Le canzoni di guerra degli Zen Circus: La Terza Guerra Mondiale

Nuovo album degli Zen Circus: l’annuncio mi ha subito agitato. Gli Zen Circus sono un gruppo che ha sempre avuto un’identità ben precisa: cinici, diretti, senza fronzoli ma, nonostante ciò, decisamente impegnati.

Forse troppo impegnati, un impegno scomodo per quell’alternative italiano che ha sempre fuggito “la presa di posizione”, la “scelta di campo”. Ignavi, inetti, i “big” dalla fine degli anni ’90 in poi hanno tirato i remi in barca puntando solo verso un “entertaining” rock senza sentimenti e senza anima.tzc_ltgm_cover_1440x1440

Giustamente, la gente chiede alla musica di dirgli che tutto andrà bene, quindi perché non dirglielo, perché non ovattare quella terribile verità che è la vita di provincia?

La terza guerra mondiale è una presa di posizione, una scelta di campo, ancora più precisa e diretta rispetto al precedente Canzoni contro la natura.

A due anni di distanza, gli Zen Circus affilano i coltelli e lanciano provocazioni e invettive al sapore pop, creando una serie di anthems unendo perfettamente melodia e fuzz, mid tempos e pugni in faccia, poesia e cronaca.

Gli Zen Circus in questo nono album (incredibile come passi il tempo) raccontano un’Italia con un realismo a dir poco imbarazzante: ascoltando le tracce si finisce col guardarsi allo specchio, riconoscendo anche quel “piccolo fascista” che è dentro di noi e che, se lo si lascia andare, emerge prepotentemente. 

Un’Italia piccola piccola, di provincia, perché anche se ce lo raccontiamo, non siamo una nazione di metropoli. Proprio per nulla.

Ecco, allora, che emerge l’immotivato campanilismo becero (in Pisa merda) che non è dedicato a nessuna provincia in particolare, piuttosto alla vita di provincia. Quella vita vuota, cemento-dipendente che se non la vivi non la conosci e non la puoi comprendere.

Ne L’anima non conta (il brano migliore del disco, senza dubbio) c’è il riassunto di una vita piccola piccola ma terribilmente umana: un’umanità che rifiuta di sentirsi piccoli punti nell’universo e vuole emergere, contare qualcosa, avvicinarsi allo status di divinità, disilludendosi per forza, perché alla fine “ogni giorno che passa diventa un ricordo“.

Ascotare questo disco è un giro in rollercoaster ad alta velocità: i brani scorrono veloci. Musicalmente accattivanti: da Zingara (il cattivista), passando per Ilenia, fino a Terrorista è tutta una festa di fuzz, quattro accordi, ritornelli da “stadio” con un suono moderno, maturo, pulito che risalta la “violenza” dei testi. Pugni in faccia, appunto.

Aggiungeteci la sopracitata L’anima non conta e Non voglio ballare e già avete un disco eccellente. Ma sono la title track e quella finale (Andrà tutto bene) che suggellano un disco ancor più bello rispetto al predecessore.

In due anni Appino, Kamir e Ufo hanno affinato testi e musiche racimolando questo pugno di canzoni di cui è difficile parlare: vanno ascoltate e basta, dirette e semplici come sono.

Parlavo di impegno: gli Zen Circus non si rivolgono al pulpito, vogliono un impegno di piazza, collettivo, umano. Puntano diretti a un cambiamento di percezione: sì, siamo umani, ma proprio perché umani siamo fatti soprattutto di sentimenti, sensazioni, relazioni.

Con questo disco gli Zen puntano il dito contro l’isolamento forzato, l’egoismo razzista, il narcisismo social-mediatico, la frustrazione che diventa cattiveria immonda (evidenziata anche nel video clip di Zingara). Ma non si limitano solo all’invettiva, propongono azioni, movimenti, idee per risolvere la situazione.

Vi lascio con questo invito: tutti terroristi, ma terroristi veri seguendo alla lettera il decalogo che vi lascio qui sotto:

Signora ecco cosa voglio fare

voglio correre veloce

non importa dove

voglio cadere

non aver paura del dolore

voglio ridere e gridare

fino a svenire

voglio piangere

senza dovermi vergognare

spaccare cose

senza poi doverle riaggiustare

essere stretto forte

fino a soffocare

questo è il terrorismo che io voglio fare fare

 

Sull’Autore

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