Il coming out è un obbligo politico per gli attivisti – Guida subgalattica per attivisti LGBT (parte IV)

Da quando ho deciso di intraprendere la strada dell’attivista militante LGBTQI, non ho mai nascosto il mio orientamento sessuale. Non ritengo, però, che l’orientamento o l’identità di genere debbano essere pubblici per tutti: il coming out è una scelta personale. Eppure, credo che per un individuo che ricopre un ruolo associativo o politico, il rendere questi aspetti da privati a condivisi sia un obbligo morale: ne va della credibilità della lotta.

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New York Gay Pride 2011

In questi anni di militanza mi è capitato in più occasioni di incontrare persone LGBTQI – che ricoprono posizioni di rappresentanza sia in associazioni per i diritti, che in altre associazioni e partiti politici – che non hanno mai fatto coming out. Lo rimarco: non credo che ogni persona su questa terra debba dichiarare il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere, tranne che nel caso in cui si sia coinvolti in realtà attive all’affermazione sociale e politica della libertà dell’individuo.

coming-out-0002Esistono gay, lesbiche, bisex, trans e intersex che ricoprono ruoli in partiti, associazioni di promozione sociale, movimenti, circoli e, soprattutto, in associazioni LGBTQI, ma non si dichiarano. In particolare per l’ultima categoria, ho conosciuto consiglieri locali e nazionali, presidenti e segretari di Arcigay non dichiarati o non visibili. Vorrei spiegare loro perché dovrebbero invece aumentare l’esposizione pubblica per il bene di Arcigay e, soprattutto, delle persone LGBTQI in difficoltà; o, in alternativa, lasciare il ruolo ad altri più visibili.

Arcigay ha 31 anni di vita, ma la vera rivoluzione è avvenuta negli ultimissimi anni. Arcigay ha tre grandi aspetti: essere di sostegno per le persone in difficoltà, fare da perno per l’aggregazione sociale e fare politica. Negli anni ‘90, fino ai primi del 2000, Arcigay locale ha saputo ricoprire un ruolo fondamentale per l’aggregazione sociale e il mutuo aiuto, mantenendo il ruolo politico riservato agli organi nazionali. Mi spiego: i tre aspetti di cui prima sono declinati in due modi. Aggregazione e aiuto sono delegati ai comitati locali, mentre l’azione politica era (si noti il verbo al passato) propria di Arcigay Nazionale. Da qualche anno non è più esattamente così.

Che sia accaduto per volontà o per causalità, i comitati locali hanno accresciuto sempre di più il proprio ruolo di influencer nella politica locale. Arcigay nazionale è impegnata in azioni politiche nazionali (leggi per le persone LGBTQI, manifestazioni nazionali, lobbying ad ampio raggio, etc.), mentre i comitati locali in giro per il Paese assumono sempre più il compito di influenzare la politica e la società del territorio. È qui che si incardina il mio pensiero: per rendere coerente e visibile l’azione dei comitati, nessun presidente, vice, segretario o consigliere locale può essere non dichiarato o non visibile. Il coming out, per questi e queste, non è più un aspetto privato, ma uno strumento pubblico. L’impegno politico-sociale passa anche dagli aspetti simbolici e informali delle vite degli attivisti con ruoli di rappresentanza, non solo dall’organizzazione di eventi o manifestazioni.

Per questo non è più tempo di restare nascosti, non c’è più tempo per la riservatezza: per la credibilità delle associazioni, per essere di conforto a chi vive con difficoltà il proprio essere LGBTQI, bisogna essere visibili. E per chi non riuscisse a farlo è arrivato il momento di farsi da parte.

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Questo articolo fa parte della serie “Guida subgalattica per attivisti LGBT” – clicca qui per la guida completa

Photo credits: Sasha Kargaltsev; Robert Ashworth
Illustrazione: Silvia Pistis

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