La (s)conosciuta guerra in Yemen

In Medio Oriente si sta combattendo una guerra di cui pochi parlano e dagli esiti altamente incerti, che, quindi, può esser fonte di nuova instabilità per uno scenario già di per sé non particolarmente edificante. Si tratta del sanguinoso conflitto in Yemen.

Qui due fazioni si affrontano in una guerra civile recente (iniziata nel 2015), ma dura e crudele; qui importanti attori esterni danno manforte alle parti in lotta, spesso in chiara violazione delle più elementari norme del diritto umanitario, in primis quello bellico.

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Ali Abdullah Saleh, primo presidente dello Yemen (1992-2012)

Procediamo, tuttavia, con ordine.
Come accennato, la guerra civile in Yemen ha inizio nel 2015 tra le forze Huthi, fedeli a Abdullah Saleh, presidente del Paese sino al 2012, e quelle che invece sostengono il controverso Mansur Hadi, successore di Saleh. Sembra dunque una classica lotta legata all’avvicendamento di potere, ma la realtà è molto più complessa. Accanto alla lotta per il potere politico, infatti, prende sempre più rilevanza il conflitto religioso tra le parti. Le forze Huthi sono infatti afferenti allo Zaydismo, una corrente dell’Islam sciita particolarmente moderata e che è condivisa da circa il 45% della popolazione yemenita. I loro nemici, le forze di Mansur Hadi, sono sunniti.

Le differenze religiose non solo aggravano la lotta tra le parti, ma permettono ad attori internazionali di intervenire e prendere posizioni nette. È l’esempio dell’Arabia Saudita, decisa a supportare le forze sunnite contro quelli che reputa ribelli e/o golpisti. Il Paese si è fatto promotore di una coalizione che dà supporto alle forze di Mansur Hadi, bombardando con l’aviazione le postazioni degli Huthi. A questa coalizione partecipano altri Paesi, tra cui gli Emirati, il Kuwait, ma anche Paesi tradizionalmente più moderati come la Giordania e il Marocco.

Le forze Huthi, in grado di ottenere una posizione di vantaggio prima dell’intervento della coalizione a guida araba, sembrano invece esser supportate da Iran (in quanto sciita), dalla Russia, ma anche da alleati poco graditi come la Corea del Nord e differenti organizzazioni, che l’Occidente non esiterebbe a definire terroristiche, come Hezbollah e la Liwa Fatemiyoun (milizia armata sciita). Non esattamente i migliori alleati che si vorrebbero avere, vero? Solo in parte. Perché se è vero che la Corea del Nord e Hezbollah danno parecchi grattacapi alle forze occidentali, è anche vero la Liwa Fatemiyoun si è posta come obbiettivo quello di combattere l’ISIS. Già, l’ISIS. Dove si colloca l’organizzazione jihadista nella guerra yemenita? Ovviamente è nemico degli Huthi e supporta le forze sunnite e si è espresso chiedendo ai suoi sostenitori di colpire duramente le forze sciite.

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Abdrabuh Mansur Hadi, attuale presidente dello Yemen

Chi manca all’appello? I Paesi occidentali, ovviamente. Invece di fare qualcosa per fermare il conflitto, vi si sono gettati a capofitto intravedendo succosi profitti. Stati Uniti e altri Paesi occidentali (in primis Francia e Regno Unito), hanno deciso si supportare la coalizione araba fornendo armi e intelligence.

Questo pone l’Occidente in una posizione paradossale. Nel caso dello Yemen, l’ISIS non è esattamente il nemico prioritario, anzi, aiuta le forze della coalizione araba, a cui l’Occidente dà, anch’esso, supporto.

Ma al di là dell’assurdità delle relazioni internazionali, la realtà del conflitto è tragica. Entrambe le parti in lotta si sono macchiate di atrocità e di evidenti violazioni dei diritti umani. Per di più, diverse organizzazioni mettono sotto accusa la gestione del conflitto da parte della coalizione araba. La sentenza è chiara: la coalizione sta utilizzando bombe a grappolo contro le postazioni Huthi e colpisce strutture e personale civili in violazione delle Convenzioni. Qualcuno dovrebbe far notare a tali organizzazioni (tra cui Amnesty International) come la Convenzione internazionale sulle bombe a grappolo (2008) non sia stata nemmeno firmata da alcuni Paesi attualmente coinvolti nel conflitto. Chi? Arabia Saudita e Stati Uniti, guarda a caso.

Ma basta la non ratifica di una Convenzione per permettere ad un Paese di far quello che vuole in un conflitto? In teoria no. Alcune delle regole sulla gestione di un conflitto bellico fanno ormai parte di quel Diritto consuetudinario, vincolante per tutti gli Stati. Utilizzare armamenti che causano inutili sofferenze ai combattenti o, ancora peggio, finiscono per ammazzare civili durante o a conclusione delle ostilità è ormai, in modo chiaro, reputato illegale. Eppure, tutto questo sta accadendo in Yemen.

E allora? Fateci chiamare il “Gendarme Internazionale”. Ah no, non esiste. Un’altra occasione per “far qualcosa” completamente sprecata.

Sull’Autore

Nato in uno sperduto comune della provincia pavese nel 1991, ho terminato gli studi magistrali in Economia, Politica ed Istituzioni Internazionali all'Università di Pavia. Da sempre interessato alle Relazioni Internazionali e ai meccanismi di gestione del potere, affronto temi anche molto caldi in modo diretto e senza ipocrisie.

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