadra in finale di Champions League per poi perderla.
Il Cholo, alla guida dell’Atletico dal 2011, è riuscito a penetrare nel cervello dei suoi giocatori convincendoli che loro sì, sono la squadra “operaia” di Madrid, quella che ha sempre dovuto sputare sangue, quella a cui non regalano mai niente. Loro sono più scarsi degli altri.
Come si fa a colmare questo gap? Con il lavoro, la dedizione, la maniacalità, la combattività.
Risultato? L’Atletico, da squadra depressa che era, diventa un esercito pronto a gettarsi nel fuoco per il suo generale. Il tutto condito con una Liga, una Coppa del Re, una Europa League, una Supercoppa Europea e due finali di Champions in cinque anni.
Chapeau.

Sull’Autore

Comunicatore, laureando, apprendista storyteller, social media strategyst, antipatico e divoratore di pizze. Per MdC cerco di collegare cultura pop e storytelling come se esistesse veramente una relazione fra le due cose.

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