L’Estremo Oriente per gli USA

Siamo ormai agli sgoccioli per quanto concerne le elezioni americane. Qualunque sia il risultato, i due giocatori saranno ricordati come i peggiori candidati alle presidenziali. Lui: arrogante, sessista, xenofobo. Lei: bugiarda, voltafaccia, vicina ai poteri forti. Entrambi dovranno affrontare tre scenari di crisi internazionale non indifferenti: le relazioni con la Russia, che farsene del Medio Oriente e come rapportarsi con i paesi dell’Estremo Oriente.
Come avrete intuito dal titolo, qui voglio occuparmi proprio dell’ultimo aspetto.

Le relazioni con l’Estremo Oriente non sono mai state facili per gli Americani. Vi è, di base, una scarsa conoscenza delle lingue e delle culture asiatiche che rende complessi i rapporti. Si fa fatica a capire l’importanza di meccanismi di socializzazione differenti da quelli tipicamente occidentali, meccanismi forgiati sulla morale di Confucio e su secoli di completo isolamento.
L’Estremo Oriente era (ad eccezione del Giappone, in grado di modernizzarsi rapidamente durante il periodo Meiji) un’accozzaglia di paesi del Terzo Mondo, lontani anni luce dal capitalismo americano; in altre parole, troppo poveri e arretrati per essere mercati appetibili per gli Stati Uniti. Da decenni tuttavia la situazione è rapidamente mutata e nell’Estremo Oriente si gioca ora una delle partite più importanti a livello geo-strategico.

Il presidente uscente Barack Obama

Il presidente statunitense Barack Obama

Obama, chiamato a prendere posizione in merito all’importanza acquisita dalla regione, arrivò alla creazione del cosiddetto “Pivot asiatico”. Una vera e propria rivoluzione: il focus americano si spostava dal Medio Oriente (che per anni aveva dominato le agende politiche di tutti i presidenti) all’Estremo Oriente.
Gli obiettivi di questa nuova posizione erano due: la politica del containment cinese e il rafforzamento dell’alleanza con il Giappone.
Secondo la politica del containment, gli Stati Uniti avrebbero dovuto agire per tenere a freno la crescita cinese, soprattutto per moderare l’espansione dell’area di influenza di Pechino. Come suggerisce in particolare Tellis (autore con il quale comunque non concordo per quanto riguarda i risultati complessivi del pivot), tale politica poteva esser attuata non tanto tenendo a freno la Cina, ma piuttosto aiutando lo sviluppo dei paesi limitrofi. “Don’t push China down, raise others up”; l’idea era dunque di rafforzare i paesi confinanti con la Cina in modo da renderli una sorta di “Stati cuscinetto”.
Il secondo punto, il rafforzamento dell’Alleanza con il Giappone, vedeva l’intensificarsi dei progetti di cooperazione con Tokyo e il riaffermarsi della protezione militare (garantita dalla presenza della Settima Flotta).

Shinzo Abe, Primo Ministro Giapponese

Shinzo Abe, Primo Ministro giapponese, ha inaugurato un nuovo corso nella difesa del suo Paese.

Obama non ha avuto molta fortuna con il Pivot Asiatico. Alcuni fanno notare come i costi abbiano superato di gran lunga i benefici, altri chiedono il ripensamento di una simile politica; tra le due correnti di pensiero, sono più propenso a schierarmi con i primi.
La politica del containment cinese è, infatti, fallita. La Cina oggi è più forte che mai e la vicinanza della Settima Flotta, nonché il progetto di rafforzamento dell’alleanza con il Giappone, non ha fatto altro che scatenare una pericolosissima corsa agli armamenti. Nemmeno il rafforzamento dei paesi limitrofi ha avuto particolare successo. Se infatti qualcosa è stato fatto a livello economico, poco si è proposto invece a livello politico-militare.

Le cose non sono andate bene nemmeno con il Giappone: il ritorno di Shinzo Abe ha reso i rapporti con Washington più complessi. Il Giappone sta attualmente cercando un’altra via, cercando infatti di svincolarsi dall’Alleanza americana a favore di una propria forza di difesa. In tal senso diversi passi sono già stati fatti e il riarmo giapponese non fa altro che allarmare ulteriormente la Cina che risponde, ovviamente, cercando di armarsi ancor di più, in un’escalation che aumenta la probabilità di “incidenti” tra i due paesi asiatici.

Alleanza con il Giappone e relazioni con la Cina, questi sono i due elementi che il futuro presidente degli Stati Uniti dovrà tenere in considerazione per la regione dell’Estremo Oriente.

Come sono i pronostici? Non particolarmente rosei. Penso che la politica estera di entrambi i candidati sarà particolarmente debole: a Trump si dovrebbe spiegare direttamente cosa siano le “Relazioni Internazionali”; alla signora Clinton, invece, si dovrebbe far notare che i suoi voltafaccia sarebbero davvero poco graditi nel contesto asiatico e potrebbero allontanare definitivamente il Giappone dall’orbita americana.
L’eventuale perdita dell’amico giapponese e il crollo delle relazioni con la Cina renderebbe l’intero fronte Orientale (orientale sia per US che per UE) davvero infuocato, anche perché lì vicino c’è la Russia. Già, la Russia, ma di lei parleremo un’altra volta.

Fonti:
Balancing without Containment: a U.S. Strategy for Confronting China’s Rise, Ashley J.Tellis, 2013

Sull’Autore

Nato in uno sperduto comune della provincia pavese nel 1991, ho terminato gli studi magistrali in Economia, Politica ed Istituzioni Internazionali all'Università di Pavia. Da sempre interessato alle Relazioni Internazionali e ai meccanismi di gestione del potere, affronto temi anche molto caldi in modo diretto e senza ipocrisie.

Articoli Collegati

Partecipa alla discussione

Commenti

  • Sullo Status di Taiwan – Mangiatori di Cervello 28 Dicembre 2016 at 10:05

    […] In un precedente articolo sulla corsa alla Casa Bianca delineavo le sfide che il futuro presidente degli Stati Uniti avrebbe dovuto affrontare in Estremo Oriente. Oggi sappiamo che sarà Donald Trump a guidare gli Stati Uniti (l’insediamento è previsto per il 20 gennaio), ma sono già molto chiari gli obiettivi che il tycoon si è posto, specie per quanto concerne la gestione delle relazioni con la Cina. […]

    Rispondi

Partecipa alla discussione

Commenti

  • Sullo Status di Taiwan – Mangiatori di Cervello 28 Dicembre 2016 at 10:05

    […] In un precedente articolo sulla corsa alla Casa Bianca delineavo le sfide che il futuro presidente degli Stati Uniti avrebbe dovuto affrontare in Estremo Oriente. Oggi sappiamo che sarà Donald Trump a guidare gli Stati Uniti (l’insediamento è previsto per il 20 gennaio), ma sono già molto chiari gli obiettivi che il tycoon si è posto, specie per quanto concerne la gestione delle relazioni con la Cina. […]

    Rispondi