Dente, il cantautore che vorrei: 10 brani per amarlo

Dente (all’anagrafe Giuseppe Peveri) è un artigiano, uno di quelli di una volta: crea piccole opere d’arte, pezzi unici, con la bravura dei grandi maestri. In particolare, Dente è uno dei migliori giocolieri e funamboli delle parole che possiamo vantarci di avere in Italia attualmente.

Non è un grande cantante, non ha una voce da X-Factor, non è un musicista virtuoso, ha un’immagine attempata e di altri tempi, fuori moda. Messa così siamo agli antipodi rispetto ai cantautori contemporanei, indie, alternativi che infestano le radio, i lettori mp3 e le playlists di Spotify: perché, allora, Dente è su un altro livello?

Ebbene, non vi darò una ma ben dieci fantastiche ragioni per seguirlo, ascoltarlo e riappropriarvi di una dimensione poetica del quotidiano.

Ecco, Dente è un cantautore che esalta la semplicità delle cose di tutti i giorni: come Battisti, Rino Gaetano e Dalla, i suoi personaggi, le sue storie sono semplici (non banali, attenzione) e intrise di una poesia dolcissima e illuminante.

Il 7 Ottobre esce il suo nuovo disco (Canzoni per metà) il cui primo singolo Curriculum è stato presentato con una maratona di video virali di 30 secondi, uno ogni ora, in diretta, sulla sua pagina di Facebook. Ogni ora 30 secondi di brano eseguito dal vivo o “on air” mentre girava per Milano. Inutile dire che ormai quella strofa la so a memoria.

In attesa di sentire questo suo nuovo lavoro ho rispolverato i suoi cinque dischi precedenti e ne ho estratto dieci brani che (secondo me) lo rappresentano al meglio.

1. Saldati (tratto da Io tra di noi del 2011) è il primo fulgido esempio di come la lingua italiana sia magnifica nella sua giocosità. Sàldati o saldàti? Gli accenti sono importanti, come il suono, come gli strumenti: Dente è affezionato alle strumentazioni e ai suoni che hanno fatto grande la musica “leggera” italiana. Quindi via a chitarre acustiche, piano, vibrafoni, fiati, archi. Non solo materiali e strumenti, ma anche strutture: semplici, con accenti (di nuovo) ritmici messi al posto giusto. Sembra di essere tornati indietro nel tempo, a quando una grande canzone risuonava come tale dopo che l’avevi ascoltata un po’ di volte, senza stancarti e senza sentirti per forza divertito e “leggero”.

2. Vieni a vivere: di canzoni d’amore, la storia della musica italiana ne è piena, e questa è una di quelle che raggiunge le vette senza andare avanti per iperboli stratosferiche. Rimane semplice con il suo pianoforte e la chitarra acustica sotto, con il suo andamento da ninna nanna, con i desideri semplici, quotidiani: “una casetta tutta come ci va”, cose semplici ma necessarie, imprescindibili, che sono quello che davvero conta, oltre i tramonti e i cieli stellati.

3. Quel Mazzolino, come la precedente, è tratta da L’amore non è bello (del 2008) che è valso a Dente il premio Tenco. Avete presente il Battisti de “Il leone e la gallina”? Insomma, quelle canzoni stralunate che non pretendono di voler comunicare una morale, una massima. Ecco, il “Mazzolino” del titolo non è di fiori, ma al contrario è un appuntato che, con la sua zelante professionalità, suggella il destino di un amore. Piccola chicca: “Non le sembra un controsenso scrivere un verbale? Questa non la capiranno mai“.

4. Al Manakh, tratta da Almanacco del giorno prima del 2014, riporta Dente verso lidi più seri ed elevati: il tempo che passa, dare un significato alla vita, riflessioni sull’amare l’essere umani (piacciono anche a me i giochi di parole). Questo è forse il brano più indie/alternative: il finale con la sigla del noto programma “Almanacco del giorno dopo” in reverse, l’inizio movimentato. Tuttavia il marchio di fabbrica di Dente rimane: l’amore per gli strumenti analogici e acustici di un passato dorato della musica pop italiana, la ricerca di una melodia speciale, costruzioni non troppo classiche ma nemmeno inutilmente complicate.

5. Meglio degli dei: il motivo per cui ho scelto questo brano è il concetto del “semplice non vuol dire banale”. L’andamento ipnotico del brano esalta la potenza di un testo che regala attimi di sublime: “noi non ci facciamo del male mai e mai ci lasciamo anche vedere siamo meglio degli dei“. Da dieci e lode anche il crescendo finale.

6. Da Varese a quel paese ha quel mood scanzonato ma malinconico tipico del fidentino (milanese di adozione). Racconti di vita quotidiana di coppia che ne esaltano ancora una volta l’importanza rispetto alle cose che contano davvero.
Lo sdoppiamento della parola “sola” (solitaria ma anche duale) è l’esempio calzante del fatto che la lingua italiana offre mille modi di creare testi “romantici” ma non banali: la banalità è uno dei peccati originali di molte delle canzoni pop italiane. Essere semplici non è un peccato, come utilizzare costruzioni verbali complicate non è sinonimo di profondità.

7. Buon Appetito è un brano che è anche una lista e mi piace perché è la classica canzone da “fine di una relazione”; la difficoltà nel lasciarsi alle spalle un amore difficile, che ci ha toccato, passa soprattutto dalle cose che (ancora una volta) riguardano una routine di tutti i giorni. Fare la spesa, indirizzi, dormire… cose che ci divorano e di cui ci cibiamo.

8. Coniugati passeggiare: “Io passeggio, tu passeggi, egli passeggia… insieme a te”. Con questo verso, insieme al titolo, potrei non aggiungere altro. Invece c’è anche, musicalmente, di più: ritmiche latineggianti e una scelta dei suoni attenta e misurata al significato del testo, sembra davvero di passeggiare in un parco.

9 & 10. Canzone pop e Pastiglie sono gli ultimi brani di questa mia personalissima summa della musica e della poetica di Dente: sono brani tratti dai primi due dischi (Non c’è due senza te, la prima e Anice in bocca la seconda) e sono embrioni perfetti di quello che Dente sarà nei lavori successivi. Uno sguardo sempre indietro ai Maestri del cantautorato italiano (Battisti su tutti, assolutamente), i primi “giochi di parole”, l’attenzione agli arrangiamenti e i suoni.

Ultima cosa: Dente, nonostante tutto, nonostante gli anni, i consensi e i premi è rimasto decisamente fedele a se stesso e testardo nel continuare a fare quello che voleva. La sua visione della musica, della sua musica, trascende quelle che sono le mode contemporanee, i gusti dei suoi ascoltatori e soprattutto le etichette. 

Per questo, nonostante sia un termine che non piaccia, Dente è uno dei pochi cantautori indipendenti e alternativi al (pallido e un po’ finto) panorama nostrano. Indipendente da ogni sollecitazione esterna alla sua fantasia e la sua ispirazione, alternativo alla ricerca del pop moderno con suoni di plastica e con testi che vogliono essere generazionali, ma che risultano noiosi e scontati.

Ha iniziato da una camera e con poche possibilità (materiali e strumentali), dimostrando già allora di avere tante cose da dire e una grande capacità nel comunicarle con grande bravura: sarebbe davvero un peccato lasciarlo in una nicchia, anche perché fare un disco bello davvero e tenerlo in casa è una cosa molto stupida.

 

 

 

Sull’Autore

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