Alla ricerca di Dory, e di noi stessi

Senza dubbio alcuno “Alla ricerca di Dory, sequel del famosissimo primo capolavoro marchiato Pixar, ha fatto breccia nei nostri cuori con un sapiente connubio tra potenza narrativa e umorismo come al solito estremamente efficace. Uno sforzo d’animazione sempre di altissimo livello, ma questa volta maggiormente incentrato sulla storia, che, a mio parere rende “Alla ricerca di Dory” certamente degno del suo predecessore.

Abbiamo conosciuto Dory nel 2003, in un film che non era nemmeno il suo, e ci è piaciuta da subito per la sua semplicità e per la simpatia innata che trasmetteva. Attraverso di lei abbiamo imparato a fidarci delle intuizioni, dell’istinto che guida ognuno di noi nelle situazioni difficili; insomma, un bel concentrato di impulsività contrapposto alla preoccupata amorevolezza di Marlin (padre di Nemo).

Il lato divertente di Dory ha sempre (credo involontariamente) spostato l’attenzione dal fatto che avesse un grave problema di perdita di memoria a breve termine. Ecco perché a mio avviso un personaggio con una tale pregnanza narrativa e simbolica certamente merita un film tutto suo.

“Alla ricerca di Dory” non ha solo il merito di affrontare la spinosa tematica dell’handicap (a livello generale e specifico al tempo stesso) nelle sue numerose e drammatiche sfaccettature, ma spinge a una riflessione su chi siamo e sopratutto su come siamo nel mondo. Tutto questo presentato però molto concretamente tramite un pesce chirurgo che con grande fatica torna alle proprie radici.

La condizione di perenne smarrimento analizzata è senz’altro un leitmotiv del nostro tempo. Gran parte di tutto ciò che può essere un appiglio si trova ora in fase calante, molto del fattibile è già stato fatto, e davanti alle grandi carenze/esagerazioni che si rendono evidenti in ogni frangente, davanti alla velocità che il “mondo” ha preso durante le ultime decadi… siamo persi, privati della memoria.

Il problema di Dory è un problema del singolo e dell’intera civiltà umana: stiamo perdendo la memoria. Se il singolo può essere consapevole di molte cose riguardanti se stesso e gli altri, l’insieme degli individui è ancora a un livello di bisogno materno simile a quello di un bimbo di 8/9 anni, che per quanto mentalmente ghiotto e intraprendente è ancora incapace di fare scelte equilibrate.

Dory soffre della stessa patologia di Leonard Shelby (protagonista del film "Memento").

Dory soffre della stessa patologia di Leonard Shelby (protagonista del film “Memento”).

Tornando a un discorso più individuale e focalizzato, mi sento di dire che la grande angoscia trasmessa in certi momenti del film è la stessa che proveremmo nel guardarci dentro, nel ricordare, e nello scoprire che non c’è più nulla. Nulla di ciò che abbiamo dimenticato o messo da parte per fare spazio all’ipertrofico presente.

Per riprendervi dallo sconforto che forse vi ha assalito leggendo questo articolo, vi sprono a guardare “Alla ricerca di Dory“, e a trarre le vostre conclusioni anche in funzione del finale. 

Sull’Autore

Classe 1994, vivo a periodi alterni nella magica Bologna. Studio arti visive al Dams, scrivo, suono, canto e disegno. Quando capita faccio anche l'imbianchino.

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