La camera degli eco: come la nostra realtà è distorta dai social network

Nei momenti di confusione dopo l’elezione di Trump alla Casa Bianca, tantissimi giornali, che per mesi avevano seguito quotidianamente la corsa alla presidenza, si sono trovati davanti ad una cruda realtà: avevano sbagliato tutto! Avevano dato per vincitrice certa Hillary Clinton – al punto che Newsweek ha pubblicato e distribuito per errore qualche copia del loro numero a tema “Madam President” il giorno dopo le elezioni – fallendo di conseguenza nell’obiettivo che ogni testata seria dovrebbe prefiggersi: quello di descrivere quanto più fedelmente possibile il mondo esterno,  prescindere dalle proprie convinzioni o preferenze personali, per informare le masse in modo onesto e completo. È una cosa che il The New York Times ha constatato subito: così, con l’eleganza che non può che contraddistinguere una delle più prestigiose testate al mondo, ha chiesto scusa ai propri lettori, promettendo una copertura quanto più informata e onesta del mondo circostante, partendo proprio dalla loro America. 

Perché giornalisti professionisti di tale calibro hanno sbagliato così clamorosamente le proprie previsioni? Senza abbassarmi a teorie del complotto varie ed eventuali e senza sminuire il fondamentale lavoro che il giornalista svolge e deve svolgere, ritengo che in questo caso più che in tanti altri si sia trovata la conferma di una teoria sociologica elaborata, sì per descrivere proprio il mondo dei media, ma rilevante anche per ognuno di noi che quotidianamente si informa su internet o utilizza i social network.

Parlo della teoria della echo chamber, la “camera degli eco”. Fa parte di quei confirmation bias (letteralmente: “i pregiudizi della conferma”), ovvero quella tendenza umana innata che porta a scegliere, tra tutte le informazioni a cui si può accedere, soltanto quelle precise che confermino ciò che già pensavamo. Un errore grave, in cui si incappa facilmente sulla via del ragionamento induttivo, soprattutto quando si tratta di difendere una posizione legata alla sfera delle emozioni o collegata a un valore in cui crediamo profondamente.  Ma allora, cos’è questa camera degli eco?

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Siete in una stanza speciale, in cui tutti i suoni riverberano molto più che al di fuori, e urlate una vostra stupida idea. Quella stupida idea vi verrà mandata indietro più e più volte, uguale, identica: lo dice la scienza. Quella della “camera degli eco” è una metafora perfetta per spiegare l’uso che facciamo dei social network: ognuno ha la tendenza a inserirsi in una comunità di persone con cui condivide opinioni, valori e punti di vista sul mondo, e dunque ad avere in grandissima parte soltanto amici che la pensano come lui. Di conseguenza, involontariamente ci si inserisce in un contesto in cui informazioni, idee e convinzioni vengono amplificate a dismisura, mentre posizioni contrarie vengono ignorate o, comunque, sotto-rappresentate: ci troviamo, tutti o quasi, in uno spazio ristretto che distorce la realtà dei fatti. 

Faccio un esempio. Sei un cinquantenne che si è trovato seriamente impoverito dopo la crisi del 2008, ti sei iscritto finalmente con qualche anno di ritardo su Facebook e hai trovato il posto che fa per te: “CLUB LUIGI DI MAIO”, una community costantemente in crescita che ora conta oltre 61.000 iscritti, in cui gran parte delle persone condivide ipotesi di complotto da parte dei “poteri forti”, notizie da siti di disinformazione e offese varie ed eventuali contro i “piddioti”. E queste cose ti vengono ripetute tutto il giorno, tutti i giorni, fino a quando non cominci a credere che i massoni irrorino il cielo con le scie chimiche e che i vaccini causino l’autismo. Se, allora, dal nulla appare una persona sensata che sottolinea come tutte queste sembrino un po’ delle cazzate e riporta dati scientifici, cercando di usare la logica, è ovvio che la persona rinchiusa all’interno di una camera degli eco in cui si urla costantemente “ONESTA‘” e “RENZIE ACCASAH” non riuscirà a sentirlo – né probabilmente vorrà. Quella persona sensata verrà bollata come “troll pagato dal PD” ed estromessa dal gruppo.

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Questo è un esempio approssimativo e ironico, ma serve a far passare un messaggio: siamo tutti inseriti dentro a una nostra, personale, camera dell’eco. Lo sono io, lo siete voi, lo è il dannato The New York Times. Non c’è da farsene una colpa, ma è opportuno rendersene conto. Tutto questo, tra l’altro, è stato ingigantito a dismisura con l’avvento di internet e con le ricerche intelligenti: gli algoritmi, infatti, sono pensati per ricollegare la propria ricerca attuale a quelle precedenti (e anche alla propria posizione, alla cronologia e a tutte le informazioni che hanno raccolto negli anni su di voi). Se questo talvolta velocizza le ricerche, porta però ad un ulteriore problema: quello della filter bubble, ovvero una “bolla” ideologica o culturale che tiene al di fuori, lontano dalla nostra attenzione, tutti quei risultati che non concordano con la nostra visione del mondo – una cosa che succede già con la newsfeed personalizzata di Facebook e la ricerca personalizzata di Google.

Il rischio della echo chamber e anche della filter bubble, quindi, è che la nostra realtà sembri la più universalmente condivisa, la più sensata, la più giusta e, anzi, la sola condivisibile – e questo, come abbiamo già visto, è uno di quei motivi per cui non siamo proprio riusciti a capire come abbia fatto la gente a votare per Donald Trump. Perché, per citare Eli Pariser, la mente dietro al concetto di filter bubble: “un mondo costruito a partire da ciò che ci è familiare è un mondo in cui non c’è niente da imparare: siamo in una situazione di autopropaganda, in cui ci indottriniamo con le nostre stesse idee.”

Sull’Autore

Studentessa di Giornalismo e Diritti Umani a Parigi. Appassionata di troppe cose per elencarle tutte. Per MDC mi occupo di viaggi e polemiche.

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